Il cristianesimo ha un’essenza?

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Da tempo mi accompagna una domanda circa la verità, o Verità, del Cristianesimo; nelle mie poche esperienze, approfondimenti ed incontri infatti mi imbatto in quanti come me si professano Cristiani, ma pensano o dicono o fanno cose completamente differenti da me.

Allora, esiste un’essenza del Cristianesimo? Esiste un fare Cristiano? Provo a rispondermi, specialmente attraverso il meraviglioso lavoro di Adolf Von Harnack che si intitola L’essenza del Cristianesimo.

Cosa sia il Cristianesimo a livello storico è tutto sommato ben delineato: compare l’uomo storico Gesù, la sua predicazione diventa dirompente e questa viene incardinata all’interno del pensiero greco dai primi apologeti, proprio per contenerne la forza e per permetterle di non estinguersi. Il resto, tra tanti eventi controversi, è storia.

Ma il Cristianesimo è – suggerisce Harnack – fondamentalmente Gesù Cristo, il Vangelo e l’azione che questi hanno svolto sull’uomo singolo determinato nel tempo e nello spazio.

Cristo, come ogni personaggio storico, ha fatto qualcosa di grande ma soprattutto ha lasciato un’eredità, che all’interno dell’animo umano continua a germogliare da quando Egli è stato. Se è vero che le grandi personalità si distinguono per i comportamenti che suscitano in quanti li eleggono a loro signori, questo quid che risiede nella parte più spirituale e intima di noi e che ci fa agire in maniera così “atipica”, è l’essenza del Cristianesimo.

A mio avviso e con Harnack, bisogna scavare ancora un po’ per chiarire meglio una risposta alla domanda su chi sia realmente un Cristiano, sia perchè essa risiede nel profondo dell’essere, sia perchè la religione spesso diventa fatto istituzionale e politico, il che non è deprecabile in sé e per sé, ma bisogna esserne consci per evitare di attribuire a Cesare quanto è di Dio e viceversa.

Mi si conceda di mettere a fuoco a questo punto un tratto fondamentale del Cristianesimo che ci aiuta nella ricostruzione, ovvero il tono utilizzato da Gesù, che a dispetto di scribi e farisei “predicava come avendo autorità”, e cosa ha annunciato il Figlio, sulla cui predicazione autorevole si fonda il nostro credo? Il Vangelo: Il regno del Padre. Più precisamente il suo “avvento interno” – potremmo dire interiore con Sant’Agostino – per quanti abbraccino l’etica Cristiana.

Sarà allora importante capire quale sia questa etica, così essenziale al vivere una vita cristiana; ebbene, quella del primato dell’intenzione. Infatti la morale farisaica, in relazione ed in opposizione alla quale predicò il Salvatore, era zeppa di riferimenti a casi particolari, piena di rituali, era prescrittiva. Per il Cristiano la rigida legge diventa l’amore di Dio, quell’amore cui conformarsi quando si agisce, quell’amore che si riversa sulle creature tramite il Cristo per Grazia, e che esse a loro volta donano sempre per Grazia al prossimo, con carità. Il Cristianesimo è etica di carità nella sua dimensione interiore, dunque un’azione è eticamente cristiana se sinceramente prende le mosse dall’amore cristiano.

Questa è certamente la cifra del Sermone sulla montagna, in cui costantemente si fa riferimento al primato dell’intenzione in qualunque attività umana: i beati infatti non sono quanti abbiano adempiuto a dei precetti, ma quanti abbiano obbedito alla coscienza del Bene. Come sappiamo Gesù recise ogni legame col culto esterno ed ebbe parole nette di condanna per quanti facevano vacillare il prossimo sotto il peso di un ideale di bene, mandando poi offerte al tempio. In questo Egli fu nitido: l’amore Cristiano è agapico, smisurato, ha il suo scopo in sé, è puro servizio per l’altro; per ciò stesso pertiene a una dimensione nascosta e intima dell’essere. Se questo è il Cristianesimo, chi sono coloro che possono amare in questo modo così esigente? Gli umili, ovvero i beati poveri di spirito, quanti si trovino nello stato dell’anima di implorare Dio – non a caso iniziamo le preghiere con l’invocazione: “O Dio vieni presto a salvarmi” – che è il grido dell’indigente.

Questo grido che sgorga in preghiera ci porta a impetrare la Grazia, che ci rende imitazione di Cristo, nel profondo dello spirito. Dunque l’essenza del Cristianesimo è questa somiglianza, che per i tratti con cui abbiamo descritta, sembra essere sondabile solo da Dio…

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Il DNA del Cristiano e la politica

Schermata-2018-01-21-alle-21.08.51Nel ‘900, con la relatività di Einstein in campo scientifico, col crollo delle ideologie totalitarie in campo politico e le due guerre mondiali a corollario, si è messa in crisi la capacità onnicomprensiva della ragione. Tutto ciò che era certo – dai confini territoriali alla nozione di tempo e molto altro ancora – non lo è stato più. Ciò ha suggerito all’uomo moderno che non tutto si può comprendere definitivamente, perchè la realtà è più forte del pensiero, lo supera sempre.

Tradotto in termini antropologici, ciò si è tradotto nell’assenza di certezze univoche per l’individuo, costretto a rivedere i valori come prodotto storico e le forme di comprensione tradizionali come inadeguate, e resosi vulnerabile. Senza l’autodifesa razionale, l’Io non ha un modello cui appellarsi e non gli resta che vivere ciò che gli si presenta davanti: il reale, così com’è, svuotandosi delle sicurezze che aveva.

Ma non è codesta la condizione in cui si è trovato Cristo fatto uomo? Cristo che rinuncia alla sua divinità per vivere come noi, non si (auto)limita ad avere a che fare con la realtà, ma in maniera nuova e del tutto specifica? A mio avviso sì. La vita è relazione, lo diciamo sempre, è politica dunque, perchè il termine sottende sia una dimensione sociale relazionale che una dimensione di spazio pubblico. Come orientarci dunque? Cito San Paolo:

E se avessi il dono della profezia
e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza,
e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne,
ma non avessi l’amore,
non sarei nulla” 

Bene, quindi? Quindi a livello politico il Cristiano non può che vivere la chenosi di Cristo praticando l’amore agapico, nostro unico, vero DNA. Il Cristiano deve farsi debole, stare con i deboli, vivere per i deboli. Per parlare chiaro e pragmaticamente, credo che i tempi della DC siano finiti e neppure debbano ricominciare: l’uomo è cambiato, ha forse gli stessi bisogni materiali ma non spirituali. Il Cristiano autentico d’oggi non si sente rappresentato in una serie di istanze propagandistamente esposte, ma chiede un impegno di verità al singolo delegato, che deve essere Cristiano in senso forte, autentico. Se dovessi votare qualcuno in quanto Cristiana vorrei si trattasse di un uomo (o donna) in carne ed ossa, capace di incarnare consapevolmente un ethos Cristiano, non un’ideologia. Il che tradotto in programmi vuol dire: attenzione al prossimo più emarginato, investire in formazione di qualità per favorire la crescita della persona, credere nel dialogo interreligioso, tenere toni bassi, evitare uno stile aggressivo e molto altro, ovviamente. In definitiva vuole dire “sporcarsi le mani” con quanto nessuno vuole fare perchè ritenuto antieconomico o poco appealing. Parliamoci chiaro, togliere una tassa o togliere le barriere architettoniche da una città come Roma – patrimonio mondiale e Cristiano per eccellenza – presume scelte di fondo molto differenti. Ancora, cosa dovrebbe chiedersi un politico cristiano? A mio avviso solo una cosa: “Come faccio a farti stare meglio?”. Abbiamo un tesoro che è quello della “logica” – paradossale – dell’amore, del servizio verso il prossimo e dovremmo rispolverarla in tutti gli ambiti per la verità, ognuno nel suo piccolo o grande che sia.

L’economia ha preso il sopravvento sulla politica. Si pensava che questo avrebbe prodotto benefici, mentre sappiamo che così non è stato; per invertire il segno dei tempi occorre leggere l’opportunità di vivere un Cristianesimo originario, improntato a quanto più ci contraddistingue, ovvero l’amore per l’altro. Questo significa farsi deboli, come Cristo? Sì, e solo con l’aiuto di Cristo lo si può fare veramente, ma solo questo c’è da fare.

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Ma si può usare Dio?

Schermata-2018-01-09-alle-10.33.12.pngDa molto tempo studio, da un po’ di anni studio filosofia, da sempre “so di non sapere”, ma questo mi crea sempre meno problemi. Da diversi anni vivo nel perimetro di un’esperienza di fede cristiano-cattolica con assidua convinzione, ma da altrettanto tempo non sono più certa di cosa sia l’ortodossia, né questo ora, mi crea problema.

Mi spiego e dichiaro a priori che alla base di quanto sto per scrivere vi è uno studioso molto solido, che si è salvato dalla depressione grazie al Cristianesimo: William James, medico, filosofo e psicologo che operò a cavallo tra la fine dell’‘800 e i primi del ‘900, che ha svolto gran parte della sua carriera ad Harvard, Presidente della Society for Psychological Research nel 1894-95. James ha scritto due opere cardine in materia di analisi del fenomeno religioso, in particolare i miei studi mi hanno portata ad approfondire Le varietà dell’esperienza religiosa.

Come facilmente verificabile, non prendo a paradigma un insipiente o relativista banale, ma uno scienziato approdato alla psicologia passando per la filosofia; già dal titolo dell’opera che ho citato si desume quanto William James sia interessato a una dimensione fattiva, personale e pratica del fenomeno religioso. L’assunto di base è che l’uomo è volto per sua natura al bene, in primis personale, poi degli amati e poi della società. Chiunque, per perseguire tale bene, abbraccia delle credenze per potere compiere scelte ed agire: se non credessi di potere tornare a casa sana e salva non uscirei di casa tutte le mattine, ovviamente. Allo stesso modo pensa anche la scienza, che con la sua forma mentis empirista mira a risolvere dei problemi basandosi su degli assunti di base, assimilabili a delle credenze. Ricordiamo tutti, ad esempio, il principio di inerzia di Newton:

Un corpo mantiene il proprio stato di quiete o di moto rettilineo uniforme, finché una forza non agisce su di esso“.

Sappiamo però che questo enunciato si basa su una condizione, che un corpo possa non essere sottoposto a delle forze, dunque procedere con moto rettilineo uniforme all’infinito, che nel reale non si dà né si è mai data.

Ergo, per analizzare, capire, risolvere ed agire dobbiamo credere, e questo ci porta a imboccare strade, creativamente e fattivamente. Sappiamo bene quanto esimi scienziati, quali Galileo, Copernico, Einstein solo per citarne alcuni, abbiano sfidato il buon senso postulando tesi ritenute impensabili e quanto questo abbia portato a progressi immensi in ogni ambito.

Bene, James – lo scienziato, psicologo e filosofo – osserva che in definitiva l’uomo religioso fa lo stesso: crede per agire, per preservarsi dal male e coltivare il bene che identifica in primis nella sopravvivenza e poi nel perseguimento di quanto ritenga degno di valori.

Sorgono almeno due criticità: da un lato la possibilità di un atteggiamento dogmatico, quanto di più esecrabile per lo scienziato in oggetto, dall’altro il rischio di uno svuotamento della religione dalla sua pretesa di verità assoluta.

A questo punto è importante precisare che James intende con religione un qualunque sistema di credenze, che ci fornisca un apparato teorico – pratico sulla scorta del quale approcciare la realtà. Non mi soffermerò sulla prima criticità per necessità di brevità, ma mi interessa capire se pensare alla religione in modo pragmatista come fa il Nostro, la svuoti veramente del suo contenuto, del suo statuto ontologico. Io credo di no, affatto. J.H. Leuba si spinse a dire che nella misura in cui gli uomini possono servirsi di Dio non interessa loro del fatto che Egli esista o meno nè di chi sia. Se Dio si dimostra utile, in definitiva, l’uomo gli si affida o forse lo usa, senza indagare oltre. Leuba dirà anche “La religione è ciò che la religione fa”, va giudicata insomma in base alla sua efficacia pratica e psicologica, ovvero dalla sua capacità di perseguire la salvezza, o materiale o psicologica dell’individuo.

Mi rendo conto delle criticità di questo ragionamento, che a tratti risulta urticante e posto su terreno umbratile, ma ad un’analisi onesta non posso dire che i due studiosi siano troppo lontani da una parte di vero. La religione in effetti, penso al Cristianesimo, postula un atto di fede in un’entità non verificabile, e in cambio promette salvezza e guarigione, sia materiale che spirituale. Ma questo non equivale a dire che in definitiva non è sommamente importante capire Dio, dato che nessuno lo conosce, ma usarlo? Usarlo per salvarsi, usarlo per salvare, usarlo per amare? Quando facciamo la comunione non Gli stiamo forse chiedendo di essere un tutt’uno con Lui e con i nostri fratelli? Certo, dire che la religione risieda in un terreno psichico innato, non è scevro da implicazioni, e affermare che la bontà di una religione si giudichi dai frutti, nemmeno. Tuttavia si leggono a mio avviso degli anfratti di verità da non trascurare. Ciò ci richiama infatti alla responsabilità dell’atto pratico che scaturisce da un credo religioso, vero biglietto da visita dell’essere umano.

Allora, si può usare Dio? Perchè no, se il nostro stare bene in lui sia fecondo per la nostra vita, la protegga e la faccia fiorire; se questo comporti un atteggiamento pieno di Grazia verso l’altro, ma perchè no? Non ci chiede forse questo il “nostro” Dio, che si è fatto esperienza personale?

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C’era una volta una madre

La Corte costituzionale: noi alla maternità surrogata, sì all’interesse del minore

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Questa storia inizia così: c’era una volta una madre, poi una madre e poi ancora una madre; e c’era una volta un bambino. La vicenda di cui scrivo è complicata ed è al centro delle cronache di questi giorni, provo a spiegarla: una coppia eterosessuale di Milano era andata in India per avere un bimbo, attraverso la maternità surrogata, poichè la futura mamma aveva contratto un tumore che le avrebbe impedito di rimanere incinta e di affrontare la gravidanza. I coniugi dunque hanno deciso di affidare il gamete della mamma a una donna indiana. Il bimbo era stato concepito col seme del padre biologico, marito della donna impossibilitata a concepire. I neogenitori a quel punto sono tornati in Italia e hanno chiesto la trascrizione dell’atto di nascita del neonato, che per la legge indiana era figlio dei genitori italiani; non così invece per la legge italiana, che vieta la maternità surrogata. Il caso viene segnalato dall’Ufficio trascrizioni alla Procura della Repubblica e il Pubblico ministero chiede a questo punto che il bimbo venga tolto ai genitori (la coppia milanese), mentre i genitori parallelamente ottengono la trascrizione  del certificato. Il bimbo allora viene dato in adozione, ma al test del DNA risulta figlio della coppia e la legge italiana lega la maternità al parto… Ad aggiungere complessità su complessità, la donna che lo ha avuto in adozione ne reclama la maternità e si rivolge alla Corte costituzionale, che si pronuncia confermando l’illiceità della maternità surrogata in Italia ma chiamando altri giudici ancora a pronunciarsi su quale sia il bene del bambino, da conciliare col principio di verità, pronunciandosi come segue: «L’imprescindibile presa d’atto della verità» da parte dei tribunali non fa venire meno l’interesse del bambino, e quindi la madre non genetica non può essere disconosciuta (né riconosciuta) in automatico.

I giudici costituzionali così non si decidono se la genitorialità di quel bambino vada sempre tolta o sempre lasciata alla madre «intenzionale» che lo ha cresciuto (ma non ha legami genetici con lui), ma affermano che i tribunali nel decidere sulla questione devono sempre valutare se far prevalere l’interesse alla verità o l’interesse del minore. Non ho giudizi né soluzioni, ma tant’è: c’è un bimbo con tre madri (biologica, surrogata e de facto), conteso da due di queste. Che dire a quella creatura a questo punto della storia? Beh, io prego (forse sogno) che gli si dica che è figlio di Amore, di tanto amore, forse troppo. Se lui chiedesse allora cosa l’amore sia, i bimbi hanno la prerogativa di ricercare l’essenza delle cose, vorrei gli si spiegasse che l’amore è quella cosa che ognuno dona come può quando può; vorrei gli si spiegasse che probabilmente la sua mamma biologica, stretta da un cancro e minacciata nella sua speranza di vita voleva con tutta se stessa la sua nascita, voleva sentire che qualcosa di sé sarebbe continuato anche quando lei non ci sarebbe stata più, che certe cose ti mettono dinanzi il senso della vita, che finisce, sempre. Vorrei gli si spiegasse che per questo la donna ha sfidato tutto e tutti, perfino la legge e il raziocinio, che l’amore questo fa: sfida un limite. Vorrei che sapesse che la sua mamma adottiva è quella che lo ha amato nella realtà, che dunque non ha nulla di più nè di meno rispetto alle altre, anzi è quella che ha dell’amore la parte meno ideale e più reale, ovvero la pratica: i pannolini da cambiare, le maestre da sopportare, i nonni da gestire, il raffreddore quando tutto è pronto per partire, anche qui: quanto amore! E poi c’è la mamma surrogata, che lo ha portato in grembo, quella che durante la vita intrauterina, sempre più valorizzata dalla scienza, magari lo ha stretto o gli ha parlato o lo ha protetto da qualcosa o qualcuno. Chissà.

Insomma vorrei che da questa vicenda non fosse espunto l’elemento fondamentale che unico e solo può favorire un buon discernimento: l’amore. Sono convinta che definire l’amore sia impossibile perchè non è concetto, ma atto, prassi, azione dunque non ho soluzioni pratiche da dare, a questo penseranno i tribunali, ma ho punti da sollevare, perchè se una cosa possiamo fare è essere all’erta rispetto ai segni del tempo. E mi sembra che questo tempo ci dica che l’uomo moderno sia confuso, ma desideroso di amare come può – come sempre – da che il mondo è mondo.

Anche apparso su https://mauroleonardi.it/2017/12/21/le-lettere-gavina-masala-cera-volta-madre-la-corte-costituzionale-no-alla-maternita-surrogata-si-allinteresse-del-minore/

I ragazzi e quel fuoco da accendere

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Pochi giorni fa mi sono imbattuta in un articolo particolarmente costruttivo sulla scuola e sulle tecniche di insegnamento rivolte ai ragazzi. A scrivere è un neuroscienziato, Lamberto Maffei, già presidente dell’Accademia nazionale dei Lincei, che propone “la scuola della parola”.

Maffei, dalle colonne di Avvenire, afferma quanto una scuola della parola possa forgiare la struttura dell’essere umano: il discorso infatti fa capo all’emisfero della razionalità, quello del dialogo, della riflessione, del tempo lento, quello che se adeguatamente coltivato suggerisce il pensiero prima dell’azione. Da qui l’esortazione agli insegnanti a proporre temi su cui dibattere in classe con i discenti ricordando che, come diceva Voltaire, i ragazzi non sono vasi da riempire di nozioni, ma fuochi da accendere di entusiasmo e di interesse.

In questo modo, anzichè dare un ruolo passivo all’alunno che spesso viene inondato di dogmi, gli si dà la possibilità di conquistare il suo sapere, di maturare un’opinione suffragata dal metodo e dalle conoscenze del docente.

Mi sono ritrovata a mio agio in questa proposta forse perchè ho la fortuna di studiare in un ateneo dove questo già si fa, forse perchè la descrizione del Prof. Maffei mi ha fatto ritornare all’accademia platonica, all’insegnamento tramite dialoghi che ivi si praticava e a Gesù, il maestro della Parola.

Socrate, l’educatore per eccellenza e colui che sa di non sapere, aveva intuito che conoscere non significa possedere, ma costruire, che cosa? La verità, in un dialogo continuo maestro – discepolo: in sostanza il sapere diviene una relazione, asimmetrica, che accenda una scintilla derivante da due punti di vista che si incontrano.

Imparare per i Greci significava mettere in discussione, combattere in un agone, per togliere il sapere dalla vuota opinione e farlo arrivare alla verità, che è in continuo divenire, prospettica e contingente.

Allora mi soffermo a pensare quanto l’avvento e predominio della scienza, benedetto per molti versi, ci abbia tolto il piacere per questo tipo di sapere e di argomentare, perchè vale solo ciò che è scientifico, indiscutibile.

Ma siamo sicuri? La realtà è più complessa di come il prezioso assioma scientifico ce la proponga, la maggior parte delle esperienze che viviamo sono prive di logica ma dotate di massimo senso, che va riscoperto e ridonato in ogni istante.

Un sapere “malleabile” non ci fa attaccati al nostro punto di vista, ma sempre pronti a partire per un nuovo viaggio: quello della riscoperta del significato, alla luce della relazione che si ha con l’evento e con l’Altro, sommamente importante in questa prospettiva.

Aleteia, verità in greco, si riferisce a quanto dischiudendosi dalla tenebra riconosciamo come nostro, impossibile a mio avviso non trovare un parallelismo anche con l’insegnamento cristiano, che mai deve imporre ma accogliere un’ispirazione. Gesù parlava, si ritirava in preghiera, suggeriva tramite parabole, per lasciare liberi gli uditori di abbracciare il suo messaggio o meno, tanto è vero che spesso era oggetto di domande e usava fare ottime domande, ricordiamo: “Pietro, mi ami tu?” riportata nel Vangelo di Giovanni. Il Cristiano “indottrinato” a mio avviso non può definirsi tale, dato che Cristo è stato maestro protrettico, ovvero ha suscitato dall’interno la conoscenza della Verità, parlando.

Bello sarebbe che questa “scuola della parola” proposta da Maffei venisse presa in considerazione, più di mille vuote riforme che sono sempre in agenda e che non fanno che girare intorno al problema: andiamo a scuola per imparare, per mettere in crisi idee ricevute, ma per farlo dobbiamo essere accesi di entusiasmo e riconoscere quanto ci venga insegnato come affine a noi, altrimenti il massimo piacere sarà la rimozione di quest’ultimo.

Bello che l’esortazione al dialogo, con tutta la sua fecondità di implicazioni umane, questa volta giunga da uno scienziato; la filosofia e la fede già lo sapevano…

Italiano, tirati su!

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Italiani afflosciati? Cinquantunesimo rapporto CENSIS sulla situazione sociale del Paese.

Poliedrico il ritratto dell’italiano che si staglia dal Rapporto CENSIS uscito in questi giorni: l’economia è in crescita, più che in altri Stati europei, aumentano le spese per il tempo libero, ma emerge una povertà di miti e idee che hanno caratterizzato le grandi riprese economiche di cui il nostro Paese è stato protagonista, dal dopo guerra ad oggi.

Vorrei fare due osservazioni in merito: nel trattare la notizia i mass media hanno dato grande rilievo a quanto le spese per smartphone, musei, cinema, mostre e parrucchieri siano aumentate. A mio avviso leggere questi dati insieme è profondamente sbagliato e rischia di divulgare un messaggio fallace, mi spiego: spendere per uno smartphone significa spendere per una dimensione che non esiste, pagare per vivere in un mondo nel quale non c’è spazio né tempo. Pagare per una mostra significa volere capire, comprendere e vivere il proprio tempo. I due fenomeni sono profondamente diversi e come tali vanno trattati, la mia non è una crociata contro le tecnologie, che uso ma cerco di non abusare, ma un’osservazione che mi porta ad avere coraggio di sperare in un’Italia del futuro migliore: l’italiano che spende in cultura, quella con la “C” maiuscola, ha ancora il coraggio di sperare che l’uomo non sia solo carne, materia, orizzonte piano, ma che sia fatto di una dimensione spirituale che vada alimentata, viva Dio. Questo si sarebbe dovuto mettere in rilievo maggiormente, per dipingere a tratti marcati e decisi un Paese in ripresa, non solo dal punto di vista economico, ammesso che quest’ultima notizia sia vera.

Si mette poi in risalto quanto l’Italiano sia diventato povero di miti, di grandi ideologie che lo spingano in avanti, ciò a mio avviso nasconde un lato positivo ed uno negativo. Inizio dal negativo: non avere ispirazioni significa in un certo senso vivere alla giornata, tirare a campare, arrendersi, che contrasterebbe con quanto detto prima. Tuttavia sappiamo anche bene quanto le ideologie nel ‘900 abbiano nuociuto al genere umano: Comunismo e Capitalismo si sono scontrati lasciando morte e deserto interiore dietro di sé. Dunque, forse, l’Italiano è semplicemente alla ricerca di una nuova narrazione che possa ispirare la sua vita, fino ad ora troppo stretta da necessità primarie a causa della recente crisi economica, possibile questa lettura del Rapporto? Forse troppo ottimistica ma se provassimo a sospendere il giudizio, a puntare su quella cultura che sembra essere sempre più interessante, beh forse da lì potrebbe partire la vera rinascita dopo l’evo oscuro che stiamo o abbiamo vissuto. Platone lo sapeva bene: per riformare lo Stato non basta cambiare forma politica, bisogna cambiare gli intelletti, forse noi lo abbiamo compreso, inconsapevolmente.

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Storie di chi “ce la fa” per davvero

Luigi Celeste è un giovane che ha ucciso suo padre perché picchiava la mamma. Il padre di Luigi era stato in carcere, liberato con indulto, era infermo mentalmente. Luigi e la sua famiglia non hanno avuto l’aiuto delle istituzioni e succede il peggio. Luigi riparte, in carcere studia, diventa informatico, oggi lavora in una multinazionale di informatica. La positività del negativo, quanto è importante credere anche nei momenti duri e durissimi, credere che dal male nasca il bene. È sempre possibile camminare.

http://www.la7.it/laria-che-tira/video/lintervista-a-luigi-celeste-una-storia-di-difficoltà-e-di-resilienza-28-11-2017-228372

La giovane di Porto Torres morta suicida e l’orrore del web

Schermata-2017-11-28-alle-18.38.09-960x460Michela aveva 22 anni e si è suicidata il 4 novembre scorso, probabilmente ricattata da tre “amici”, di cui una sarebbe donna, per un video girato a sua insaputa mentre aveva un rapporto sessuale. Sul cadavere è stato trovato un biglietto con la scritta “scusa”: non lo leggerà mai.

Michela era di Porto Torres, una cittadina a me carissima, dove si trova la basilica intitolata al Santo di cui porto il nome, San Gavino.

Porto Torres è stata un fiorente porto all’epoca dei Romani, comunicava per commercio con Ostia e negli anni sessanta del ‘900 è stata sede di un boom industriale consistente, ma purtroppo con la crisi economica nel 2010 gli stabilimenti sono stati chiusi e restano solo inquinamento e cassa integrazione.

Quando ci vai sei pervaso da sensazioni contrastanti: la cittadina è deliziosa, ma la mia sensibilità viene sempre colpita da un che di tristezza, come se le persone che vi abitano fossero baciate da un paesaggio meraviglioso e quieto ma limitate da esso, così come i destini di questa località che ha infinite potenzialità venisse ostacolato da qualcosa e non riuscisse a decollare.

In questo scenario colloco bene Michela, i suoi ultimi giorni che saranno stati di paura e angoscia, quegli “amici” che, magari per riempire il tempo o per farle pagare qualche torto subito, l’hanno ricattata. Poi il gioco è sfuggito di mano e la giovane è rimasta vittima di giudizio e ingiustizia.

Giudizio, perché conosco bene il tessuto sociale di quei posti: le persone hanno il cuore grande, sono vere e oneste, ma quando parlano “tagliano” e Michela avrà avuto terrore dei commenti dei suoi compaesani, appena ventiduemila persone o poco più, che erano venuti a conoscenza della sua vita intima suo malgrado. Ingiustizia, perché sebbene si parli di democraticità del web a me, scusate, ma sembra un’enorme ingiustizia che tutti possiamo dire, scrivere e postare tutto. Poi scavando più a fondo, mi dico che il problema non è il web, o non solo. Il fatto è che siamo pronti a giudicare chiunque, senza sapere da dove venga, che cosa abbia fatto, perché lo abbia fatto. Così deve avere pensato Michela, si sarà detta che i suoi genitori l’avrebbero disprezzata, il paese derisa, gli amici schivata. E si è tolta la vita. Perché? Perché filmata mentre aveva un rapporto sessuale, quanto di più intimo diventava pubblico, scena oscena, anziché atto d’amore. Però non ce la faccio a non ricadere su quanta responsabilità abbia la mentalità dell’immagine, quella in cui tutti dobbiamo vedere, fotografare, filmare tutto, in cui violiamo tutto con uno sguardo impudente, graffiante, indiscreto. Telefonini, iPad, computer e chi più ne ha più ne metta: immagini che colmano la carenza di affetti veri, di studi “sudati”, di chiacchiere fatte con un’amica in un caffè. No, ora parlo su Whattsapp e invio una foto per mostrare quanto siano belli i miei bimbi. Ma che società stiamo creando? Di voyeristi che non si muovono più per andare verso il prossimo, di relazioni costruite su immagini fatue che vogliamo gli altri abbiano di noi e, quando il castello crolla, quando ci vedono in tutto il nostro essere crolliamo noi, inesorabilmente. E’ un gioco grande, perverso, di cui troppi e, passatemi troppe, stanno pagando il fio. Un ultimo abbraccio Michela, che la tua storia ci faccia fare un passo indietro: nessuno può fotografare l’amore e tu sei stata violata mentre compivi un atto di amore, che certamente da quel filmato che ti ha fatto paura non traspariva per nulla.

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Abortite perché femmine. Le “non volute” del Montenegro.

Schermata-2017-11-22-alle-16.38.45Nezeljena significa non voluta in montenegrino, non voluta come migliaia di bambine abortite perché femmine. Nezeljena è la campagna lanciata dalla Ong montenegrina Centro per i Diritti delle Donne, che denuncia il fenomeno degli aborti selettivi nel Paese. Stando alle statistiche ed in particolare al rapporto ONU sulle popolazioni asiatiche del 2012, sarebbero state centodiciassette milioni le donne mai nate. Potrei andare avanti citando i Paesi che praticano e suggeriscono di non portare avanti la gravidanza dopo le prime ecografie che rivelino il sesso del nascituro, ma mi fermo, se stessi parlando direi che vorrei tacere un po’. Pensare.

Pensare che un fenomeno del genere deva avere delle radici profonde: nessuna donna abortirebbe a cuor leggero e chi è donna lo sa. Ipotizzo che la radice può profonda sia la povertà che renda le potenziali mamme fragili di fronte alla prospettiva di un futuro per sé e per la propria bimba ingrato, magari simile al loro presente scandito da fame, impossibilità di studiare, malattie e solitudine. Un’altra radice potrebbe rinvenirsi nell’indiscutibile androcrazia che caratterizza tutto il mondo: Paesi ricchi e non mettono solo uomini in posti di potere politico ed economico, con la conseguente diffusa mancanza di carità, di psicologismo, di cura, che pervade il mondo post moderno, che ama favorire attitudini più pratiche e orientate al profitto.

Ed ecco che il panorama fosco che tratteggiavo all’inizio non può lasciarci indifferenti o farci pensare che siano Paesi lontani lo scenario di quest’orrore, perché le precondizioni le creiamo noi, il nostro consumismo che favorisce sacche di povertà, la nostra superficialità che ci fa guardare al piccolo quotidiano fatto di minute conquiste personali a discapito di chi ci sta intorno. Possiamo negarlo? Io credo di no, mi pare evidente che stiamo andando verso una deresponsabilizzazione dell’essere umano che sempre meno accetta i limiti, che la vita stessa impone. Non voglio tuttavia strumentalizzare la questione per un ragionamento personale e preferisco limitarmi ad una piccola ulteriore considerazione: giorni fa si è riunito il Pontificio Consiglio della Cultura, sotto la presidenza del Cardinale Ravasi per trattare di questioni inerenti la genetica, le neuroscienze e l’intelligenza artificiale. In agenda la flessibilità del DNA che consentirebbe da un lato la cura per alcune malattie genetiche e dall’altro di creare esseri umani “su ordinazione”, dico io.

Mi viene da pensare che per gestire questioni di tale complessità quali “l’opportunità” o meno di avere figlie femmine in Paesi segnati dalla miseria e la potenzialità di modificare l’uomo, immagino per renderlo più intelligente e performante, richiedano una capacità di discernimento – come disse Papa Francesco pochi giorni fa riguardo alla questione del “fine vita” –  che mi domando se si possa accompagnare ad un’umanità sempre più tesa al profitto ad ogni costo. Un uomo sempre più avaro di valori, cultura, principii, sempre più volatile o, come si ama dire, liquido potrà mantenere quel criterio di proporzionalità e di benessere complessivo della persona, di cui sempre Papa Francesco ha detto?

Anche apparso su https://mauroleonardi.it/2017/11/23/le-lettere-di-gavina-masala-abortite-perche-femmine-le-non-volute-del-montenegro/

Heidegger e Papa Francesco

PapaFr“La tentazione di insistere è insidiosa, è moralmente lecito rinunciare all’applicazione di mezzi terapeutici, o sospenderli, quando il loro impiego non corrisponde a quel criterio etico ed umanistico che si definisce proporzionalità delle cure”. Va dritto al punto Papa Francesco nel convegno sul “fine vita” alla Pontificia Academia Pro Vita, come nel suo stile non lascia zone buie, spiega bene cosa intenda: parla di supplemento di saggezza necessario a quanti chiamati a discernere – usa bene questo termine, sulla scorta di Sant’Ignazio di Loyola – sull’opportunità o meno di proseguire con interventi terapeutici che non promuovano la salute integrale della persona; parla di proporzionalità delle cure.

Chiarissimo e chiarissimi anche i riferimenti a quanto affermato nel catechismo della Chiesa Cattolica e da Pio XII nel 1957 nonché dall’ex Sant’Uffizio nel 1980.

Heidegger, filosofo controverso, sottile e difficilissimo, si interrogò sull’essere e sul rapporto che questo ha con la tecnica. Vediamo: l’uomo per Heidegger è luogo dell’essere, l’unico essere che sa di esistere e che abbia la capacità di interrogarsi sullo stesso, di rielaborarlo, di trarre un quid che stia dietro ad ogni cosa; lo percepisce, anche se rimane come sorta di fondo oscuro ma al quale ci avviciniamo costantemente ed incessantemente. Bene, agendo attraverso la tecnica l’uomo svela l’essere, ovvero sia: se l’artigiano fa una sedia lo fa perché questa abbia uno scopo, dunque con la tecnica porta alla luce l’essere della sedia. Ma la questione nel caso dell’uomo e della tecnica può essere assai più complessa, quando non si producano solo oggetti ma ove si susciti la natura in qualcosa che altrimenti non farebbe da sé, come nel caso di farmaci o macchine o energie, per trarne un vantaggio o profitto, specifico che a quanto io ne sappia il filosofo non affrontò questioni inerenti precipuamente la medicina.

Se l’artigiano plasmando la materia dà ad essa una finalità che non avrebbe potuto essere altrimenti che quella, dall’altro c’è la tecnica moderna che attraverso la creazione di macchine, computer, medicine, mass media crea un sistema che sprigiona energie che interrogano l’essere stesso. Insomma, se costruisco una macchina che tenga in vita l’essere umano sto interpellando l’essere stesso sulla vita, sul suo senso, sul limite, sull’accettazione, e chi più ne ha più ne metta. Esattamente a questo punto, in questa riserva di significati, l’uomo perde la sua signoria sulla tecnica, non è più artigiano ma rischia di essere sopraffatto dai mezzi che crea, interpellato da essi di non saper rispondere.

Bene fa Papa Francesco a ricordare che serve un supplemento di saggezza e, soprattutto, di discernimento perché pare che se siamo diventati così bravi a creare oggetti o medicine, viva Dio, non siamo altrettanto bravi ad applicarli come e quando serva. Non che sia semplice, tutt’altro, ma ho il timore che la tendenza a vedere profitto e leggi del successo ovunque offuschi l’uomo sul suo vero essere creatura o, se si preferisce, mera unità biologica, finita. Nasciamo, viviamo e moriamo. Tutti. La sensazione che ho, però, è che viviamo per dimenticarcelo e sfuggiamo all’approfondimento che l’applicazione di certa tecnica richiede. In definitiva perdiamo il senso del reale.