Buffon, eroi e cavalieri

Qualche sera fa mi è capitato di ascoltare le dichiarazioni del capitano della Nazionale Italiana Gianluigi Buffon in occasione della sconfitta dell’Italia ad opera della Svezia, costata agli Azzurri la qualificazione al Mondiale 2018.
Gigi, l’uomo che ha vinto tutto, compreso una notorietà globale e tanto affetto da parte di tifosi e non, perde la possibilità di giocare un ultimo Mondiale, ma fin qui nulla di nuovo e c’est la vie.
Eppure Buffon dà una spolverata di valore anche ai suoi ultimi attimi da capitano della Nazionale: le sue parole e lacrime per il deludente risultato aprono scenari molto più ampi di quelli di uno stadio di calcio: «Dispiace non per me, ma per il movimento – dice il numero uno della Nazionale – Abbiamo fallito qualcosa che poteva essere importante a livello sociale. Questo è l’unico rammarico che ho, perché il tempo passa ed è tiranno ed è giusto che sia così. Dispiace che la mia ultima gara sia coincisa con l’eliminazione dal Mondiale».
Poi, il commiato definitivo: «Futuro del calcio italiano? C’è, perché noi abbiamo forza. Donnarumma, Perin e gli altri non mi faranno rimpiangere. Un abbraccio a tutti quelli che mi hanno sostenuto»
Come non volare verso quella che i Greci chiamavano aretè, ovvero la virtù, che diventerà poi la paideia o cultura ellenica, ripresa dall’Umanesimo, da tanta parte della civiltà germanica nonchè concetto su cui la filosofia ha lavorato e lavora tanto?
Alcuni saranno già saltati sulla seggiola a leggere di un calciatore associato a cotanto patrimonio intellettuale ma vediamo, per quanto possibile, cosa sia questa aretè. Sappiamo che l’uomo greco era zoon politikon: il singolo, spiccatamente fino al quarto secolo, traeva la sua essenza dal vivere in un contesto politico, in una comunità – la polis – ove si discuteva, si domandava, si imparava, si faceva ginnastica, in definitiva si viveva. Per dare una dimensione, il campo di azione di Socrate erano i ginnasii, ovvero le palestre. Ciò detto, si contraddistingueva come aristos, ovvero virtuoso e valente in Omero, colui che aveva la forza fisica e l’intelligenza – doti estremamente relate – di fare qualcosa, di compiere un dovere e il naturale risultato di ciò era di ricavarne stima e riconoscimento sociale.
Inoltre, sempre dai poemi di Omero, ma anche dalla più tarda filosofia, apprendiamo che il bello, kalon, è un valore ovvero è un bello ideale che contrasta con termini quali piacevole e utile. Il supremo sentimento dell’amicizia era kalon poichè si basava non tanto su una stima personale quanto su una simpatia per l’umano in generale, era l’ammirazione per quanto di umano vi fosse nel singolo e un rispetto per il valore di quest’ultimo.
Infine la bellezza esteriore, quando riferita ad un uomo, era riflesso di quanto questo ideale venisse incarnato: non esisteva bellezza che non si accompagnasse a virtù.
Bene, siamo ancora lontani da Buffon? Non mi pare, sembra invece che le ultime dichiarazioni del capitano siano una gloriosa chiosa emblema del suo valore umano. La sua attenzione all’Italia, il senso di responsabilità per un obiettivo non raggiunto, che avrebbe potuto essere importante per tutti, gli amici che gli daranno seguito; ecco che si staglia una meravigliosa figura di quarant’enne a metà tra un valente eroe greco e un cavaliere che accetta onori e oneri, che passa volentieri il testimone della propria bravura ai compagni.
Dunque perché no? Un calciatore può diventare manifestazione di quanto di più nobile l’essere umano possa incarnare, ovvero la virtù ed il valore dell’umano che i Greci ci hanno tramandati e di cui il Cristianesimo ha fatto tesoro. Bravo ancora una volta, soprattutto questa volta Gigi, che vince meritando la dignità di un eroe cavaliere.

Advertisements

La polvere sotto il tappeto

migr“Siamo orgogliosi perché non alziamo muri e non chiudiamo porti”, così esordisce il Premier Paolo Gentiloni Silveri intervenuto al meeting di Medici con l’Africa Cuamm, ad Assago alle porte di Milano, che registra tra gli altri presenti il Presidente della BCE Mario Draghi e l’ex Premier Romano Prodi. Prosegue Gentiloni: “L’unica cosa che mi viene da dire è semplicemente: grazie. Grazie a tutti voi, grazie per quello che fate e per l’esempio che date, che fa bene all’Italia, oltre che a voi stessi”.  “Date un esempio meraviglioso – aggiunge – e fate quello che credo nel corso della vita dovrebbero fare tutte le persone di buona volontà”.

Il Premier ha ragione, l’associazione Medici per l’Africa Cuamm è la prima che si occupi “della tutela e della salute delle popolazioni africane portando cure e servizi agli abitanti del Paese”, così si legge nello statuto, “sporcandosi le mani” dico io, al fianco di medici e infermieri locali; ma si tratta di un’organizzazione non governativa e immagino abbia pochi mezzi rispetto alle macro contesto.

Gentiloni, figura a mio modesto avviso ottima, conosce bene la diplomazia: discende infatti da Vincenzo Ottorino Gentiloni, noto per il Patto Gentiloni Silveri, che sancì l’ingresso dei cattolici nella vita politica italiana. Per essere buoni politici, nel senso letterale della parola, non si però “nascondere la polvere sotto il tappeto”: quella non è più politica, non dovrebbe.

Sappiamo bene infatti che sebbene trionfalisticamente il Viminale abbia annunciato un ingente calo degli sbarchi provenienti dal nord Africa, frutto dell’accordo fra la Libia di Fayez Al-Serraj e l’Italia, i dubbi sull’efficacia dell’accordo e sulle pratiche intraprese dalle milizie libiche siano tanti. Viene infatti da chiedersi cosa ne sia di quanti non sbarchino più, domanda che Emma Bonino pone dalle colonne di Repubblica, mettendo in dubbio la sinergia tra governo italiano e libico.

Pare infatti che in Libia sia incrementata l’attività dei lagher, che vengano pagate le milizie locali per non fare partire i migranti e che questi poveracci finiscano vittime di traffico d’organi, violenza, abuso e intimazione verso i familiari, costretti a pagare per avere i loro cari indietro. In effetti gli ultimi eventi: lo sbarco di ventisei donne arrivate morte a Salerno e l’ultima tragedia avvenuta a trentacinque miglia dalla Libia il sei novembre, in cui hanno perso la vita almeno cinque persone sono emblematici. Tanto più che il video dell’ultima sciagura dimostra come la Guardia costiera libica non si sia fermata nemmeno all’allarme della Marina Militare Italiana: un uomo era rimasto in acqua attaccato ad una cima della motovedetta libica, gridavano gli italiani.

Verrebbe da dire che la liaison Libia – Italia non sia così perfetta e che le istituzioni, anziché fregiarsi di numeri, avrebbero il dovere di ammettere tutte le criticità in gioco nella vicenda.

Certo che l’azione delle Ong va lodata, certo che il Premier fa bene a sottolineare quanto l’Italia spesso ob torto collo faccia in campo migratorio, ma il rischio di praticare una politica il cui sottotesto sia “ammazzatevi pure, basta che non diate fastidio” è concreto.

Gentiloni ha un substrato culturale, anche cattolico, solido e profondo e oltre a lodare le “persone di buona volontà”, bene farebbe ad ammettere quanto la situazione sia problematica, che lo stesso premier del paese africano sia troppo debole per essere valido interlocutore e a sottolineare non tanto quanti non partano più, ma quanti muoiano restando in patria.

Il primo dovere per un uomo delle istituzioni del rango del Premier è quello di esaminare la realtà in tutte le sue parti e di renderne partecipe il Paese. Questo è quello che ci si aspetta dai grandi.

Amare

Schermata-2017-11-10-alle-12.51.58.pngCarissimo don Guidotti,

mi piacerebbe riportarla alla sublimità del servizio che presta come parroco presso la chiesa di San Domenico Savio, nella diocesi di Bologna. Lei dovrebbe annunciare la Buona Notizia: dovrebbe girare per strada col cuore gonfio di amore a gridare che Nostro Signore è morto e risorto per tutti noi in Gesù Cristo, ovvero che siamo stati salvati (Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi. [9]A maggior ragione ora, giustificati per il suo sangue, saremo salvati dall’ira per mezzo di lui. [10]Se infatti, quand’eravamo nemici, siamo stati riconciliati con Dio per mezzo della morte del Figlio suo, molto più ora che siamo riconciliati, saremo salvati mediante la sua vita.. San Paolo, Lettera ai Romani, 2, La Salvezza.). Invece spreca il suo ministero sparando invettive su una povera adolescente abusata sessualmente in un vagone di treno, dopo essersi ubriacata con gli “amici” in una notte disgraziata di novembre, qualche giorno fa. Per giunta lo fa con toni aggressivi e volgari che non si addicono a nessun Cristiano, tanto meno prete, lesinando alla poveretta la sua pietà.

Forse pesa sulle sue modalità il credo politico che professa, in nome del quale evidentemente scrive e si accende di toni polemici, esortando la malcapitata a guardarsi bene dall’accompagnarsi con un maghrebino dato che notoriamente non sono bella gente; continua scrivendo che svegliarsi seminuda era il minimo che potesse accadere alla giovane. Chiaramente non dice questo in qualità di ministro di Dio, in nome di Dio avrebbe potuto richiamare alla prudenza, all’amore e all’amicizia virtuosi, non quelli delle bevute notturne. Come Ministro di Dio avrebbe avuto mille e più argomenti per amare quell’anima ferita, perché questo sarebbe bello facesse un diacono, un servitore.

Saprà meglio di me che, in particolare dal Concilio Vaticano II e grazie a teologi quali Karl Rahner ma non solo, si parla di svolta antropologica della teologia cristiana. Rahner teorizzò che le anime fossero tutte portatrici di verità, anche quelle più lontane da Dio, le definiva animae naturaliter christianae, richiamando fonti quali Sant’Ambrogio che già parlava di battesimo del desiderio, per riferirsi a quanti non avendo ancora ricevuto il battesimo fossero comunque attratti da Dio dunque per ciò stesso salvi, seppure non parte della Chiesa.

Secondo questa “svolta”, non da tutti accettata perché poterebbe a un certo relativismo e a togliere importanza a riti e sacramenti – io non sono d’accordo ma questo è irrilevante – tutti siamo in Grazia di Dio fino al punto in cui seguiamo la nostra coscienza. In generale, se un Cristiano pecchi senza piena coscienza non ha colpa e questo è chiaro e lampante da secoli, altrimenti che senso avrebbe la riconciliazione?

In questo caso, trattandosi di una ragazza in tenerissima età è molto probabile che sia stata condizionata o plagiata e comunque che abbia seguito una coscienza non ancora ben formata, dunque scevra di colpa.

Ovviamente non è questa la sede, né io la persona che possa “assolvere” o meno la giovane vittima, che a mio parere resta tale sebbene si sia esposta a una situazione pericolosa, ma la prego a nome di tanti Cristiani che credono alla misericordia di Nostro Signore, a nome di tanti suoi “colleghi” che recuperano ladri e prostitute dai margini delle vie, recuperi la bellezza del Signore in cui crede che sa solo amare, le farà bene!

Anche apparso su https://mauroleonardi.it/2017/11/10/le-lettere-di-gavina-masala-amare/ 

Il lupo e l’agnello

lupagnConfesso che a vedere il teatrino Di Maio versus Renzi e il video messaggio di Berlusconi a commento delle elezioni siriane a fini propagandistici, tanto per cambiare, mi ha preso sconforto e rabbia. Ma siccome dal male nasce il bene, lo credo fermamente, incappo nella sfaccettata figura del neopresidente della Sicilia Nello Musumeci e spero ancora.

Musumeci ha studiato Scienze della comunicazione, è stato banchiere, giornalista, Presidente della Provincia, Eurodeputato, Sottosegretario al Ministero del Lavoro e via dicendo. Insomma uno che si è dato da fare, ma non è questo a colpire, quanto il timbro di persona calma, riflessiva e soprattutto sincera.

Arriva in ritardo ai festeggiamenti, con gli occhi velati di lacrime e si scusa: “Volevo avere la certezza del risultato” – dice – mentre non parla della morte del figlio ma è chiaro il riferimento quando asserisce di non riuscire a festeggiare.

Viva Dio, una persona sincera di contro a un mondo della comunicazione falsa, di chi studia come gabbare il prossimo col sorriso sulle labbra, di chi crede di doversi mostrare sempre performante, felice, sorridente, bello. E mi viene in mente il viso di Di Maio che tronfio annuncia che non avrebbe affrontato il rivale Matteo Renzi, spiegando che ormai quest’ultimo non conterebbe più nulla e che non sarebbe dunque interlocutore degno.

E mi viene da dire: ma lei, caro Di Maio, sceglie i suoi interlocutori in base a quanto contino? No perché qualcosa mi dice che lei (ed anche il suo Movimento per la verità) qualche anno fa contasse proprio poco, per gli standard da lei applicati e spero non sia incappato nello stesso trattamento che ha riservato al povero Renzi che, in questa e poche altre occasioni, suscita immensa simpatia, nel senso etimologico ed etico del termine. Renzi non è più al top, la Sinistra è in difficoltà? Bellissima figura avrebbe fatto ad affrontare il confronto, proprio in virtù della presunta decadenza dell’avversario.

L’ineleganza del suo gesto tradisce, a mio avviso, un’estrema carenza di forma, dunque di pensiero il che spesso si traduce in azioni scadenti. Si è prestato ad essere interpretato come colui che non perde tempo in una cosa che reputi inutile, ma non si possono reputare inutili le persone, perché questo tradisce un’etica inaccettabile per qualcuno che aspiri a governare il Paese. Lei si è certamente giocato credibilità e professionalità con la stessa velocità con cui ha disdetto il suo impegno e spero che questo si traduca in una lezione sonora a sue spese. Lo dico non per ossequio alla “legge del taglione”, ma per forse ingenuo ottimismo: sono certa infatti che l’Italia sia un Paese di persone educate, attente, eticamente formate, portate a stare dalla parte dell’agnello, non di quella del lupo. Che tutti o prima o poi diventiamo agnello, anche lei. E grazie Musumeci, a lei che nella sera in cui è lupo, si presenta da agnello.

Solo briciole

briciole.PNGWilly Herteleer muore nel febbraio 2015, papa Francesco ne chiede la sepoltura. Nessuno sa chi sia Willy, non fa parte del jet set, né della scena politica internazionale, ma a Piazza San Pietro era conosciuto: aveva amicizie importanti, tra cui un noto giurista rotale, che si fermava spesso a pregare con lui.

Willy era un clochard, di quelli che non mancano mai, le guardie svizzere lo avevano soprannominato l’araldo di Sant’Anna, vai a sapere perché, che differenza fa? Quello che sappiamo è che Willy era importante, al punto che il Papa ne richiese la sepoltura.

Sarebbe bello affrontassimo con questo spirito la morte delle ventisei donne migranti giunte a Salerno su nave spagnola già morte e invece ho come la sensazione che ci si sia un po’ abituati, che sia l’ennesimo sbarco cui ormai neppure i mass media diano troppo peso, meglio il viaggio di Trump in Giappone o, peggio, gli investimenti alle Cayman della regina Elisabetta, che non la morte di poveracci senza nome.

E invece a volte le briciole dicono di più dei bocconi, ci dicono che sono sbarcati duemilacinquecento migranti in tre giorni, che si sono registrate trentasette vittime recuperate da tre eventi, che vi è un numero imprecisabile di dispersi e che solo ieri a Crotone sono sbarcati trecentosettantotto persone, salvate, in un barcone fatiscente.

Le briciole ci dicono che ci sono aree del pianeta che marciscono in povertà, mentre l’altra parte naviga nello spreco infelice di risorse e di cibo. Le briciole ci dicono che tutto ciò che non porti benessere ci fa schifo, non lo vogliamo, lo evitiamo. Ma se fosse lì invece l’occasione, la vita? Papa Francesco lo sa, ecco perché chiede la sepoltura di un clochard che altrimenti chissà dove sarebbe finito: immagino lo abbia fatto cercare non vedendolo in Piazza San Pietro per qualche giorno.

Bello sarebbe che andassimo a cercare queste bricioline, il nostro prossimo, e potessimo manifestargli voglia di incontro, comprensione, compassione, integrazione. Purtroppo non possiamo influenzare il contesto macro, per quello ci sono i governi, ma tanto possiamo fare nel quotidiano, nel piccolo e dobbiamo farlo. Che poi tutti noi diventiamo briciole, o prima o poi.

Né con speranza né con timore

sunset-1997643_960_720Alessio il Sinto, Mario Seferovic nella realtà, è un ragazzo bosniaco di vent’anni nato a Napoli, Rom, residente nel campo nomadi di via Salone a Roma, che un bruttissimo e nefasto giorno decide, insieme all’amico Maikon Bilomante Halovic, di violentare due ragazzine di quattordici anni conosciute su Facebook.

Le responsabilità sono tante, di tanti, l’elenco è veramente lungo: Roma è una città abbandonata, alla faccia di quanto cerchi di affermare il Prefetto Paola Basilone che assicura in preparazione un nuovo “piano sicurezza”. Attualmente la città è degradata, sporca e questo favorisce degenerazione ad alti livelli. Non ammetterlo è penoso e colpevole. I parchi sono terra di nessuno ed io, mamma di due bimbi in tenerissima età, non li porto mai volentieri. Il web, che è una possibilità di conoscenza, ma che va saputo utilizzare e soprattutto che deve rimanere strumento, non fine. Ma le due ragazze erano veramente troppo giovani per potere fare questo distinguo, e si sono trovate impantanate in qualcosa che non hanno saputo gestire, appena uscite dall’età dei giochi. I campi rom, realtà che nasconde sacche di delinquenza della più deteriore, le autorità tollerano e le forze dell’ordine non sono un numero tale da potere controllare quanto vi avvenga. I genitori? Beh, sebbene Maria Latella dalle colonne del Messaggero di ieri lo faccia, con motivazioni più che valide a mio avviso, proprio non me la sento di puntare il dito contro di loro. Certo, avrebbero dovuto e potuto controllare, magari lo hanno fatto senza esito o magari non lo hanno fatto perché lavorano troppo o semplicemente non sanno farlo. Chissà. Sta di fatto che sono vittime loro, in un certo senso al pari delle figlie.

Purtroppo insomma, con concorso di cause e di colpe, è avvenuto quanto non dovrebbe mai avvenire, e da qualcosa di positivo si deve ripartire. Per ricostruire, in primis la vita di queste due giovanissime e delle loro famiglie.

Mi commuove molto pensare che il papà di una delle due le abbia aiutate a identificare l’energumeno autore dello stupro, cercando delle foto da fornire ai carabinieri. Altrettanto mi commuove pensare al blitz delle forze dell’ordine nel campo Rom in cui alloggiava il figuro: pare sia l’anticamera dell’inferno, dove odore mefitico e facce omertose abbiano “accolto” i carabinieri, biascicando di non sapere nulla. Immagino non sia stato semplice, neppure per loro, che lo fanno di mestiere.

Questa è la realtà: che accanto alla melma cresce il buono, che potrà togliere le due vittime dal pattume in cui sono state gettate. E’ vero tutto: l’immigrazione va gestita meglio, i genitori sono poco presenti, le tecnologie hanno risvolti imprevedibili ed atroci, le città sono abbandonate, nessuno si assume la responsabilità di quanto accade e potrei andare avanti.

Ma proviamo per queste incolpevoli a non dare colpe ed a partire dal buono: dalla vicinanza con le loro famiglie che potranno sperimentare, dall’aiuto che potranno ricevere e che stanno già ricevendo, da quanto – purtroppo – la loro storia potrà fare riflettere altri adolescenti che saranno portati a pensarci prima di conoscere il fidanzatino della chat.

Certo, è troppo poco per voi che non c’entravate nulla, pagate un fio davvero troppo oneroso, ma puntare il dito questa volta sarebbe fuori luogo, credo. Che la società, che tanta colpa ha in casi come questo, si assuma la responsabilità di curare le due piccole anime. E forza, ragazze, “né con speranza né con timore” – dicevano i latini – che la realtà la contemplavano, la conoscevano.

Anche apparso su https://mauroleonardi.it/2017/11/05/le-lettere-di-gavina-masala-etica-del-limite/

Etica del limite

IMG_6668Premetto che scrivere di disforia di genere mi interpella profondamente, che non sono né medico né psicologo, ma che vorrei provare a ragionare.

La disforia di genere è quel disturbo per il quale una persona, spesso anche un bambino molto piccolo, non si riconosce nel proprio genere biologico, indipendentemente dal proprio orientamento sessuale che, spesso, non è ancora stato maturato, ove si tratti di individui molto giovani.

Ieri su RAI2 è stato mandato in onda un servizio che ha avuto, a mio modesto avviso, il merito di dare visibilità al tema in questione, e le interviste ai genitori che raccontano quanto vivano in famiglia, affiancando i loro bimbi in difficoltà, sono state delicate e chiarificatrici.

Posto che il fenomeno esiste, che viene diagnosticato e catalogato fra i disturbi mentali, mi è meno chiaro invece con quali esiti ed eventuali controindicazioni si intraprendano delle cure certamente molto invasive, fino ad arrivare alla sostituzione degli organi biologici.

Se è vero che cercare un rimedio ad un disturbo sia meritorio e doveroso, ciò non va fatto a qualunque costo né, si spera, per promuovere o legittimare altre ideologie quali quella del gender, peraltro impropriamente perché con questi casi non ha nulla a che fare.

Purtroppo invece ho la sensazione che, se sicuramente esistano medici e psicologi encomiabili che seguano le famiglie in questi lunghi e dolorosi percorsi, esistano pure correnti di pensiero che se ne servano per legittimare quanto non possa essere legittimato, ovvero che il sesso sia un’opzione, il risultato di una scelta. Questo è un discorso profondamente diverso.

Nascere maschi piuttosto che femmine è un dato biologico, di fatto, e se esistono casi di disturbo che prescindano da un orientamento sessuale questo merita attenzione, cura e amore ma non necessariamente credo questo deva legarsi con ideologie né con uno sminuire il dolore delle famiglie di questi ragazzi. La psicologa interpellata dalla trasmissione ha detto di lavorare con i genitori per fare loro accettare il disturbo dei figli, il che è meraviglioso, ma che in buona sostanza non ci si deve fare bloccare dal pregiudizio del vicino di casa.

Giusto? Sono scettica. Problematizzare una tale situazione è il minimo che si possa fare e comprendere un genitore che se ne vergogni, altrettanto. Certo che prevale il diritto del fanciullo alla serenità, ma tutti siamo esseri umani e partiamo da dei dati, naturali, che quando si alterano purtroppo creano grande sofferenza. Questo anche nel caso di una Sindrome di Down, ad esempio. Sofferenza punto e basta. Perché rifiutarla? Il negativo fa parte inevitabilmente del vivere autentico.

Inoltre, il rischio che tali situazioni, malattie, diventino viatico per una giustificazione di altro è reale e disgustoso. Credo ci sia un’etica del limite, che imponga di accettare le cose per quello che sono, le malattie per quello che sono, senza spingersi oltre per soddisfare altre istanze, frutto di interpretazione più che di necessità. Insomma, un disforico è un paziente, da non mettere sullo stesso piano di un transgender – che è un’altra realtà, meritoria di attenzione. Il politicamente corretto di certe voci che mirano a togliere significato ed eccezionalità ad eventi seri e peculiari non è positivo per chi si trova nel cuore di situazioni come queste. Credo.

Anche apparso su https://mauroleonardi.it/2017/11/06/le-lettere-di-gavina-masala-ne-con-speranza-ne-con-timore/

In Trump we trust?

img_2923Stupirsi della vittoria di Donald Trump è umano, ma poco avveduto. Io stessa, seppure non estimatrice della discutibile Hillary Clinton, né troppo fiduciosa nella capacità di discernimento del genere umano, ivi compresa me, non pensavo si sarebbe trattato di un trionfo così netto da parte dell’imprenditore “prestato alla politica”. Ma gli elementi per comprendere la situazione ci sono tutti, e questo costituisce di per sé una parziale buona notizia.

Gli States sono la culla della corrente filosofica del Pragmatismo, sorta nella seconda metà del XIX secolo, che propone una forte commistione fra conoscenza e azione. Per meglio dire: il pensiero, i valori, le ideologie, valgono finchè utili, finchè consentono di agire con efficacia e, direi, vantaggio. Tutto deve essere strumentale a un fine, che si tratti di profitto, di credenze religiose volte a trovare la felicità, e addirittura della pace, da perseguire non per motivi etici, ma utilitaristico – economici.

E’ ciò che ha portato alla dittatura del principio causa-effetto: l’attività pratica prevale su quella teoretica, anche a costo di spregiudicatezza, come ben esemplificato dalle boutades del magnate Donald, pensate per ottenere risultati concreti e fare breccia su target bene preciso. A questa visione del mondo sfuggono parecchie cose, è indubbio: vi sono atti quali l’amore, la conoscenza, come anche l’odio o l’intelligenza che muovono il mondo, seppure non siano concretamente spiegabili o misurabili secondo un criterio causa-effetto. Tante volte sacrifichiamo noi stessi in nome di un principio, ed altrettanto vale per gli Stati, che in nome di un’ispirazione ideologica intraprendono determinate azioni, oppure no.

Insomma, a questo sistema calcolatore ed efficiente sfugge l’umano, tuttavia ne siamo profondamente attratti e, certamente, rassicurati. E’ il sogno di potere prevedere e gestire la storia che ha portato a grandi totalitarismi. Ma non è la demonizzazione quella che ci salverà dalla diffusione di questa weltanschauung.

Forse lui stesso lo ignora, ma il neopresidente americano è esponente di questa dottrina filosofica, nonchè del realismo politico in ambito internazionale, bene espresso dal motto di Machiavelli “il fine giustifica i mezzi”. Per realismo politico si intende la capacità di agire per ottenere il potere, sia in politica interna che estera, come teorizzava Kenneth Waltz, realista della fine del XX secolo. Ne “L’uomo, lo stato e la guerra”, Waltz scrive che le cause dei conflitti sono da ricercarsi nella natura umana, nell’
organizzazione interna degli Stati e nella natura anarchica del sistema internazionale, che tende all’ equilibrio di potere, perchè assetto conveniente a tutti.

Ecco dunque il substrato teorico, forse inconsapevole, del programma di Donald Trump, che non vede alternative credibili ai combustibili fossili, che per risolvere il problema della disoccupazione propone di costruire un muro e di permettere solo agli statunitensi di ricoprire posizioni chiave, che in ambito internazionale preferisce l’alleanza col nemico russo nonché cinese (meglio conoscere i nemici che allearsi con gli amici?).

Questo way of thinking tuttavia fornisce delle garanzie: Trump non ha prese di posizione ideologiche da portare avanti a oltranza, lo dimostra il cambiamento dei toni una volta eletto, se la sua politica si dimostrerà inefficace o in-utile probabilmente non faticherà a cambiare idee e azioni. Perseguirà sempre fini economici, dunque il suo agire non sarà certo nobile nè modello per nessuno, ma forse – o almeno così hanno creduto gli americani – utile e riportare gli USA ad un buon livello di sicurezza e prosperità.

Il mio augurio, anche se con tanta amarezza causata dalla vittoria dell’utile sul “bene” (non credo rappresentato dalla poco empatica e rappresentativa Hillary), è che l’America sia comunque caduta in piedi. Il genere umano, invece, rotola verso il basso…

Anche apparso su: https://mauroleonardi.it/2016/11/10/le-lettere-di-gavina-masala-in-trump-we-trust/ e http://www.simoneventurini.com/it/in-trump-we-trust/

Alla ricerca della felicità, tra techno music, filosofia e religione

cdm_734257Ieri il cantante Moby ha rilasciato un’intervista a La Repubblica che mi ha dato parecchio da riflettere. Celebre negli anni ’90 per avere suonato insieme ad artisti del calibro di David Bowie e, tra le altre cose, per avere sostenuto John Kerry alle elezioni del 2004, la star dell’elettronica era sparita dalle scene internazionali a causa di problemi con alcool e droga.

Dice di essere “sobrio” da otto anni e di avere superato il periodo nero grazie ad un anelito religioso, filosofico e spirituale.

Ciò che colpisce dell’intervista è che parla pochissimo di musica, anzi si rifiuta di fare tour promozionali per il suo ultimo disco intitolato These systems are failing (questi sistemi stanno fallendo). Al contrario, l’accento è tutto esistenziale e dichiara: “Quando ti puoi permettere una villa con sei stanze da letto, ne vuoi subito una che ne abbia dodici. L’ego, l’edonismo, il successo e i soldi sono un veleno che non mi tocca più”. Poi parla della sua conversione al “taoismo-cristiano-agnostico-meccanico-quantistico”. Viene da chiedersi che culto sia, ma non deve stupire il mix tra religioni e teorie fisico – filosofiche che il cantante dice di abbracciare.

Come sottolinea lo psicologo della religione Eugenio Fizzotti, nuovi movimenti religiosi mirano a favorire il recupero di un benessere individuale da parte dell’individuo, sempre più minato da malattie psichiche quali ansia e depressione. E’ chiaro infatti che l’attuale società informatica, o liquida se preferite, ci ha reso malleabili come gelatina: tempo e spazio oggettivi non esistono più, posso arrivare a Londra in novanta minuti, ma restare imbottigliato nel traffico romano per molto di più. E lo smarrimento è fisiologico. Per non parlare delle relazioni: sempre più virtuali, a distanza, ricche di parole gratuite grazie a programmi quali Whatsapp, ma spesso prive di contenuti.

Ciò detto, vorrei fuggire dal fin troppo semplice tentativo di demonizzare i mélange teorici fai da te, o promossi da guru spirituali autoproclamatisi. Tornando infatti all’esempio da cui sono partita, Moby riferisce di stare bene, di non cadere più nella trappola degli stupefacenti di cui ha fatto abuso e di riuscire a stare lontano dai riflettori e in perfetta solitudine senza soffrirne, anzi.

Sembra ricordare un distacco quasi stoico dal mondo e anche questo non deve stupirci: è molto probabile che la “filosofia” (non virgoletto per senso critico, ma per il senso letterale del termine, qui usato con libertà), nascano in sostituzione della psicoterapia, da un’esigenza di una raison d’être e dalla necessità che l’uomo, animale razionale, ha da sempre cui la filosofia cerca di rispondere: dare un senso alla propria vita. L’impresa è oggi più difficile dati i vorticosi ritmi di vita, che poco tempo lasciano all’introspezione e data la solitudine che l’homo oeconomicus è costretto sempre più a patire. Da qui il successo di gruppi spirituali che promuovono pratiche comunitarie, che fanno sentire il singolo integrato in un sistema di valori e di relazioni sociali condivise, corroborando la visione del mondo promossa dalla comunità di appartenenza.

Cosa c’è di male? Nulla, il tentativo di stare bene è sempre lodevole e mai esente da sacrifici, l’unico caveat a mio avviso è il non sapere più che esiste una dimensione che trascende quella contingente e dunque che per salvarsi, ma anche per stare bene in questa vita, non è sufficiente pensare autonomamente al proprio stare bene, ma donare all’altro, cercare il volto dell’altro, dato che siamo animali di relazione. Abbiamo cinque sensi: quattro dei quali localizzati sul volto e tutti e cinque indirizzati all’altro: sento per udire ciò che l’altro dice, vedo per guardare ciò che mi circonda, tocco qualcosa che non sono io. La domanda è: la ricerca esclusiva di sé è sufficiente a stare bene profondamente, fino ad aprirci a quella dimensione altra che tanto interroga l’essere umano da sempre? Forse può essere una via, ma sufficiente non credo.

Anche apparso su: https://mauroleonardi.it/2016/11/01/le-lettere-di-gavina-masala-alla-ricerca-della-felicita-tra-techno-music-filosofia-e-religione/ http://www.simoneventurini.com/it/alla-ricerca-della-felicita-tra-techno-music-filosofia-e-religione/

Giornalisti e verità: un binomio possibile?

aristotele“Tutti gli esseri umani hanno innato desiderio di sapere”, così scriveva Aristotele nella Metafisica, aggiungendo: “Tutte le altre scienze saranno più necessarie di questa (la filosofia), ma superiore nessuna”.

Nella stessa opera, il filosofo sottolineava la specificità degli uomini nei confronti degli animali, individuata nel loro essere dotati di ragione, e l’importanza della facoltà astrattiva della ragione per raggiungere il livello della conoscenza scientifica, intesa come verità certa (episteme).

Perchè rivangare oggi lo stagirita? Mai come in questo momento i mass media sono oggetto di attenzione da parte degli ambienti più eterogenei: giovedì scorso, durante un incontro con i giornalisti, il Papa ha richiamato l’importanza di dire la verità: “La questione qui non è essere o non essere un credente. La questione qui è essere o non essere onesti con se stessi. (…) Auspico che il giornalismo sia sempre più e dappertutto uno strumento di costruzione, un fattore di bene comune, un acceleratore di processi di ricostruzione”.

In maniera molto meno rispettosa, ieri ha tuonato Beppe Grillo: “Non capiscono nulla, è una battaglia persa, sanno solo contare quanti peli ha la Raggi…”. I pentastellati sul pratone del Circo Massimo di Palermo hanno applaudito soddisfatti, quasi sbeffeggiando i numerosi giornalisti sparsi tra loro.

E’ innegabile che la professione giornalistica risenta di una crisi senza precedenti, ma è altrettanto vero che richiedere la verità rende necessarie alcuni punti che è bene non tralasciare.

Tornando ad Aristotele, egli premetteva che la verità pratica (di cui fanno parte l’etica e la filosofia) non ha e non deve avere la stessa certezza delle scienze, in quanto le premesse da cui si muove sono valide per lo più, non tout court.

Così circoscritta la questione, l’appello alla verità giornalistica si può intendere come un obbligo etico, e il metodo per confutarlo, ovvero la bussola per capire se siamo sulla giusta strada, è il seguente: si parte da premesse ritenute vere, si sviluppano le conseguenze e si verifica se queste entrino in contrasto o meno con gli endoxa, ovvero le opinioni più autorevoli e veritiere.

Oggi gli studiosi più accreditati sono portati a considerare come endoxa i princìpi contenuti nelle costituzioni degli stati democratici e le dichiarazioni internazionali, in quanto opinioni della maggioranza. Ovvero, i diritti umani (diritto alla vita, diritto all’istruzione, diritto di asilo, etc.) sono gli endoxa attuali, e tutti non fanno altro che rispettare la comune natura umana, ovvero la dignità dell’essere umano inserito in una cultura o civiltà.

Allora come commentare gli appelli differenti nella forma, ma simili nei contenuti, di Papa Francesco e Beppe Grillo all’etica della comunicazione? Tali appelli sembrano collegarsi al concetto di tutela della dignità della persona, che è qualcosa di almeno in parte opinabile. Infatti, l’etica lascia sempre un margine di interpretabilità, tuttavia ciò non vuol dire che una verità non esista.

Se si intende svolgere con dignità la professione del giornalista, e in generale del comunicatore, va dunque necessariamente posta in primo piano la tutela dei diritti e della dignità di coloro di cui si parla o scrive, senza la pretesa di esaurire un tema o una problematica in maniera incontrovertibile, ma con l’intento di descrivere la realtà rispettando il prossimo. Parola di Aristotele.

Anche apparso su: https://mauroleonardi.it/2016/09/28/le-lettere-di-gavina-masala-giornalisti-e-verita-un-binomio-possibile/ e http://www.simoneventurini.com/it/giornalisti-e-verita-un-binomio-possibile/

English version here: http://www.simoneventurini.com/en/journalists-and-truth-a-possible-combination/