La guerra e il volto dell’amore

Schermata-2018-04-17-alle-10.32.31-400x450Masa e Malaz sono due gemelline (bellissime) di sette anni, siriane; da quando sono nate hanno conosciuto solo la guerra, iniziata appunto sette anni fa.

La mamma Amani, vestita di nero nella foto, ha raccontato ad un reporter del Sunday Times i particolari dell’attacco chimico mosso, secondo le fonti ufficiali, da al-Assad: “Il gas era piccante in gola, come peperoncino, le persone intorno a me cadevano a terra”, “ho visto un medico in lacrime perchè aveva solo tre medicine per quaranta pazienti”.

Ora leggiamo Macron, gongolante, che si dipinge come regista dell’attacco USA in risposta alla sopra citata vicenda siriana e l’ambasciatrice ONU Nikki Haley che promette di “punire ancora la Russia”, parlando con Fox News.

E mi soffermo a guardare questa foto per dei minuti, ma continuerei per ore se non fosse per i bimbi e gli studi che chiamano. Tuttavia faccio in tempo a domandarmi cosa mi dicano questi volti meravigliosi: quegli occhi verdi, quei due orsetti, quella mamma reclina sulla bimba a curarla, quella postura elegante di Malaz, la piccola a destra.

Mi dicono che l’uomo, nonostante tutto, è per natura capace di andare oltre la contingenza, di trascendere se stesso per muoversi verso l’Altro: amiamo in qualunque condizione, sempre. Così ha fatto Amani, che sentito il gas ha preso per mano le gemelline, è scappata, ha cercato il marito e insieme sono fuggiti in ospedale. Così, come avrei fatto io nella sua situazione, come faccio io quando i miei bimbi non stanno bene: cerco il papà e corriamo a curarli.

Ecco, io e Amani, i miei bimbi e Masa e Malaz, siamo tutti intrinsecamente uguali e i nostri volti ci restituiscono quest’intuizione originaria. I nostri volti, infatti, spesso dimostrano quello che non riusciamo a dire, ovvero che ci costituiamo sempre nella relazione con l’altro.

Emmanuel Levinas, meraviglioso filosofo dell’etica, sosteneva che l’uomo fosse solo di fronte alla propria esistenza, tanto inalienabile quanto pesante, ma che nel rapporto con l’Altro trovasse soddisfatta quell’istanza di trascendenza altrettanto propria dell’essere umano. La foto, in definitiva, mi dice che queste tre donne si trovano obtorto collo a vivere una condizione quasi inesplicabile per quanto sia complicata, ma la vivono insieme, nell’amore che le unisce, nella solidarietà con le vittime del massacro in cui quotidianamente si trovano.

Dunque, l’umano è capace del meglio come del peggio, ma guardando il bene anche il peggio diventa migliore, per quel sentore di umanità (amore) che per essenza risiede in lui. Speriamo che Trump, Putin, al-Assad e tutti noi guardiamo bene questi tre volti: parlano di tutti loro, così come di tutti noi. Forse potranno cambiare il cuore di qualcuno.

Anche apparso su https://mauroleonardi.it/2018/04/19/le-lettere-di-gavina-masala-la-guerra-e-il-volto-dellamore/

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Siria: e se provassimo una strategia della solidarietà?

trump-agosto-2017-1030x615-1030x600Almeno 20 civili, tra cui 16 bambini, sono rimasti uccisi il 21 marzo 2018 a Idlib, nel nord-ovest della Siria.

La città è postazione strategica, al confine con la Turchia, ove sia Turchia che Siria hanno interessi: alla prima sta a cuore che non vi si instauri un regime jihadista, alla seconda che essa possa costituire serbatoio di accoglienza per gli islamici arresi al regime di Assad durante il conflitto.

Il papa si dice inorridito, il Vaticano partecipa al vertice UE sul futuro del Paese con l’arcivescovo Gallagher e dichiara: “La Santa Sede è profondamente preoccupata per le sofferenze della popolazione”. Trump minaccia una risposta militare e si consulta con Francia e Regno Unito, mentre arriva in visita a Palazzo Chigi il numero due dell’ambasciata americana Kelly Dignan.

Intanto, a pagare un certo eccesso di diplomazia e una scarsa chiarezza nei rispetti del regime di al-Assad sono i civili, che fino a qualche anno fa erano persone certo vessate da un regime autoritario, ma molto lontano da quanto sta accadendo oggi, molto. Mi sembra insomma che il massacro stia diventando qualcosa cui ci siamo assuefatti, cui abbiamo fatto il callo, qualcosa che in fin dei conti reputiamo lontano.

Al- Assad questo lo sa e certamente si è rallegrato parecchio nelle ultime settimane a sentire Mr.Trump paventare un ritiro delle truppe statunitensi dal Paese: “Siria will soon become somebody else’s problem” aveva dichiarato l’uomo più potente della terra, mentre l’ex Segretario di Stato USA aveva detto il contrario pochi giorni prima, meritando il licenziamento.

Allora, perché scrivere di eventi così tristi e complessi? Perchè a mio modo di vedere non possiamo vivere in una società che si presume interconnessa, se come prima connessione non usiamo quella inter-umana. Se tutti ci lasciassimo ferire dagli eventi in corso, non potremmo rimanere insensibili a quanto sta accadendo e cercheremmo in ogni modo di restituire una dignità ad un popolo così sciagurato. Questo lo possono fare i governanti meglio di chiunque, ma anche una società civile educata al valore (giudaico-cristiano) della solidarietà, all’etica dell’amore per il prossimo. Sì, è da una comunità internazionale inter-umana e inter-soggettiva che sfida le logiche del singolo, per rileggere l’uomo come creatura responsabile verso sé e verso gli altri, che possono venire soluzioni. Frasi come: “La Siria diverrà presto problema di qualcun altro” non depongono né a favore di un buon stratega né tanto meno a favore di un uomo buono, che le due cose non devono essere slegate. No?

Anche apparso su https://mauroleonardi.it/2018/04/14/le-lettere-di-gavina-masala-siria-e-se-provassimo-una-strategia-della-solidarieta/

Iniziamo dalle piccole cose

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Come evidenziato da Angelo Panebianco, le elezioni del 4 marzo hanno decretato vincitore il partito anti società aperta per definizione: il MoVimento 5 Stelle; dal giorno delle elezioni mi pare però che stiamo rasentando l’inerzia, per non dire la vacuità.

Forse in un altro momento storico le consultazioni, le pratiche rituali, i riflettori puntati sul premier in pectore e gli ammiccamenti di Berlusconi sarebbero passati come qualcosa di ordinario, ma allo stato attuale a me sembra che si stia solo perdendo tempo e che ciò, purtroppo, porterà alla famosa montagna che partorisce un sassolino.

Insomma, azzardo: forse gli italiani cercavano novità, un cambio di pagina, un’onda nuova ma si ritroveranno a navigare in un mare piatto.

Tuttavia, nell’attuale scenario paludoso mi sono imbattuta in una semplice quanto efficace iniziativa del Corriere della Sera, ottima nei contenuti e facilmente applicabile, che voglio sottolineare per evidenziare quanto sia semplice cambiare con azioni piccole.

Il quotidiano suggerisce da qui a maggio una proposta legislativa a settimana che sia lineare, motivata e documentata in maniera esaustiva.

Nello specifico si parte dall’istruzione: si richiede il tempo pieno per le elementari, così pure per le medie e la modifica dell’orario per le scuole superiori che dovrebbero spostare la lancetta di inizio alle 9 anzichè alle 8. Il ragionamento scaturisce alla luce degli ormai studiatissimi ritmi circadiani scoperti da Jeffrey Hall, Michael Rosbash e Michael Young. Le lezioni delle scuole primarie dovrebbero svolgersi quindi al mattino, a partire dall’ora di educazione motoria (il primo giorno è il momento migliore per potenziare i fattori trofici scoperti da Rita Levi Montalcini), per proseguire fino al pomeriggio con laboratori atti a sedimentare quanto appreso nelle ore precedenti. Questo assetto verrebbe incontro alle esigenze di famiglie in cui ambedue i genitori lavorano a tempo pieno; i bimbi che escono all’ora di pranzo, purtroppo, sono spesso una preoccupazione per chi non ha nonni o babysitter. Si tratterebbe peraltro di un’ istruzione più focalizzata sull’esperienza di quanto lo sia quella attuale, nella quale gli insegnanti lavorerebbero di più certo, ma verrebbero pagati meglio.

Anche per le medie si propone il tempo pieno, che servirebbe però a fare i compiti

insieme a compagni ed insegnanti, mettendo a disposizione reciprocamente i talenti: chi è  bravo in matematica aiuta chi lo è meno e viceversa; questo consentirebbe alle famiglie ore di tranquillità e un risparmio su lezioni private e dopo scuola varii.

Infine si propone un differimento dell’inizio delle lezioni per le scuole superiori, poichè il naturale ritmo circadiano dei ragazzi li porta a riposare tardi e a svegliarsi più tardi, cosa che consente loro di dormire il sonno cosiddetto paradosso, che facilita il sedimentarsi delle nozioni apprese nelle ore precedenti. Sic et simpliciter.

Sono idee piccole che partono da dati di fatto certi e da buon senso quelle di cui l’Italia ha bisogno oggi; siamo ad un punto in cui a mio avviso non servono grandi statisti ma uomini concreti ed illuminati dalla voglia di fare bene, nel piccolo. Purtroppo mi pare ve ne siano pochi, ma dalle pagine di un giornale o dalla società civile può, a mio avviso, nascere qualcosa di meglio che non da quanti sono accecati dal prestigio personale.

Anche apparso su https://mauroleonardi.it/2018/03/25/le-lettere-gavina-masala-iniziamo-dalle-piccole-cose/ 

“Cosa è il mondo?”, il tweet che viene dalla Siria, che interpella tutti

Schermata-2018-04-04-alle-15.42.46-400x450Muhammad Najem è un reporter di Goutha est, che racconta la guerra civile in corso dal 2011. Ha solo 15 anni.

“Cos’è il mondo? Può mandare uomini su Marte ma non può fare nulla per fermare un conflitto che uccide le persone?” Questa è la domanda che Muhammad rivolge al mondo e direi che questa è La Domanda.

I suoi tweet proseguono: “Abbiamo perso tutto, mio padre è stato ucciso durante i bombardamenti”, “Sto facendo le valigie per andare ad Aleppo” e via dicendo.

Muhammad sogna di fare il reporter da grande, di studiare. Scrive in inglese e combatte il black out dei mezzi di comunicazione con i suoi sefie, con video agghiaccianti in cui si vedono i cacciabombardieri russi, appena dietro di lui.

Tant’è: ONU, UNHCR, CNN, BBC, Francia, USA e via dicendo, nulla sembra poter fermare la strage. Ricapitoliamo cosa sta succedendo: La guerra civile siriana ha avuto inizio nel marzo 2011 con manifestazioni contro il governo centrale di Bashar al-Assad e contro la struttura monopartitica, nel quadro della primavera araba; da qui hanno avuto luogo una serie di rivolte nazionali che hanno aperto una vera guerra civile nel 2012. Gli scontri hanno favorito il radicarsi di una componente islamica estremista, i Salafiti, che vengono sostenuti da buona parte dei Salafiti del Golfo Persico, il cui obiettivo è l’instaurazione della Shari’a in Siria. Perciò l’Iran Sciita, corrente minoritaria in Siria, protegge il governo siriano, esponente di una branca dello sciismo, supportato anche da altri paesi sciiti, tra cui l’Iraq e l’Afghanistan.

I ribelli sono invece sostenuti dalla Turchia, dai Paesi sunniti del Golfo, da Usa, Francia e Regno Unito, mentre Cina e Russia sostengono il governo siriano.

Come si capisce e si può immaginare, lo scenario è molto complesso, gli interessi in ballo a livello macro sono enormi, ma quello che mi viene da pensare leggendo i reportage di importanti riviste internazionali è quanto sta accadendo nelle vite delle persone e a come ne usciranno, quelli che potranno, da questa situazione. Allora guardo i video di Muhammad e vengo interpellata dalla sua domanda che chiede con i suoi occhi celesti coraggiosi: “Che cosa è il mondo?”, e provo a darmi una risposta.

Il mondo o parte di esso, caro Muhammad, è quello di partiti e di correnti religiose interpreti di interessi ad oltranza, che passano sopra le vite di molti, alimentando conflitti; è un mondo di esecutori che spesso dimenticano il perché delle loro azioni. Ma il mondo è anche di quelli come te, di quelli che pongono domande che non hanno risposta, di quelli che interpellano perché vogliono la verità, non un’ideologia preconfezionata da altri. Il mondo è anche di quelli che non ci stanno, che vogliono capire, agire e avere un impatto per migliorare. Il mondo è anche di quelli che pregano, come dici di fare tu; di quelli che credono che l’uomo non sia solo appetito di ricchezza o di giustizialismo religioso, ma che credono nel dare senza chiedere; di quelli che accettano di soffrire per un futuro migliore. Come te.

Insomma, il mondo sei anche tu, che continui a metterci in discussione con le tue richieste di preghiere e il tuo desiderio di diventare reporter, tu che tra le bombe hai il coraggio di vedere un futuro e di crederci. Non so bene cosa sia il mondo, ma per abitarlo ci vuole il tuo coraggio, a Roma come a Goutha, questo lo so.

Anche apparso su https://mauroleonardi.it/2018/04/05/le-lettere-di-gavina-masala-cosa-e-il-mondo-il-tweet-che-viene-dalla-siria-che-interpella-tutti/

Prospettiva a 5 stelle?

Schermata-2018-03-15-alle-10.41.55-1024x450.pngDati i risultati dell’ultima tornata elettorale, mi sono soffermata ad analizzare se questi siano dovuti al programma del MoVimento 5 stelle, scaricabile dal sito, o se invece siano espressione di altre istanze.

Vediamo alcuni capitoli essenziali delle promesse grilline come spunto di riflessione: per quanto riguarda il tema economia, riporto fedelmente quanto scritto: «misure immediate per il rilancio della piccola e media impresa sul modello francese», «ripristino dei fondi tagliati alla sanità e alla scuola pubblica con tagli alle Grandi Opere inutili come la Tav». Il  programma poi si sofferma sui capitoli del risparmio energetico e delle energie rinnovabili e chiede l’applicazione di norme già in essere, ma disattese; risulta un po’ impreciso per la verità. Passiamo al tema dei temi: il mercato del lavoro; troviamo al riguardo la proposta di abolizione della legge Biagi e quella di un «sussidio di disoccupazione garantito». Si continua con l’intento di abolire i «monopoli di fatto, e col mettere in opera «disincentivi alle aziende che generano un danno sociale (per esempio distributori di acqua in bottiglia)».

Dopo questi brevi cenni, il programma è molto più lungo per la verità, possiamo dire che esso si presta ad essere letto in molteplici modi, uno di questi è in chiave estrema: sembra infatti mirare ad abolire ingiustizie sia economiche che di principio e a tagliare con le politiche del passato; seppure tutto sia privo di argomentazioni articolate, questo si può tranquillamente evincere.

In effetti però l’unico dato di fatto è che il MoVimento ha grosse e inaspettate possibilità davanti a sé, da non sperperare: come Micromega sottolinea da tempo, in Europa ormai risultano credibili ed apprezzate solo due tipologie di politiche prive di vie intermedie. Una di queste va in favore dell’uguaglianza economica e sociale di cittadini stanchi di sperequazioni sempre più evidenti, l’altra in direzione dell’individuazione di capri espiatori, quali i migranti ad esempio. Posto che chi scrive non ritiene nè l’una nè l’altra vie buone, mi sembra un’analisi realistica e credo che Grillo & co. stiano cavalcando la prima opzione.

Ciò potrebbe avvenire anche in maniera positiva: Di Maio e gli altri potrebbero ora tranquillamente scegliere di occupare la scena da veri innovatori, proponendo a Mattarella nomi eccellenti non appartenenti all’establishment, tagliando così de facto con le vecchie logiche, andando verso quell’estremismo che i tempi richiedono e verso cui il loro programma sembra muovere, interpretandolo in maniera finalmente costruttiva. Tuttavia i nomi presentati dal MoVimento prima delle elezioni sembrano andare verso una direttrice di sostanziale mediocrità e il candidato premier sembra farsi consigliare da figure di basso calibro. La speranza però rimane: i pentastellati hanno l’occasione di incarnare un radicalismo anche buono e di associarsi a personalità sì radicali come il loro DNA richiede, ma valide e “pulite”. Servirebbero però coraggio, competenza e soprattutto umiltà. Per sgomberare il campo: chi scrive non crede in una linea estremista, tuttavia se di tinte forti la politica odierna ha bisogno, facciamo almeno che siano i colori di una tela di Kandinsky, non di un dilettante e del buono – speriamo – arriverà.

Anche apparso su https://mauroleonardi.it/2018/03/17/le-lettere-gavina-masala-prospettiva-5-stelle/

L’incontro con l’altro, sulla soglia del divino

friendship-with-Hug-LoveSove“Il chassidismo insegna che la gioia che si prova a contatto con il mondo conduce, se la santifichiamo con tutto il nostro essere, alla gioia in Dio

Potrei sottoscrivere con convinzione quest’affermazione espressa da Martin Buber nel suo scritto Il cammino dell’uomo, splendido simposio di teologia e filosofia.

Il problema dell’uomo, di come studiarlo e interpretarlo è indubbiamente il più affascinante di tutti, poichè la peculiarità è che chi indaga è l’indagato: oggetto dell’antropologia, scienza che studia l’uomo, è infatti l’uomo stesso. Fu Kant a enunciare brillantemente che i problemi morali, gnoseologici e spirituali trovassero risposta nella definizione di uomo ma non si spinse oltre nell’indagine. Il ‘900 ci offre degli spunti preziosi, quali quelli del filosofo e teologo ebreo Martin Buber appunto, per accostarci al tema dell’umano visto non più come un oggetto da esaminare, come sostanza quale fu per Aristotele, ma come soggetto di relazioni e alle relazioni; conferendo così sia una connotazione attiva che passiva il soggetto diventa persona, trama di rapporti, esistenza.

Buber, nel tentativo di decifrare l’uomo, ci parla di esistenza dialogica, ovvero: abbiamo come prerogativa la capacità di relazionarci con l’altro, col prossimo secondo i Cristiani, ma è la natura di questa relazione ad essere speciale e a conferire sostanza e dignità all’uomo.

Possiamo infatti ravvisare almeno due modi di proporci nella sfera sociale: da un lato oggettivando chi abbiamo di fronte, ovvero indagandolo da osservatori esterni – un po’ come farebbe uno scienziato – rendendolo strumento di nostre riflessioni, quando non addirittura di calcoli personali, al fine di farne un mezzo utile al nostro percorso. Questa relazione è falsa, purtroppo agevolata dallo sviluppo delle tecnologie, che ci permettono di comunicare senza andare incontro realmente. In questa modalità non c’è uomo, non c’è umanità, non ci siamo noi. Oppure, auspicabilmente, può avvenire un incontro autentico, gratuito, non autoreferenziale, reciproco: esempio di fautori di questo secondo tipo di dialogo furono certamente Socrate e Gesù. Il primo perchè seppe usare la propria acuta intelligenza per educare gli altri ed accostarli al loro vero bene, il secondo perchè usò la Grazia del Padre per salvare l’umanità.

In queste due esperienze l’Io accetta chi ha di fronte ed ha il coraggio di incontrarlo veramente, lì dove c’è bisogno, lì dove si fa fatica ad entrare, lì dove bisogna aprirsi reciprocamente per potersi “vedere”, in un rapporto di mutualità.

Buber mette a fuoco quanto quella soglia – la chiama proprio così – in cui sostiamo per un incontro vero col prossimo, senza invaderlo, senza appropriarcene, ma solo accogliendo e donando con delicatezza, è riflesso della Grazia ed è possibile solo grazie a un rapporto con Dio improntato alla mutualità, meno asimmetrico di quanto forse siamo abituati a pensarlo.

Lo zwischen (letteralmente “tra”), soglia o interrelazione nella quale incontriamo l’altro come Dio, ovvero come ulteriorità, e Dio come l’Altro irriducibile a noi, è l’unica via per la realtà cui si arriva, a mio avviso, percependo l’indigenza di ciascuno e la reciproca ricchezza che l’uno è per l’altro. L’interrelazione con l’Altro e con Dio diventano dunque luogo in cui si esplica l’essenza dell’uomo.

Nelle parole di Buber: “Come potrebbe esistere l’uomo se Dio non ne avesse necessità? (…) Dio ha bisogno di te e tu di Dio per esistere, questo è il significato della vita”.

Questa filosofia dà luogo ad una definizione di persona molto diversa dall’individualismo, perchè la persona è nella relazione, non tanto e non solo in quella contingente, ma in quella divina, con quel “Tu eterno” che diviene precondizione per rapporti buoni, fecondi e non strumentali.

Sorge la domanda: come coltivare questo buon rapporto con Dio e col Tu che ho di fronte? Sottomettendo il proprio volere quotidiano, piccolo e minuto al Grande Volere, ovvero al desiderio di Dio. Avendo sete di Dio, mettendo questa sete a fondamento del nostro essere, rapporti interpersonali e relazione con Colui che è, saranno improntati al bene vero, che non può che essere carità, sovrabbondanza, eccedenza. Come diceva Agostino d’Ippona “ama e fa ciò che vuoi”, intendendo con ciò ravvisare l’essenza dell’uomo nella responsabilità per il bene altrui, responsabilità relazionale che riusciamo a sentire solo per Grazia.

Un’Italia senza padri

Schermata-2018-03-07-alle-16.25.38-1-400x450All’indomani delle elezioni italiane che il quotidiano Le Monde definisce “cataclisma” ed il Corriere della sera “onda anomala che tutto spazza via”, medito.

Sant’Ignazio di Loyola diceva che si deve “buscar Dios en todas las cosas”, dunque cerco di interpretare questo sommovimento politico alla luce di Cristo, in dialogo con lui e col suo amore per noi creature. E mi chiedo: qual è il segno di Dio in questo tempo apparentemente così sciagurato?

Lungi dal darmi per vinta nella ricerca, trovo un barlume: l’Italia è sempre stata il Paese del voto di scambio, forse più al sud che non al nord, ma l’Italiano medio ha quasi sempre votato per ottenere qualcosa in cambio.

Giustamente ricorda Gian Antonio Stella, che la Sicilia è la terra in cui si è tutti parenti pur senza esserlo, come scriveva Rabelais, da qui il clientelismo.

Ma questa volta è tutto diverso, in quanto gli italiani dicono che non ci stanno più, che non interessa più il piccolo orticello, che non interessa più dare il voto all’amico per avere il posticino di lavoro. Quello che ci dicono queste elezioni è che abbiamo bisogno di individui apparentemente liberi e con le idee chiare, magari anche un po’ esibizionisti ma scevri da logiche vecchie. Insomma, gli italiani non vogliono più un padre con tutto ciò che in positivo ed in negativo questo comporta, perchè hanno poco da chiedere, perchè sanno che nulla otterranno; e dunque preferiscono ritornare liberi. Non so se questo tipo di libertà da vecchi schemi sia raggiungibile e in virtù di quali nuove mete sia auspicabile; ma questo sembra il messaggio! Anche solo visivamente Matteo Salvini e Luigi Di Maio rimandano all’immagine di un Paese che vuole tornare a sentirsi giovane e vivo, anche se, ahimè, spesso aggressivo e con istanze ancora mal definite.

Alla parte costruttiva del mio discorso fa da chiosa una parte meno positiva e più concreta, forse, che non posso ignorare. Se è vero che queste elezioni sono state un taglio netto col passato, con tante pecche che si portava dietro, è anche vero che le prospettive offerte dalle forze vincitrici sono davvero scarse: io stessa, molto modestamente, avevo scritto quanto l’atteggiamento di Di Maio sia sempre stato improntato ad una fulgida ed esibita arroganza che poca fiducia mi ha sempre portato a riporre sulla sua figura politica.

Ora, alla mia riflessione, si aggiunge Matteo Salvini, che se ha avuto il merito di traghettare la Lega verso mete nazionali –  inaspettatamente – troppo spesso si è lasciato andare ad atteggiamenti contraddittori e politicamente scorretti, quando non frutto di demagogia. Esprimo, fin da ora e con chiarezza, scetticismo per questi risultati elettorali, ma l’esercizio proficuo da farsi, a mio avviso, è di leggere il segno dei tempi e cercare di interpretarlo sotto la luce dell’etica, ovvero della responsabilità verso l’altro, o verso il prossimo come diremmo noi cristiani. Chissà che al prossimo turno elettorale non sgorghino altre nuove figure, magari con qualche referenza e connotazione migliore: la speranza è ultima dolcissima dea!

Il cristianesimo ha un’essenza?

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Da tempo mi accompagna una domanda circa la verità, o Verità, del Cristianesimo; nelle mie poche esperienze, approfondimenti ed incontri infatti mi imbatto in quanti come me si professano Cristiani, ma pensano o dicono o fanno cose completamente differenti da me.

Allora, esiste un’essenza del Cristianesimo? Esiste un fare Cristiano? Provo a rispondermi, specialmente attraverso il meraviglioso lavoro di Adolf Von Harnack che si intitola L’essenza del Cristianesimo.

Cosa sia il Cristianesimo a livello storico è tutto sommato ben delineato: compare l’uomo storico Gesù, la sua predicazione diventa dirompente e questa viene incardinata all’interno del pensiero greco dai primi apologeti, proprio per contenerne la forza e per permetterle di non estinguersi. Il resto, tra tanti eventi controversi, è storia.

Ma il Cristianesimo è – suggerisce Harnack – fondamentalmente Gesù Cristo, il Vangelo e l’azione che questi hanno svolto sull’uomo singolo determinato nel tempo e nello spazio.

Cristo, come ogni personaggio storico, ha fatto qualcosa di grande ma soprattutto ha lasciato un’eredità, che all’interno dell’animo umano continua a germogliare da quando Egli è stato. Se è vero che le grandi personalità si distinguono per i comportamenti che suscitano in quanti li eleggono a loro signori, questo quid che risiede nella parte più spirituale e intima di noi e che ci fa agire in maniera così “atipica”, è l’essenza del Cristianesimo.

A mio avviso e con Harnack, bisogna scavare ancora un po’ per chiarire meglio una risposta alla domanda su chi sia realmente un Cristiano, sia perchè essa risiede nel profondo dell’essere, sia perchè la religione spesso diventa fatto istituzionale e politico, il che non è deprecabile in sé e per sé, ma bisogna esserne consci per evitare di attribuire a Cesare quanto è di Dio e viceversa.

Mi si conceda di mettere a fuoco a questo punto un tratto fondamentale del Cristianesimo che ci aiuta nella ricostruzione, ovvero il tono utilizzato da Gesù, che a dispetto di scribi e farisei “predicava come avendo autorità”, e cosa ha annunciato il Figlio, sulla cui predicazione autorevole si fonda il nostro credo? Il Vangelo: Il regno del Padre. Più precisamente il suo “avvento interno” – potremmo dire interiore con Sant’Agostino – per quanti abbraccino l’etica Cristiana.

Sarà allora importante capire quale sia questa etica, così essenziale al vivere una vita cristiana; ebbene, quella del primato dell’intenzione. Infatti la morale farisaica, in relazione ed in opposizione alla quale predicò il Salvatore, era zeppa di riferimenti a casi particolari, piena di rituali, era prescrittiva. Per il Cristiano la rigida legge diventa l’amore di Dio, quell’amore cui conformarsi quando si agisce, quell’amore che si riversa sulle creature tramite il Cristo per Grazia, e che esse a loro volta donano sempre per Grazia al prossimo, con carità. Il Cristianesimo è etica di carità nella sua dimensione interiore, dunque un’azione è eticamente cristiana se sinceramente prende le mosse dall’amore cristiano.

Questa è certamente la cifra del Sermone sulla montagna, in cui costantemente si fa riferimento al primato dell’intenzione in qualunque attività umana: i beati infatti non sono quanti abbiano adempiuto a dei precetti, ma quanti abbiano obbedito alla coscienza del Bene. Come sappiamo Gesù recise ogni legame col culto esterno ed ebbe parole nette di condanna per quanti facevano vacillare il prossimo sotto il peso di un ideale di bene, mandando poi offerte al tempio. In questo Egli fu nitido: l’amore Cristiano è agapico, smisurato, ha il suo scopo in sé, è puro servizio per l’altro; per ciò stesso pertiene a una dimensione nascosta e intima dell’essere. Se questo è il Cristianesimo, chi sono coloro che possono amare in questo modo così esigente? Gli umili, ovvero i beati poveri di spirito, quanti si trovino nello stato dell’anima di implorare Dio – non a caso iniziamo le preghiere con l’invocazione: “O Dio vieni presto a salvarmi” – che è il grido dell’indigente.

Questo grido che sgorga in preghiera ci porta a impetrare la Grazia, che ci rende imitazione di Cristo, nel profondo dello spirito. Dunque l’essenza del Cristianesimo è questa somiglianza, che per i tratti con cui abbiamo descritta, sembra essere sondabile solo da Dio…

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Il DNA del Cristiano e la politica

Schermata-2018-01-21-alle-21.08.51Nel ‘900, con la relatività di Einstein in campo scientifico, col crollo delle ideologie totalitarie in campo politico e le due guerre mondiali a corollario, si è messa in crisi la capacità onnicomprensiva della ragione. Tutto ciò che era certo – dai confini territoriali alla nozione di tempo e molto altro ancora – non lo è stato più. Ciò ha suggerito all’uomo moderno che non tutto si può comprendere definitivamente, perchè la realtà è più forte del pensiero, lo supera sempre.

Tradotto in termini antropologici, ciò si è tradotto nell’assenza di certezze univoche per l’individuo, costretto a rivedere i valori come prodotto storico e le forme di comprensione tradizionali come inadeguate, e resosi vulnerabile. Senza l’autodifesa razionale, l’Io non ha un modello cui appellarsi e non gli resta che vivere ciò che gli si presenta davanti: il reale, così com’è, svuotandosi delle sicurezze che aveva.

Ma non è codesta la condizione in cui si è trovato Cristo fatto uomo? Cristo che rinuncia alla sua divinità per vivere come noi, non si (auto)limita ad avere a che fare con la realtà, ma in maniera nuova e del tutto specifica? A mio avviso sì. La vita è relazione, lo diciamo sempre, è politica dunque, perchè il termine sottende sia una dimensione sociale relazionale che una dimensione di spazio pubblico. Come orientarci dunque? Cito San Paolo:

E se avessi il dono della profezia
e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza,
e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne,
ma non avessi l’amore,
non sarei nulla” 

Bene, quindi? Quindi a livello politico il Cristiano non può che vivere la chenosi di Cristo praticando l’amore agapico, nostro unico, vero DNA. Il Cristiano deve farsi debole, stare con i deboli, vivere per i deboli. Per parlare chiaro e pragmaticamente, credo che i tempi della DC siano finiti e neppure debbano ricominciare: l’uomo è cambiato, ha forse gli stessi bisogni materiali ma non spirituali. Il Cristiano autentico d’oggi non si sente rappresentato in una serie di istanze propagandistamente esposte, ma chiede un impegno di verità al singolo delegato, che deve essere Cristiano in senso forte, autentico. Se dovessi votare qualcuno in quanto Cristiana vorrei si trattasse di un uomo (o donna) in carne ed ossa, capace di incarnare consapevolmente un ethos Cristiano, non un’ideologia. Il che tradotto in programmi vuol dire: attenzione al prossimo più emarginato, investire in formazione di qualità per favorire la crescita della persona, credere nel dialogo interreligioso, tenere toni bassi, evitare uno stile aggressivo e molto altro, ovviamente. In definitiva vuole dire “sporcarsi le mani” con quanto nessuno vuole fare perchè ritenuto antieconomico o poco appealing. Parliamoci chiaro, togliere una tassa o togliere le barriere architettoniche da una città come Roma – patrimonio mondiale e Cristiano per eccellenza – presume scelte di fondo molto differenti. Ancora, cosa dovrebbe chiedersi un politico cristiano? A mio avviso solo una cosa: “Come faccio a farti stare meglio?”. Abbiamo un tesoro che è quello della “logica” – paradossale – dell’amore, del servizio verso il prossimo e dovremmo rispolverarla in tutti gli ambiti per la verità, ognuno nel suo piccolo o grande che sia.

L’economia ha preso il sopravvento sulla politica. Si pensava che questo avrebbe prodotto benefici, mentre sappiamo che così non è stato; per invertire il segno dei tempi occorre leggere l’opportunità di vivere un Cristianesimo originario, improntato a quanto più ci contraddistingue, ovvero l’amore per l’altro. Questo significa farsi deboli, come Cristo? Sì, e solo con l’aiuto di Cristo lo si può fare veramente, ma solo questo c’è da fare.

Anche apparso su https://mauroleonardi.it/2018/01/22/le-lettere-gavina-masala-dna-del-cristiano-la-politica/ 

Ma si può usare Dio?

Schermata-2018-01-09-alle-10.33.12.pngDa molto tempo studio, da un po’ di anni studio filosofia, da sempre “so di non sapere”, ma questo mi crea sempre meno problemi. Da diversi anni vivo nel perimetro di un’esperienza di fede cristiano-cattolica con assidua convinzione, ma da altrettanto tempo non sono più certa di cosa sia l’ortodossia, né questo ora, mi crea problema.

Mi spiego e dichiaro a priori che alla base di quanto sto per scrivere vi è uno studioso molto solido, che si è salvato dalla depressione grazie al Cristianesimo: William James, medico, filosofo e psicologo che operò a cavallo tra la fine dell’‘800 e i primi del ‘900, che ha svolto gran parte della sua carriera ad Harvard, Presidente della Society for Psychological Research nel 1894-95. James ha scritto due opere cardine in materia di analisi del fenomeno religioso, in particolare i miei studi mi hanno portata ad approfondire Le varietà dell’esperienza religiosa.

Come facilmente verificabile, non prendo a paradigma un insipiente o relativista banale, ma uno scienziato approdato alla psicologia passando per la filosofia; già dal titolo dell’opera che ho citato si desume quanto William James sia interessato a una dimensione fattiva, personale e pratica del fenomeno religioso. L’assunto di base è che l’uomo è volto per sua natura al bene, in primis personale, poi degli amati e poi della società. Chiunque, per perseguire tale bene, abbraccia delle credenze per potere compiere scelte ed agire: se non credessi di potere tornare a casa sana e salva non uscirei di casa tutte le mattine, ovviamente. Allo stesso modo pensa anche la scienza, che con la sua forma mentis empirista mira a risolvere dei problemi basandosi su degli assunti di base, assimilabili a delle credenze. Ricordiamo tutti, ad esempio, il principio di inerzia di Newton:

Un corpo mantiene il proprio stato di quiete o di moto rettilineo uniforme, finché una forza non agisce su di esso“.

Sappiamo però che questo enunciato si basa su una condizione, che un corpo possa non essere sottoposto a delle forze, dunque procedere con moto rettilineo uniforme all’infinito, che nel reale non si dà né si è mai data.

Ergo, per analizzare, capire, risolvere ed agire dobbiamo credere, e questo ci porta a imboccare strade, creativamente e fattivamente. Sappiamo bene quanto esimi scienziati, quali Galileo, Copernico, Einstein solo per citarne alcuni, abbiano sfidato il buon senso postulando tesi ritenute impensabili e quanto questo abbia portato a progressi immensi in ogni ambito.

Bene, James – lo scienziato, psicologo e filosofo – osserva che in definitiva l’uomo religioso fa lo stesso: crede per agire, per preservarsi dal male e coltivare il bene che identifica in primis nella sopravvivenza e poi nel perseguimento di quanto ritenga degno di valori.

Sorgono almeno due criticità: da un lato la possibilità di un atteggiamento dogmatico, quanto di più esecrabile per lo scienziato in oggetto, dall’altro il rischio di uno svuotamento della religione dalla sua pretesa di verità assoluta.

A questo punto è importante precisare che James intende con religione un qualunque sistema di credenze, che ci fornisca un apparato teorico – pratico sulla scorta del quale approcciare la realtà. Non mi soffermerò sulla prima criticità per necessità di brevità, ma mi interessa capire se pensare alla religione in modo pragmatista come fa il Nostro, la svuoti veramente del suo contenuto, del suo statuto ontologico. Io credo di no, affatto. J.H. Leuba si spinse a dire che nella misura in cui gli uomini possono servirsi di Dio non interessa loro del fatto che Egli esista o meno nè di chi sia. Se Dio si dimostra utile, in definitiva, l’uomo gli si affida o forse lo usa, senza indagare oltre. Leuba dirà anche “La religione è ciò che la religione fa”, va giudicata insomma in base alla sua efficacia pratica e psicologica, ovvero dalla sua capacità di perseguire la salvezza, o materiale o psicologica dell’individuo.

Mi rendo conto delle criticità di questo ragionamento, che a tratti risulta urticante e posto su terreno umbratile, ma ad un’analisi onesta non posso dire che i due studiosi siano troppo lontani da una parte di vero. La religione in effetti, penso al Cristianesimo, postula un atto di fede in un’entità non verificabile, e in cambio promette salvezza e guarigione, sia materiale che spirituale. Ma questo non equivale a dire che in definitiva non è sommamente importante capire Dio, dato che nessuno lo conosce, ma usarlo? Usarlo per salvarsi, usarlo per salvare, usarlo per amare? Quando facciamo la comunione non Gli stiamo forse chiedendo di essere un tutt’uno con Lui e con i nostri fratelli? Certo, dire che la religione risieda in un terreno psichico innato, non è scevro da implicazioni, e affermare che la bontà di una religione si giudichi dai frutti, nemmeno. Tuttavia si leggono a mio avviso degli anfratti di verità da non trascurare. Ciò ci richiama infatti alla responsabilità dell’atto pratico che scaturisce da un credo religioso, vero biglietto da visita dell’essere umano.

Allora, si può usare Dio? Perchè no, se il nostro stare bene in lui sia fecondo per la nostra vita, la protegga e la faccia fiorire; se questo comporti un atteggiamento pieno di Grazia verso l’altro, ma perchè no? Non ci chiede forse questo il “nostro” Dio, che si è fatto esperienza personale?

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