Ma si può usare Dio?

Schermata-2018-01-09-alle-10.33.12.pngDa molto tempo studio, da un po’ di anni studio filosofia, da sempre “so di non sapere”, ma questo mi crea sempre meno problemi. Da diversi anni vivo nel perimetro di un’esperienza di fede cristiano-cattolica con assidua convinzione, ma da altrettanto tempo non sono più certa di cosa sia l’ortodossia, né questo ora, mi crea problema.

Mi spiego e dichiaro a priori che alla base di quanto sto per scrivere vi è uno studioso molto solido, che si è salvato dalla depressione grazie al Cristianesimo: William James, medico, filosofo e psicologo che operò a cavallo tra la fine dell’‘800 e i primi del ‘900, che ha svolto gran parte della sua carriera ad Harvard, Presidente della Society for Psychological Research nel 1894-95. James ha scritto due opere cardine in materia di analisi del fenomeno religioso, in particolare i miei studi mi hanno portata ad approfondire Le varietà dell’esperienza religiosa.

Come facilmente verificabile, non prendo a paradigma un insipiente o relativista banale, ma uno scienziato approdato alla psicologia passando per la filosofia; già dal titolo dell’opera che ho citato si desume quanto William James sia interessato a una dimensione fattiva, personale e pratica del fenomeno religioso. L’assunto di base è che l’uomo è volto per sua natura al bene, in primis personale, poi degli amati e poi della società. Chiunque, per perseguire tale bene, abbraccia delle credenze per potere compiere scelte ed agire: se non credessi di potere tornare a casa sana e salva non uscirei di casa tutte le mattine, ovviamente. Allo stesso modo pensa anche la scienza, che con la sua forma mentis empirista mira a risolvere dei problemi basandosi su degli assunti di base, assimilabili a delle credenze. Ricordiamo tutti, ad esempio, il principio di inerzia di Newton:

Un corpo mantiene il proprio stato di quiete o di moto rettilineo uniforme, finché una forza non agisce su di esso“.

Sappiamo però che questo enunciato si basa su una condizione, che un corpo possa non essere sottoposto a delle forze, dunque procedere con moto rettilineo uniforme all’infinito, che nel reale non si dà né si è mai data.

Ergo, per analizzare, capire, risolvere ed agire dobbiamo credere, e questo ci porta a imboccare strade, creativamente e fattivamente. Sappiamo bene quanto esimi scienziati, quali Galileo, Copernico, Einstein solo per citarne alcuni, abbiano sfidato il buon senso postulando tesi ritenute impensabili e quanto questo abbia portato a progressi immensi in ogni ambito.

Bene, James – lo scienziato, psicologo e filosofo – osserva che in definitiva l’uomo religioso fa lo stesso: crede per agire, per preservarsi dal male e coltivare il bene che identifica in primis nella sopravvivenza e poi nel perseguimento di quanto ritenga degno di valori.

Sorgono almeno due criticità: da un lato la possibilità di un atteggiamento dogmatico, quanto di più esecrabile per lo scienziato in oggetto, dall’altro il rischio di uno svuotamento della religione dalla sua pretesa di verità assoluta.

A questo punto è importante precisare che James intende con religione un qualunque sistema di credenze, che ci fornisca un apparato teorico – pratico sulla scorta del quale approcciare la realtà. Non mi soffermerò sulla prima criticità per necessità di brevità, ma mi interessa capire se pensare alla religione in modo pragmatista come fa il Nostro, la svuoti veramente del suo contenuto, del suo statuto ontologico. Io credo di no, affatto. J.H. Leuba si spinse a dire che nella misura in cui gli uomini possono servirsi di Dio non interessa loro del fatto che Egli esista o meno nè di chi sia. Se Dio si dimostra utile, in definitiva, l’uomo gli si affida o forse lo usa, senza indagare oltre. Leuba dirà anche “La religione è ciò che la religione fa”, va giudicata insomma in base alla sua efficacia pratica e psicologica, ovvero dalla sua capacità di perseguire la salvezza, o materiale o psicologica dell’individuo.

Mi rendo conto delle criticità di questo ragionamento, che a tratti risulta urticante e posto su terreno umbratile, ma ad un’analisi onesta non posso dire che i due studiosi siano troppo lontani da una parte di vero. La religione in effetti, penso al Cristianesimo, postula un atto di fede in un’entità non verificabile, e in cambio promette salvezza e guarigione, sia materiale che spirituale. Ma questo non equivale a dire che in definitiva non è sommamente importante capire Dio, dato che nessuno lo conosce, ma usarlo? Usarlo per salvarsi, usarlo per salvare, usarlo per amare? Quando facciamo la comunione non Gli stiamo forse chiedendo di essere un tutt’uno con Lui e con i nostri fratelli? Certo, dire che la religione risieda in un terreno psichico innato, non è scevro da implicazioni, e affermare che la bontà di una religione si giudichi dai frutti, nemmeno. Tuttavia si leggono a mio avviso degli anfratti di verità da non trascurare. Ciò ci richiama infatti alla responsabilità dell’atto pratico che scaturisce da un credo religioso, vero biglietto da visita dell’essere umano.

Allora, si può usare Dio? Perchè no, se il nostro stare bene in lui sia fecondo per la nostra vita, la protegga e la faccia fiorire; se questo comporti un atteggiamento pieno di Grazia verso l’altro, ma perchè no? Non ci chiede forse questo il “nostro” Dio, che si è fatto esperienza personale?

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C’era una volta una madre

La Corte costituzionale: noi alla maternità surrogata, sì all’interesse del minore

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Questa storia inizia così: c’era una volta una madre, poi una madre e poi ancora una madre; e c’era una volta un bambino. La vicenda di cui scrivo è complicata ed è al centro delle cronache di questi giorni, provo a spiegarla: una coppia eterosessuale di Milano era andata in India per avere un bimbo, attraverso la maternità surrogata, poichè la futura mamma aveva contratto un tumore che le avrebbe impedito di rimanere incinta e di affrontare la gravidanza. I coniugi dunque hanno deciso di affidare il gamete della mamma a una donna indiana. Il bimbo era stato concepito col seme del padre biologico, marito della donna impossibilitata a concepire. I neogenitori a quel punto sono tornati in Italia e hanno chiesto la trascrizione dell’atto di nascita del neonato, che per la legge indiana era figlio dei genitori italiani; non così invece per la legge italiana, che vieta la maternità surrogata. Il caso viene segnalato dall’Ufficio trascrizioni alla Procura della Repubblica e il Pubblico ministero chiede a questo punto che il bimbo venga tolto ai genitori (la coppia milanese), mentre i genitori parallelamente ottengono la trascrizione  del certificato. Il bimbo allora viene dato in adozione, ma al test del DNA risulta figlio della coppia e la legge italiana lega la maternità al parto… Ad aggiungere complessità su complessità, la donna che lo ha avuto in adozione ne reclama la maternità e si rivolge alla Corte costituzionale, che si pronuncia confermando l’illiceità della maternità surrogata in Italia ma chiamando altri giudici ancora a pronunciarsi su quale sia il bene del bambino, da conciliare col principio di verità, pronunciandosi come segue: «L’imprescindibile presa d’atto della verità» da parte dei tribunali non fa venire meno l’interesse del bambino, e quindi la madre non genetica non può essere disconosciuta (né riconosciuta) in automatico.

I giudici costituzionali così non si decidono se la genitorialità di quel bambino vada sempre tolta o sempre lasciata alla madre «intenzionale» che lo ha cresciuto (ma non ha legami genetici con lui), ma affermano che i tribunali nel decidere sulla questione devono sempre valutare se far prevalere l’interesse alla verità o l’interesse del minore. Non ho giudizi né soluzioni, ma tant’è: c’è un bimbo con tre madri (biologica, surrogata e de facto), conteso da due di queste. Che dire a quella creatura a questo punto della storia? Beh, io prego (forse sogno) che gli si dica che è figlio di Amore, di tanto amore, forse troppo. Se lui chiedesse allora cosa l’amore sia, i bimbi hanno la prerogativa di ricercare l’essenza delle cose, vorrei gli si spiegasse che l’amore è quella cosa che ognuno dona come può quando può; vorrei gli si spiegasse che probabilmente la sua mamma biologica, stretta da un cancro e minacciata nella sua speranza di vita voleva con tutta se stessa la sua nascita, voleva sentire che qualcosa di sé sarebbe continuato anche quando lei non ci sarebbe stata più, che certe cose ti mettono dinanzi il senso della vita, che finisce, sempre. Vorrei gli si spiegasse che per questo la donna ha sfidato tutto e tutti, perfino la legge e il raziocinio, che l’amore questo fa: sfida un limite. Vorrei che sapesse che la sua mamma adottiva è quella che lo ha amato nella realtà, che dunque non ha nulla di più nè di meno rispetto alle altre, anzi è quella che ha dell’amore la parte meno ideale e più reale, ovvero la pratica: i pannolini da cambiare, le maestre da sopportare, i nonni da gestire, il raffreddore quando tutto è pronto per partire, anche qui: quanto amore! E poi c’è la mamma surrogata, che lo ha portato in grembo, quella che durante la vita intrauterina, sempre più valorizzata dalla scienza, magari lo ha stretto o gli ha parlato o lo ha protetto da qualcosa o qualcuno. Chissà.

Insomma vorrei che da questa vicenda non fosse espunto l’elemento fondamentale che unico e solo può favorire un buon discernimento: l’amore. Sono convinta che definire l’amore sia impossibile perchè non è concetto, ma atto, prassi, azione dunque non ho soluzioni pratiche da dare, a questo penseranno i tribunali, ma ho punti da sollevare, perchè se una cosa possiamo fare è essere all’erta rispetto ai segni del tempo. E mi sembra che questo tempo ci dica che l’uomo moderno sia confuso, ma desideroso di amare come può – come sempre – da che il mondo è mondo.

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I ragazzi e quel fuoco da accendere

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Pochi giorni fa mi sono imbattuta in un articolo particolarmente costruttivo sulla scuola e sulle tecniche di insegnamento rivolte ai ragazzi. A scrivere è un neuroscienziato, Lamberto Maffei, già presidente dell’Accademia nazionale dei Lincei, che propone “la scuola della parola”.

Maffei, dalle colonne di Avvenire, afferma quanto una scuola della parola possa forgiare la struttura dell’essere umano: il discorso infatti fa capo all’emisfero della razionalità, quello del dialogo, della riflessione, del tempo lento, quello che se adeguatamente coltivato suggerisce il pensiero prima dell’azione. Da qui l’esortazione agli insegnanti a proporre temi su cui dibattere in classe con i discenti ricordando che, come diceva Voltaire, i ragazzi non sono vasi da riempire di nozioni, ma fuochi da accendere di entusiasmo e di interesse.

In questo modo, anzichè dare un ruolo passivo all’alunno che spesso viene inondato di dogmi, gli si dà la possibilità di conquistare il suo sapere, di maturare un’opinione suffragata dal metodo e dalle conoscenze del docente.

Mi sono ritrovata a mio agio in questa proposta forse perchè ho la fortuna di studiare in un ateneo dove questo già si fa, forse perchè la descrizione del Prof. Maffei mi ha fatto ritornare all’accademia platonica, all’insegnamento tramite dialoghi che ivi si praticava e a Gesù, il maestro della Parola.

Socrate, l’educatore per eccellenza e colui che sa di non sapere, aveva intuito che conoscere non significa possedere, ma costruire, che cosa? La verità, in un dialogo continuo maestro – discepolo: in sostanza il sapere diviene una relazione, asimmetrica, che accenda una scintilla derivante da due punti di vista che si incontrano.

Imparare per i Greci significava mettere in discussione, combattere in un agone, per togliere il sapere dalla vuota opinione e farlo arrivare alla verità, che è in continuo divenire, prospettica e contingente.

Allora mi soffermo a pensare quanto l’avvento e predominio della scienza, benedetto per molti versi, ci abbia tolto il piacere per questo tipo di sapere e di argomentare, perchè vale solo ciò che è scientifico, indiscutibile.

Ma siamo sicuri? La realtà è più complessa di come il prezioso assioma scientifico ce la proponga, la maggior parte delle esperienze che viviamo sono prive di logica ma dotate di massimo senso, che va riscoperto e ridonato in ogni istante.

Un sapere “malleabile” non ci fa attaccati al nostro punto di vista, ma sempre pronti a partire per un nuovo viaggio: quello della riscoperta del significato, alla luce della relazione che si ha con l’evento e con l’Altro, sommamente importante in questa prospettiva.

Aleteia, verità in greco, si riferisce a quanto dischiudendosi dalla tenebra riconosciamo come nostro, impossibile a mio avviso non trovare un parallelismo anche con l’insegnamento cristiano, che mai deve imporre ma accogliere un’ispirazione. Gesù parlava, si ritirava in preghiera, suggeriva tramite parabole, per lasciare liberi gli uditori di abbracciare il suo messaggio o meno, tanto è vero che spesso era oggetto di domande e usava fare ottime domande, ricordiamo: “Pietro, mi ami tu?” riportata nel Vangelo di Giovanni. Il Cristiano “indottrinato” a mio avviso non può definirsi tale, dato che Cristo è stato maestro protrettico, ovvero ha suscitato dall’interno la conoscenza della Verità, parlando.

Bello sarebbe che questa “scuola della parola” proposta da Maffei venisse presa in considerazione, più di mille vuote riforme che sono sempre in agenda e che non fanno che girare intorno al problema: andiamo a scuola per imparare, per mettere in crisi idee ricevute, ma per farlo dobbiamo essere accesi di entusiasmo e riconoscere quanto ci venga insegnato come affine a noi, altrimenti il massimo piacere sarà la rimozione di quest’ultimo.

Bello che l’esortazione al dialogo, con tutta la sua fecondità di implicazioni umane, questa volta giunga da uno scienziato; la filosofia e la fede già lo sapevano…

Italiano, tirati su!

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Italiani afflosciati? Cinquantunesimo rapporto CENSIS sulla situazione sociale del Paese.

Poliedrico il ritratto dell’italiano che si staglia dal Rapporto CENSIS uscito in questi giorni: l’economia è in crescita, più che in altri Stati europei, aumentano le spese per il tempo libero, ma emerge una povertà di miti e idee che hanno caratterizzato le grandi riprese economiche di cui il nostro Paese è stato protagonista, dal dopo guerra ad oggi.

Vorrei fare due osservazioni in merito: nel trattare la notizia i mass media hanno dato grande rilievo a quanto le spese per smartphone, musei, cinema, mostre e parrucchieri siano aumentate. A mio avviso leggere questi dati insieme è profondamente sbagliato e rischia di divulgare un messaggio fallace, mi spiego: spendere per uno smartphone significa spendere per una dimensione che non esiste, pagare per vivere in un mondo nel quale non c’è spazio né tempo. Pagare per una mostra significa volere capire, comprendere e vivere il proprio tempo. I due fenomeni sono profondamente diversi e come tali vanno trattati, la mia non è una crociata contro le tecnologie, che uso ma cerco di non abusare, ma un’osservazione che mi porta ad avere coraggio di sperare in un’Italia del futuro migliore: l’italiano che spende in cultura, quella con la “C” maiuscola, ha ancora il coraggio di sperare che l’uomo non sia solo carne, materia, orizzonte piano, ma che sia fatto di una dimensione spirituale che vada alimentata, viva Dio. Questo si sarebbe dovuto mettere in rilievo maggiormente, per dipingere a tratti marcati e decisi un Paese in ripresa, non solo dal punto di vista economico, ammesso che quest’ultima notizia sia vera.

Si mette poi in risalto quanto l’Italiano sia diventato povero di miti, di grandi ideologie che lo spingano in avanti, ciò a mio avviso nasconde un lato positivo ed uno negativo. Inizio dal negativo: non avere ispirazioni significa in un certo senso vivere alla giornata, tirare a campare, arrendersi, che contrasterebbe con quanto detto prima. Tuttavia sappiamo anche bene quanto le ideologie nel ‘900 abbiano nuociuto al genere umano: Comunismo e Capitalismo si sono scontrati lasciando morte e deserto interiore dietro di sé. Dunque, forse, l’Italiano è semplicemente alla ricerca di una nuova narrazione che possa ispirare la sua vita, fino ad ora troppo stretta da necessità primarie a causa della recente crisi economica, possibile questa lettura del Rapporto? Forse troppo ottimistica ma se provassimo a sospendere il giudizio, a puntare su quella cultura che sembra essere sempre più interessante, beh forse da lì potrebbe partire la vera rinascita dopo l’evo oscuro che stiamo o abbiamo vissuto. Platone lo sapeva bene: per riformare lo Stato non basta cambiare forma politica, bisogna cambiare gli intelletti, forse noi lo abbiamo compreso, inconsapevolmente.

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Storie di chi “ce la fa” per davvero

Luigi Celeste è un giovane che ha ucciso suo padre perché picchiava la mamma. Il padre di Luigi era stato in carcere, liberato con indulto, era infermo mentalmente. Luigi e la sua famiglia non hanno avuto l’aiuto delle istituzioni e succede il peggio. Luigi riparte, in carcere studia, diventa informatico, oggi lavora in una multinazionale di informatica. La positività del negativo, quanto è importante credere anche nei momenti duri e durissimi, credere che dal male nasca il bene. È sempre possibile camminare.

http://www.la7.it/laria-che-tira/video/lintervista-a-luigi-celeste-una-storia-di-difficoltà-e-di-resilienza-28-11-2017-228372

La giovane di Porto Torres morta suicida e l’orrore del web

Schermata-2017-11-28-alle-18.38.09-960x460Michela aveva 22 anni e si è suicidata il 4 novembre scorso, probabilmente ricattata da tre “amici”, di cui una sarebbe donna, per un video girato a sua insaputa mentre aveva un rapporto sessuale. Sul cadavere è stato trovato un biglietto con la scritta “scusa”: non lo leggerà mai.

Michela era di Porto Torres, una cittadina a me carissima, dove si trova la basilica intitolata al Santo di cui porto il nome, San Gavino.

Porto Torres è stata un fiorente porto all’epoca dei Romani, comunicava per commercio con Ostia e negli anni sessanta del ‘900 è stata sede di un boom industriale consistente, ma purtroppo con la crisi economica nel 2010 gli stabilimenti sono stati chiusi e restano solo inquinamento e cassa integrazione.

Quando ci vai sei pervaso da sensazioni contrastanti: la cittadina è deliziosa, ma la mia sensibilità viene sempre colpita da un che di tristezza, come se le persone che vi abitano fossero baciate da un paesaggio meraviglioso e quieto ma limitate da esso, così come i destini di questa località che ha infinite potenzialità venisse ostacolato da qualcosa e non riuscisse a decollare.

In questo scenario colloco bene Michela, i suoi ultimi giorni che saranno stati di paura e angoscia, quegli “amici” che, magari per riempire il tempo o per farle pagare qualche torto subito, l’hanno ricattata. Poi il gioco è sfuggito di mano e la giovane è rimasta vittima di giudizio e ingiustizia.

Giudizio, perché conosco bene il tessuto sociale di quei posti: le persone hanno il cuore grande, sono vere e oneste, ma quando parlano “tagliano” e Michela avrà avuto terrore dei commenti dei suoi compaesani, appena ventiduemila persone o poco più, che erano venuti a conoscenza della sua vita intima suo malgrado. Ingiustizia, perché sebbene si parli di democraticità del web a me, scusate, ma sembra un’enorme ingiustizia che tutti possiamo dire, scrivere e postare tutto. Poi scavando più a fondo, mi dico che il problema non è il web, o non solo. Il fatto è che siamo pronti a giudicare chiunque, senza sapere da dove venga, che cosa abbia fatto, perché lo abbia fatto. Così deve avere pensato Michela, si sarà detta che i suoi genitori l’avrebbero disprezzata, il paese derisa, gli amici schivata. E si è tolta la vita. Perché? Perché filmata mentre aveva un rapporto sessuale, quanto di più intimo diventava pubblico, scena oscena, anziché atto d’amore. Però non ce la faccio a non ricadere su quanta responsabilità abbia la mentalità dell’immagine, quella in cui tutti dobbiamo vedere, fotografare, filmare tutto, in cui violiamo tutto con uno sguardo impudente, graffiante, indiscreto. Telefonini, iPad, computer e chi più ne ha più ne metta: immagini che colmano la carenza di affetti veri, di studi “sudati”, di chiacchiere fatte con un’amica in un caffè. No, ora parlo su Whattsapp e invio una foto per mostrare quanto siano belli i miei bimbi. Ma che società stiamo creando? Di voyeristi che non si muovono più per andare verso il prossimo, di relazioni costruite su immagini fatue che vogliamo gli altri abbiano di noi e, quando il castello crolla, quando ci vedono in tutto il nostro essere crolliamo noi, inesorabilmente. E’ un gioco grande, perverso, di cui troppi e, passatemi troppe, stanno pagando il fio. Un ultimo abbraccio Michela, che la tua storia ci faccia fare un passo indietro: nessuno può fotografare l’amore e tu sei stata violata mentre compivi un atto di amore, che certamente da quel filmato che ti ha fatto paura non traspariva per nulla.

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Abortite perché femmine. Le “non volute” del Montenegro.

Schermata-2017-11-22-alle-16.38.45Nezeljena significa non voluta in montenegrino, non voluta come migliaia di bambine abortite perché femmine. Nezeljena è la campagna lanciata dalla Ong montenegrina Centro per i Diritti delle Donne, che denuncia il fenomeno degli aborti selettivi nel Paese. Stando alle statistiche ed in particolare al rapporto ONU sulle popolazioni asiatiche del 2012, sarebbero state centodiciassette milioni le donne mai nate. Potrei andare avanti citando i Paesi che praticano e suggeriscono di non portare avanti la gravidanza dopo le prime ecografie che rivelino il sesso del nascituro, ma mi fermo, se stessi parlando direi che vorrei tacere un po’. Pensare.

Pensare che un fenomeno del genere deva avere delle radici profonde: nessuna donna abortirebbe a cuor leggero e chi è donna lo sa. Ipotizzo che la radice può profonda sia la povertà che renda le potenziali mamme fragili di fronte alla prospettiva di un futuro per sé e per la propria bimba ingrato, magari simile al loro presente scandito da fame, impossibilità di studiare, malattie e solitudine. Un’altra radice potrebbe rinvenirsi nell’indiscutibile androcrazia che caratterizza tutto il mondo: Paesi ricchi e non mettono solo uomini in posti di potere politico ed economico, con la conseguente diffusa mancanza di carità, di psicologismo, di cura, che pervade il mondo post moderno, che ama favorire attitudini più pratiche e orientate al profitto.

Ed ecco che il panorama fosco che tratteggiavo all’inizio non può lasciarci indifferenti o farci pensare che siano Paesi lontani lo scenario di quest’orrore, perché le precondizioni le creiamo noi, il nostro consumismo che favorisce sacche di povertà, la nostra superficialità che ci fa guardare al piccolo quotidiano fatto di minute conquiste personali a discapito di chi ci sta intorno. Possiamo negarlo? Io credo di no, mi pare evidente che stiamo andando verso una deresponsabilizzazione dell’essere umano che sempre meno accetta i limiti, che la vita stessa impone. Non voglio tuttavia strumentalizzare la questione per un ragionamento personale e preferisco limitarmi ad una piccola ulteriore considerazione: giorni fa si è riunito il Pontificio Consiglio della Cultura, sotto la presidenza del Cardinale Ravasi per trattare di questioni inerenti la genetica, le neuroscienze e l’intelligenza artificiale. In agenda la flessibilità del DNA che consentirebbe da un lato la cura per alcune malattie genetiche e dall’altro di creare esseri umani “su ordinazione”, dico io.

Mi viene da pensare che per gestire questioni di tale complessità quali “l’opportunità” o meno di avere figlie femmine in Paesi segnati dalla miseria e la potenzialità di modificare l’uomo, immagino per renderlo più intelligente e performante, richiedano una capacità di discernimento – come disse Papa Francesco pochi giorni fa riguardo alla questione del “fine vita” –  che mi domando se si possa accompagnare ad un’umanità sempre più tesa al profitto ad ogni costo. Un uomo sempre più avaro di valori, cultura, principii, sempre più volatile o, come si ama dire, liquido potrà mantenere quel criterio di proporzionalità e di benessere complessivo della persona, di cui sempre Papa Francesco ha detto?

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Heidegger e Papa Francesco

PapaFr“La tentazione di insistere è insidiosa, è moralmente lecito rinunciare all’applicazione di mezzi terapeutici, o sospenderli, quando il loro impiego non corrisponde a quel criterio etico ed umanistico che si definisce proporzionalità delle cure”. Va dritto al punto Papa Francesco nel convegno sul “fine vita” alla Pontificia Academia Pro Vita, come nel suo stile non lascia zone buie, spiega bene cosa intenda: parla di supplemento di saggezza necessario a quanti chiamati a discernere – usa bene questo termine, sulla scorta di Sant’Ignazio di Loyola – sull’opportunità o meno di proseguire con interventi terapeutici che non promuovano la salute integrale della persona; parla di proporzionalità delle cure.

Chiarissimo e chiarissimi anche i riferimenti a quanto affermato nel catechismo della Chiesa Cattolica e da Pio XII nel 1957 nonché dall’ex Sant’Uffizio nel 1980.

Heidegger, filosofo controverso, sottile e difficilissimo, si interrogò sull’essere e sul rapporto che questo ha con la tecnica. Vediamo: l’uomo per Heidegger è luogo dell’essere, l’unico essere che sa di esistere e che abbia la capacità di interrogarsi sullo stesso, di rielaborarlo, di trarre un quid che stia dietro ad ogni cosa; lo percepisce, anche se rimane come sorta di fondo oscuro ma al quale ci avviciniamo costantemente ed incessantemente. Bene, agendo attraverso la tecnica l’uomo svela l’essere, ovvero sia: se l’artigiano fa una sedia lo fa perché questa abbia uno scopo, dunque con la tecnica porta alla luce l’essere della sedia. Ma la questione nel caso dell’uomo e della tecnica può essere assai più complessa, quando non si producano solo oggetti ma ove si susciti la natura in qualcosa che altrimenti non farebbe da sé, come nel caso di farmaci o macchine o energie, per trarne un vantaggio o profitto, specifico che a quanto io ne sappia il filosofo non affrontò questioni inerenti precipuamente la medicina.

Se l’artigiano plasmando la materia dà ad essa una finalità che non avrebbe potuto essere altrimenti che quella, dall’altro c’è la tecnica moderna che attraverso la creazione di macchine, computer, medicine, mass media crea un sistema che sprigiona energie che interrogano l’essere stesso. Insomma, se costruisco una macchina che tenga in vita l’essere umano sto interpellando l’essere stesso sulla vita, sul suo senso, sul limite, sull’accettazione, e chi più ne ha più ne metta. Esattamente a questo punto, in questa riserva di significati, l’uomo perde la sua signoria sulla tecnica, non è più artigiano ma rischia di essere sopraffatto dai mezzi che crea, interpellato da essi di non saper rispondere.

Bene fa Papa Francesco a ricordare che serve un supplemento di saggezza e, soprattutto, di discernimento perché pare che se siamo diventati così bravi a creare oggetti o medicine, viva Dio, non siamo altrettanto bravi ad applicarli come e quando serva. Non che sia semplice, tutt’altro, ma ho il timore che la tendenza a vedere profitto e leggi del successo ovunque offuschi l’uomo sul suo vero essere creatura o, se si preferisce, mera unità biologica, finita. Nasciamo, viviamo e moriamo. Tutti. La sensazione che ho, però, è che viviamo per dimenticarcelo e sfuggiamo all’approfondimento che l’applicazione di certa tecnica richiede. In definitiva perdiamo il senso del reale.

Buffon, eroi e cavalieri

Qualche sera fa mi è capitato di ascoltare le dichiarazioni del capitano della Nazionale Italiana Gianluigi Buffon in occasione della sconfitta dell’Italia ad opera della Svezia, costata agli Azzurri la qualificazione al Mondiale 2018.
Gigi, l’uomo che ha vinto tutto, compreso una notorietà globale e tanto affetto da parte di tifosi e non, perde la possibilità di giocare un ultimo Mondiale, ma fin qui nulla di nuovo e c’est la vie.
Eppure Buffon dà una spolverata di valore anche ai suoi ultimi attimi da capitano della Nazionale: le sue parole e lacrime per il deludente risultato aprono scenari molto più ampi di quelli di uno stadio di calcio: «Dispiace non per me, ma per il movimento – dice il numero uno della Nazionale – Abbiamo fallito qualcosa che poteva essere importante a livello sociale. Questo è l’unico rammarico che ho, perché il tempo passa ed è tiranno ed è giusto che sia così. Dispiace che la mia ultima gara sia coincisa con l’eliminazione dal Mondiale».
Poi, il commiato definitivo: «Futuro del calcio italiano? C’è, perché noi abbiamo forza. Donnarumma, Perin e gli altri non mi faranno rimpiangere. Un abbraccio a tutti quelli che mi hanno sostenuto»
Come non volare verso quella che i Greci chiamavano aretè, ovvero la virtù, che diventerà poi la paideia o cultura ellenica, ripresa dall’Umanesimo, da tanta parte della civiltà germanica nonchè concetto su cui la filosofia ha lavorato e lavora tanto?
Alcuni saranno già saltati sulla seggiola a leggere di un calciatore associato a cotanto patrimonio intellettuale ma vediamo, per quanto possibile, cosa sia questa aretè. Sappiamo che l’uomo greco era zoon politikon: il singolo, spiccatamente fino al quarto secolo, traeva la sua essenza dal vivere in un contesto politico, in una comunità – la polis – ove si discuteva, si domandava, si imparava, si faceva ginnastica, in definitiva si viveva. Per dare una dimensione, il campo di azione di Socrate erano i ginnasii, ovvero le palestre. Ciò detto, si contraddistingueva come aristos, ovvero virtuoso e valente in Omero, colui che aveva la forza fisica e l’intelligenza – doti estremamente relate – di fare qualcosa, di compiere un dovere e il naturale risultato di ciò era di ricavarne stima e riconoscimento sociale.
Inoltre, sempre dai poemi di Omero, ma anche dalla più tarda filosofia, apprendiamo che il bello, kalon, è un valore ovvero è un bello ideale che contrasta con termini quali piacevole e utile. Il supremo sentimento dell’amicizia era kalon poichè si basava non tanto su una stima personale quanto su una simpatia per l’umano in generale, era l’ammirazione per quanto di umano vi fosse nel singolo e un rispetto per il valore di quest’ultimo.
Infine la bellezza esteriore, quando riferita ad un uomo, era riflesso di quanto questo ideale venisse incarnato: non esisteva bellezza che non si accompagnasse a virtù.
Bene, siamo ancora lontani da Buffon? Non mi pare, sembra invece che le ultime dichiarazioni del capitano siano una gloriosa chiosa emblema del suo valore umano. La sua attenzione all’Italia, il senso di responsabilità per un obiettivo non raggiunto, che avrebbe potuto essere importante per tutti, gli amici che gli daranno seguito; ecco che si staglia una meravigliosa figura di quarant’enne a metà tra un valente eroe greco e un cavaliere che accetta onori e oneri, che passa volentieri il testimone della propria bravura ai compagni.
Dunque perché no? Un calciatore può diventare manifestazione di quanto di più nobile l’essere umano possa incarnare, ovvero la virtù ed il valore dell’umano che i Greci ci hanno tramandati e di cui il Cristianesimo ha fatto tesoro. Bravo ancora una volta, soprattutto questa volta Gigi, che vince meritando la dignità di un eroe cavaliere.

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La polvere sotto il tappeto

migr“Siamo orgogliosi perché non alziamo muri e non chiudiamo porti”, così esordisce il Premier Paolo Gentiloni Silveri intervenuto al meeting di Medici con l’Africa Cuamm, ad Assago alle porte di Milano, che registra tra gli altri presenti il Presidente della BCE Mario Draghi e l’ex Premier Romano Prodi. Prosegue Gentiloni: “L’unica cosa che mi viene da dire è semplicemente: grazie. Grazie a tutti voi, grazie per quello che fate e per l’esempio che date, che fa bene all’Italia, oltre che a voi stessi”.  “Date un esempio meraviglioso – aggiunge – e fate quello che credo nel corso della vita dovrebbero fare tutte le persone di buona volontà”.

Il Premier ha ragione, l’associazione Medici per l’Africa Cuamm è la prima che si occupi “della tutela e della salute delle popolazioni africane portando cure e servizi agli abitanti del Paese”, così si legge nello statuto, “sporcandosi le mani” dico io, al fianco di medici e infermieri locali; ma si tratta di un’organizzazione non governativa e immagino abbia pochi mezzi rispetto alle macro contesto.

Gentiloni, figura a mio modesto avviso ottima, conosce bene la diplomazia: discende infatti da Vincenzo Ottorino Gentiloni, noto per il Patto Gentiloni Silveri, che sancì l’ingresso dei cattolici nella vita politica italiana. Per essere buoni politici, nel senso letterale della parola, non si però “nascondere la polvere sotto il tappeto”: quella non è più politica, non dovrebbe.

Sappiamo bene infatti che sebbene trionfalisticamente il Viminale abbia annunciato un ingente calo degli sbarchi provenienti dal nord Africa, frutto dell’accordo fra la Libia di Fayez Al-Serraj e l’Italia, i dubbi sull’efficacia dell’accordo e sulle pratiche intraprese dalle milizie libiche siano tanti. Viene infatti da chiedersi cosa ne sia di quanti non sbarchino più, domanda che Emma Bonino pone dalle colonne di Repubblica, mettendo in dubbio la sinergia tra governo italiano e libico.

Pare infatti che in Libia sia incrementata l’attività dei lagher, che vengano pagate le milizie locali per non fare partire i migranti e che questi poveracci finiscano vittime di traffico d’organi, violenza, abuso e intimazione verso i familiari, costretti a pagare per avere i loro cari indietro. In effetti gli ultimi eventi: lo sbarco di ventisei donne arrivate morte a Salerno e l’ultima tragedia avvenuta a trentacinque miglia dalla Libia il sei novembre, in cui hanno perso la vita almeno cinque persone sono emblematici. Tanto più che il video dell’ultima sciagura dimostra come la Guardia costiera libica non si sia fermata nemmeno all’allarme della Marina Militare Italiana: un uomo era rimasto in acqua attaccato ad una cima della motovedetta libica, gridavano gli italiani.

Verrebbe da dire che la liaison Libia – Italia non sia così perfetta e che le istituzioni, anziché fregiarsi di numeri, avrebbero il dovere di ammettere tutte le criticità in gioco nella vicenda.

Certo che l’azione delle Ong va lodata, certo che il Premier fa bene a sottolineare quanto l’Italia spesso ob torto collo faccia in campo migratorio, ma il rischio di praticare una politica il cui sottotesto sia “ammazzatevi pure, basta che non diate fastidio” è concreto.

Gentiloni ha un substrato culturale, anche cattolico, solido e profondo e oltre a lodare le “persone di buona volontà”, bene farebbe ad ammettere quanto la situazione sia problematica, che lo stesso premier del paese africano sia troppo debole per essere valido interlocutore e a sottolineare non tanto quanti non partano più, ma quanti muoiano restando in patria.

Il primo dovere per un uomo delle istituzioni del rango del Premier è quello di esaminare la realtà in tutte le sue parti e di renderne partecipe il Paese. Questo è quello che ci si aspetta dai grandi.

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