Lisa, la sua musica, il nostro dovere di riflettere

lisa-digrisolo-2A leggere la storia, brevissima, della bella Lisa Digrisolo non si può che rimanere con l’amaro in bocca, o meglio col fiato sospeso, come sospesa è rimasta la sua vita. Era bellissima Lisa, poco più che adolescente e aveva un futuro che l’aspettava, un futuro da aspirante modella.

Doveva ancora compiersi la sua esistenza, ma lei aveva certamente tutte le carte in regola: un sogno, delle esperienze fatte, gli studi in fashion design e magari, dato che si trovava in stazione la mattina prestissimo, anche tanta buona volontà. Non lo sapremo mai: è stata chiamata presto Lisa. Neppure da credenti è facile farsi una ragione di storie come la sua, che sfiorano il paradossale, solleticano critiche contro le misure di sicurezza approssimative nelle stazioni.

Qualcuno potrebbe anche fare una morale: “questi giovani, sempre distratti, non sanno più dove si trovano”. Di certo c’è qualcosa che accomuna questo tragico incidente a molti altri, avvenuti con dinamiche affini. Io stessa spesso giro con le cuffiette e il mio mondo parla mentre cammino, mentre tutto il resto avviene, ma noi non ci siamo: la vita sta accadendo e noi scegliamo una dimensione parallela.

Perché? Nel pormi questo interrogativo in questi giorni, mi sono risposta che spesso la realtà non ci piace e che in nome della libertà ne scegliamo un’altra, parallela. Soprattutto per noi giovani, Lisa lo era molto più di me, tutto è complesso: abbiamo molto ma non possiamo essere ciò che siamo, ovvero noi stessi, con vulnerabilità annesse.

E mi sono immaginata Lisa, nel mondo della moda, dove devi essere bella, felice, inappuntabile, desiderabile, anche se proprio non ti va. Ma devi dare un’immagine di te, non essere te stessa. E’ lontanissima da me l’idea di fare un’esegesi delle cause dei comportamenti di una ragazza che neppure ho conosciuto, ma mi viene da pensare a quanto, nella frenesia e nel rumore quotidiano, vogliamo fare silenzio, ritagliarci i nostri spazi, uscire dalla realtà.

Perché? A questa domanda non voglio dare risposta, per rispetto di questa vita spezzata, che per chi crede si sta compiendo nell’eterno, e per rispetto di chi soffre per lei. Tuttavia dentro di noi cercare di rispondere a quell’interrogativo è un dovere.

Qualunque sia la risposta, sarà certo uno schiaffo all’arroganza di chi (tutti) pensa di avere la vita in pugno. La vita sfugge e il nostro cercare di non viverla, di astrarci, la fa sfuggire ancora più velocemente. Questo non è però il tuo caso Lisa, la tua vita lascia una traccia profonda: hai donato a tutti noi la possibilità di riflettere, di fermarci a capire cosa non va e magari a cercare di migliorare. Speriamo che anche sul piano fattuale, della sicurezza per intendersi, qualcosa finalmente si muova.

Anche apparso su: https://mauroleonardi.it/2016/04/26/le-lettere-di-gavina-masala-lisa-la-sua-musica-il-nostro-dovere-di-riflettere/

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Benedizioni a scuola: la partita si riapre

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L’anziano, depositario di saggezza e buon senso, direbbe: “una benedizione non fa male a nessuno”, ma l’uomo post-moderno sa bene che non è scontato. Poco più di un anno fa veniva proibita attraverso una sentenza del TAR la consueta benedizione pasquale nelle scuole dell’Istituto comprensivo 20 di Bologna – elementari e medie. La partita (importante) non si è chiusa lì e la sentenza è stata sospesa dal Consiglio di Stato, in attesa dell’udienza in Camera di Consiglio, prevista il 28 aprile a Roma.

Episodi come questo interrogano profondamente la società odierna circa la convivenza tra fedi e culture diverse, circa il concetto di tolleranza, di integrazione e di cultura.

Vediamo di fare ordine su alcuni punti fondamentali, su termini che usiamo spesso, senza approfondire troppo: lo Stato è laico. Vero, il principio è sancito dalla Carta costituzionale, tuttavia per laicità non dovrebbe intendersi l’espungere l’ambito religioso dalla sfera pubblica nonchè civile, atto che costituirebbe una chiara negazione della libertà di coscienza di ciascuno. Questo sarebbe laicismo, dal tratto vessatorio e contro il quale ci si potrebbe appellare con facilità.

Viviamo in una società di matrice giudaico-cristiana. E’ un dato di fatto, e volere favorire la convivenza con altre culture non dovrebbe voler dire annientare la propria. Certo, riferendoci al caso da cui siamo partiti, bambini di altre fedi non dovrebbero essere obbligati a partecipare alla benedizione, ma tale eventualità non è mai stata ventilata. Tuttavia sarebbe stato corretto metterli davanti all’evidenza di cosa sia la Pasqua cristiana, festa caratterizzante la società in cui si trovano a vivere. Rispettare gli altri significa tutelare la propria identità e mettere l’altro nella condizione di potere fare altrettanto; si può integrare solo a patto di avere un’identità e di esserne consapevoli.

Viviamo in una liberal-democrazia, il che ha delle implicazioni precise: la politica non deve intervenire nella sfera religiosa e viceversa, ma i due ambiti devono esistere, coesistere e ricercare punti di contatto. Democrazia, come sappiamo, significa governo del popolo, che si esplica nel prendere decisioni a maggioranza, ergo: se vi è una maggioranza di cristiani o di ebrei o di musulmani o di indù sarà questa ad avere peso decisionale più ponderoso rispetto alle minoranze. Non è un concetto facile da praticare proprio perchè spesso confondiamo la maggioranza con la parte che detiene la Verità. Non è così, essa può e deve decidere per favorire il buon funzionamento della società, anche sbagliando. Ciò in generale.

Integrazione: ne parliamo tutti come di un qualcosa di nobile. Ma integrare qualcuno vuol dire dargli un giusto spazio all’interno della propria cultura, e per fare ciò si deve necessariamente passare dalla conoscenza e dal rispetto per la cultura integrante.

Sì, perchè in definitiva si tratta di questo: di conoscenza e di rispetto. Nelle scuole si fa cultura, sapere cosa sia la Pasqua e perchè ad essa si associ una benedizione è un preciso dovere per chiunque viva in Italia, riservandosi ovviamente di non desiderare di festeggiare tale ricorrenza. Ma non si può pretendere di imporre un pensiero unico, neutrale, che faccia tabula rasa di un mondo, di una storia, di un amore in questo caso.

Se vogliamo dirla tutta poi il tentativo di non dare cittadinanza a Dio sembra rispondere più ad un pigrizia esistenziale che ad un sincero anelito di accoglienza. E’ tempo che l’uomo riprenda a interrogarsi sul senso profondo della propria esistenza, tanto più in un momento storico in cui esistere significa essere in relazione. Come sostenne il papa emerito nel discorso di Ratisbona del 2006. Per Joseph Ratzinger è esigenza della stessa ragione, quella del Positivismo per intendersi, interrogarsi sul senso e sui perchè le cose stiano in un certo modo e di favorire nessi che ci permettano di vivere insieme, nel rispetto reciproco.

Anche apparso su: https://mauroleonardi.it/2016/04/19/le-lettere-di-gavina-masala-benedizioni-a-scuola-la-partita-si-riapre/

“Adotta un danese”, l’antidoto all’indifferenza

adopt-a-dane-2.jpg@SaveDenmark e Adopt a Dane, sono due delle iniziative ironiche che smascherano le (crudeli) politiche danesi, ed europee in genere, sui rifugiati.

In Danimarca, infatti, è da poco stato approvato un disegno di legge che autorizza le autorità a sequestrare i beni ai rifugiati, per recuperare i costi del loro asilo, e aumenta i tempi previsti per i ricongiungimenti familiari. E’ inoltre da più di un anno che il governo pubblica spot in danese, libanese e arabo invitando i migranti a trovare alloggio altrove: “Sono stati tagliati i fondi per il diritto di asilo” e coloro “che si trovino nel nostro territorio verranno cacciati via velocemente, se i documenti non saranno giudicati in regola”. Tradotto: restate dove siete.

La Danimarca ha in effetti accolto un elevato numero di rifugiati, oltre 20.000 nell’ultimo anno, il che la rende uno dei Paesi maggiormente impegnati nelle politiche di asilo e, come diversi altri Stati, è preoccupata per i costi che si trova a pagare.

Anche negli Stati Uniti domina la paura dei migranti, utilizzata nella propaganda di alcuni candidati, ma “un approccio di questo genere non può portare da nessuna parte” – si legge nell’editoriale del New York Times di qualche giorno fa – “l’Occidente dovrebbe gestire il fenomeno in conformità agli obblighi internazionali che lo vincolano, nel rispetto di regole anche morali”.

Il vero schiaffo arriva dall’Africa, che superficialmente in molti associanounicamente ad arretratezza e indigenza. Ecco come recita uno spot provocatorio, prodotto da una finta organizzazione umanitaria con sede nel Paese: “migliaia di danesi stanno scrivendo su Facebook che si spendono un sacco di soldi per l’Africa, invece di usarli per le persone anziane in Danimarca. Quando lo abbiamo saputo, abbiamo pensato che avremmo dovuto fare qualcosa. Dobbiamo trovare un posto per Ole, la sua famiglia non va mai a trovarlo”, dice un ragazzo di colore protagonista della Ong fittizia “Danmarks Indsamling” fingendosi ideatore dello spot, mentre Ole sarebbe un’anziano danese, che nessuno cerca più.

Touché: chi può dire di non essere mai stato almeno testimone di una situazione del genere? “Gli anziani non sono un peso ma un dono meraviglioso, noi in Africa amiamo i nostri vecchi – continua Nouwah, altro animatore del video – perché noi possiamo anche avere acque contaminate, epidemie ed essere senza energia elettrica, ma sembra che gli anziani danesi se la passino peggio. Lasciate che ci prendiamo cura di loro”. Appello finale: “Africa apri il tuo cuore, adotta un danese”.

Bergoglio parlerebbe di un antidoto alla cultura dello scarto, come ebbe a dire durante l’udienza generale del giugno 2013: “Se si rompe un computer è una tragedia, ma la povertà, i bisogni, i drammi di tante persone finiscono per entrare nella normalità”. Insomma, nella diagnosi del Papa contano di più i beni materiali di quelli affettivi, esattamente come mette in evidenza Adopt a Dane.

La Danimarca, qui usata come emblema di un mondo mosso unicamente da interessi economici, viene dipinta da organismi internazionali, statistiche sulla felicità e sondaggi come una terra promessa, eppure nasconde tanti angoli bui: non si parla mai di quanto lo Stato sociale sia poco “previdente”: si va in pensione a 67 anni, ma questa ammonta a circa 450 euro netti al mese, se hai lavorato almeno 40 anni. Che tu sia la Regina o un normale impiegato, lo Stato ti fornisce gli stessi servizi previdenziali; è un approccio peculiare per cui si pagano le tasse in proporzione allo stipendio ma i benefit sono uguali per tutti, ivi compresa la pensione. Ed ecco che “the world’s happiest country”, come recita lo spot di una famosa birra prodotta a Copenaghen, diventa la patria di anziani poveri e soli, scartati dall’ideologia della produttività.

E’ qui che può avvenire uno scambio, non economico, ma di valori, tra le nazioni “sviluppate” e quelle in via di sviluppo, ancora sensibili a temi che nelle nostre terre sono in declino almeno dal dopoguerra, quando ebbe il via un boom economico che, spinto elle sue massime conseguenze, ha portato all’inseguimento della produttività ad ogni costo.

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L’Europa sta morendo?

vE’ questo un interrogativo che ultimamente ci siamo posti un po’ tutti. Una crisi che ha radici lontane e i suoi epigoni in tre accadimenti recenti: partita con Grexit nel 2015 con la sventata uscita della Grecia dalla moneta unica, continuata con l’esodo dei profughi siriani che fuggono dal regime di Bashar Al Assad e dall’Isis mettendo però in difficoltà la capacità di accoglienza degli Stati membri, e che avrà un grosso banco di prova il 23 giugno con il referendum inglese su Brexit.

I leader visionari che hanno ispirato il progetto europeo: da Shuman a Adenauer, da De Gasperi a Monnet avevano pensato ad uno spazio sovranazionale di mutuo scambio di beni, certo, ma anche politico, di valori e cultura, insomma di un ethos. E’ chiaro che su quest’ultimo fronte siamo molto in ritardo e, come afferma Enrico Letta, ex Premier italiano ed attuale Preside della prestigiosa École des affaires internationales de Sciences Po di Parigi, si tratta di recuperare una relazione virtuosa tra i Paesi membri. Letta individua nel deficit di democrazia condivisa il motivo di stallo del disegno europeo: “Il primo, grave errore, è stato affidarsi al Consiglio Europeo, che ha oggi un ruolo centrale. E’ il luogo in cui sono rappresentati i capi di stato e di governo che, volendo promuovere i rispettivi interessi nazionali hanno incentivato la rinascita degli Stati nazionali”. Ma non possiamo trascurare anche un’evidente mancanza di cultura europea, a partire dalla società civile, per arrivare ai vertici dei governi: Bruxelles è percepita come lontana, nessuno si sente di appartenere ad una comunità, la cui voce peraltro si fa sentire solo in ambito finanziario, per richiamare al rispetto di standard e austerity che non fanno che aumentare la percezione di Europa come di un cavillo burocratico, priva di qualunque anelito ideale e solidaristico, tutto molto lontano dall’idea fondante originaria.

Su questo solco si inseriscono le iniziative intraprese in sinergia da MUN Academy e dalla Biblioteca Europea di Roma: proprio per aumentare la consapevolezza di abitare uno spazio comune in cui abbiamo il dovere, oltre che il piacere, di trovare un’ispirazione comune di vita.

Dalla morte dell’Europa non avremmo da guadagnare: nello scacchiere internazionale conteremmo pochissimo, tutti gli Stati affronterebbero quantomeno lunghe fasi di difficoltà economiche cui si accompagnerebbe una difficoltà di gestione delle crisi internazionali, per non parlare dell’incremento inevitabile dei problemi di sicurezza.

E’ per questo motivo che il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama farà sentire la sua voce al riguardo, il 24 aprile in occasione della promozione della fiera tecnologica di Hannover, quest’anno realizzata con la partnership USA. Obama sfrutterà le sue proverbiali doti retoriche per convincere gli inglesi a non abbandonare l’UE. “Il nostro Presidente cercherà di indebolire le ragioni di coloro che vogliono la Gran Bretagna fuori dall’Europa”, afferma il Senatore con delega agli Affari Esteri Bob Corker. E c’è da giurarci: se intervengono gli Stati Uniti, la posta in gioco è alta.

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Soldi pubblici per cambiare sesso ai bambini

Gender equal opportunity or representation“Farsi primavera, significa accettare il rischio dell’inverno. Farsi presenza, significa accettare il rischio dell’assenza” diceva Il Piccolo Principe; e c’era un baluardo che pensavamo non si potesse oltraggiare: l’infanzia.

Credenti, atei, politici o scienziati, insomma tutti abbiamo sempre trovato un punto di convergenza certo: la tutela dei bambini, il loro rispetto a oltranza, la loro cura.Invece è cronaca di questi giorni che in Gran Bretagna il Sistema Sanitario Nazionale prevede dei trattamenti farmacologici per minori affetti da disforia di genere, ovvero disordini dell’identità sessuale.

Tutto ha avuto inizio nel 2014, quando Londra ha deciso di dare il via alla somministrazione di terapie ormonali per ritardare la pubertà a bambini di nove anni, come preludio ad un eventuale intervento chirurgico per il cambio di sesso. Il trattamento è offerto dal Servizio sanitario nazionale, dunque pagato con soldi pubblici: si tratta di farmaci “ipotalamici”, che diminuiscono la produzione di testosterone ed estrogeni. Qualora poi si valutasse che i problemi di genere permanessero, i bambini potrebbero essere sottoposti a ulteriori cure. Solo lo scorso anno, lo Stato ha speso 2,6 milioni di sterline per somministrare a oltre mille bambini trattamenti previi al cambio di sesso.

Molte le associazioni insorte per richiamare all’imprudenza di trattare farmacologicamente degli organismi ancora molto giovani, tanto più che durante la pubertà è difficile distinguere la disforia di genere da altre forme di disagio, per cui esistono percorsi di cura meno invasivi. Una delle fondazioni che collabora nel valutare ​i casi da medicalizzare è l’Nhs Foundation Trust con sede a Londra che, secondo alcuni, sarebbe legata al progetto Mk Ultra, ormai chiuso, col quale la Cia attuava dei programmi per il controllo della mente.

Di certo, a corollario di quest’operazione, c’è un’ideologia precisa per cui il determinismo biologico sarebbe obsoleto e andrebbe abbandonato in favore del determinismo psichico: ovvero possiamo diventare ciò che pensiamo giusto, non ciò che siamo dalla nascita.
Joseph Ratzinger nel 2013, al termine del Pontificio Consiglio “Cor Unum”, aveva già intravisto dei rischi e aveva parlato di filosofia della sessualità. Il Papa emerito aveva profeticamente dichiarato: “essere uomo o donna non sarebbe più un dato originario della natura da accettare e riempire personalmente di senso, bensì un ruolo sociale del quale si decide autonomamente, mentre finora era la società a decidervi. La profonda erroneità di questa teoria e della rivoluzione antropologica in essa soggiacente è evidente”.

Immensa è la tenerezza nel pensare a questi bambini che anziché essere aiutati a capire le radici del disagio vengono “congelati”, in attesa che qualcuno valuti se possono diventare ciò che sono o meno. E’ un chiaro esempio di incapacità di accettare la natura umana anche quando imperfetta, problematica, dubbiosa. Tutto ciò ha a che fare con il non sapere correre il rischio intrinseco all’esistenza: quello di trovar
​s​i in situazioni complesse, che talvolta non hanno soluzione.

Parafrasando Saint-Exupery: il farsi primavera porta con sé la possibilità dell’inverno e in questa contraddizione, in questo paradosso, deve stare l’essere umano per non diventare il nulla. Se avalliamo un determinismo che rifiuta la natura, chi deciderà ciò verso cui tendere? La verità è che nessuna operazione potrà mai toglierci dalla bellissima seppur controversa ed incessante fatica di vivere: ecco lo schiaffo​ ​più vero alla nostra arroganza.

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La dimensione profetica del nostro senso di insicurezza

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I recenti attentati avvenuti in Belgio sono frutto di un inganno, o meglio autoinganno, che si è bruscamente disvelato. Doveva succedere, e lo stupore non trova spazio nella coscienza di chi vuole guardare la verità negli occhi.

I migliori politologi hanno analizzato la situazione in tutta la sua complessità: i deficit dell’intelligence, le guerre sbagliate, l’egoismo degli Stati membri. Tutto vero, ma provando a scavare ancora più a fondo, in un angolo della nostra consapevolezza, sappiamo che quel senso di insicurezza che abbiamo avvertito tutti nell’aggirarci nei quartieri di Schaerbeek, Molenbeek o persino per la Gare du Midi, aree a forte incidenza islamica della capitale belga, avremmo dovuto ascoltarlo. Con l’“islamicamente corretto” abbiamo oscurato i vetri, non abbiamo guardato le cose per come stavano veramente: abbiamo permesso la creazione di ghetti all’interno delle nostre città, che costituiscono humus molto fertile per la predicazione islamica estrema, arrabbiata con l’Occidente, considerato rivale in tutto e per tutto.

E la rinuncia a noi stessi ci è costata cara, ora quel senso di insicurezza ci accompagna ovunque, non possiamo più ignorarlo: guida le nostre scelte, anzi le nostre rinunce, perchè ormai prendere un aereo o salire su una metro non è più la stessa cosa.
Abbiamo pensato che l’Unione europea potesse essere un “marchingegno” neutro, un’entità astratta priva di valori, cultura e storia, ci siamo deresponsabilizzati per delegare tutto a un organismo che non è pensato per gestire una comunità plurale, quale siamo.

L’antropologo René Girard nella sua teoria del desiderio spiega bene l’origine dei conflitti: la vita sociale prende avvio nel momento in cui “qualcuno vuole qualcosa”, quando si vuole qualcosa per sé. Ma in ogni desiderio c’è un soggetto, un oggetto ed un rivale che desidera le stesse cose, per imitazione. Ciò ha origine in un vuoto di personalità che porta a volere imitare l’altro, rinunciando alla propria peculiarità; è così che la sfera sociale si satura fino a scoppiare in conflitti violenti.

La via di fuga? Non fuggire, restare in quest’Europa che si presenta così: multiculturale, principalmente economica, poco democratica e fare ciò che possiamo fare, ossia rivendicare la nostra identità non come atto di prepotenza, ma di esistenza, per onestà.
Non possiamo dimenticare l’intento solidaristico che ha ispirato i Padri fondatori dell’Unione, mettiamolo a sistema, creiamo spazi in cui l’espressione di sé possa essere serena e forte allo stesso tempo.

Guardiamo il contesto italiano, che purtroppo corre anch’esso il rischio del nichilismo dei valori: spesso organizzazioni non profit o ecclesiastiche devono supplire alle mancanze dello Stato, facendo accoglienza per i migranti o per gli indigenti, ad esempio. Impegnamoci in queste realtà, frutto della nostra specificità culturale, rispolverando il valore e la bellezza dell’Occidente.

Le comunità musulmane non sono coese al loro interno come ci appare: serpeggiano conflitti tra chi vuole integrarsi nella cultura ospitante, attratto da essa, e chi invece vuole viverne ai margini per distruggerla. Se solo riuscissimo a far prevalere questa sana frattura, rendendo desiderabile l’interazione pacifica, potremmo sperare di costruire una società veramente inclusiva, non ipocrita. Abbiamo il dovere di rispondere a questa sfida restando uniti come europei, consapevoli di noi stessi.

Nel frattempo, impariamo ad ascoltare quel senso di insicurezza interiore che ci accompagna: spesso ha carattere profetico.

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Il senso di insicurezza

bLa capitale belga non è l’unica città in cui le diverse componenti etniche vivano segregate, ma la sensazione che si prova nelle sue strade, nelle sue fermate di metro, è molto differente da quella che si avverte in altre città del mondo, anche molto più grandi quali Parigi o New York, ad esempio. Sia la Francia che gli Stati Uniti sono stati sconvolti e segnati irreversibilmente da episodi terroristici gravi, segno evidente di politiche discutibili, ma lì ti senti al sicuro, se non “te la vai a cercare”.

Perché? Beh, a Parigi sei nell’alveo della grandeur francese e a New York sei nella culla del sogno americano. Sai bene dove ti trovi, insomma.  Bruxelles ha il sapore invece di un non-luogo, di un’utopia, di quel posto in cui abbiamo pensato di incastonare l’Unione Europea, costruita come “marchingegno” neutro, entità astratta priva di valori, cultura e storia. La percezione è che abbiamo rinunciato a noi stessi, e ci è costata cara: ora quel senso di insicurezza che pensavamo di potere censurare, ti accompagna ovunque.

La Bruxelles europea è tutta lì: tra il Berlaymont e L’Espace Léopold, sedi rispettivamente della Commissione e del Parlamento Europeo, nel cosiddetto quartiere europeo, crocevia di gente ricca, impegnata e cosmopolita. I palazzi delle istituzioni sono immensi, lucidi, blindati, danno sicurezza e affascinano chiunque sia attratto dall’idea di sentirsi cittadino di un mondo comune, che vuole dialogare. La sensazione che hai al loro cospetto è di essere piccolo, minuto…

La via di fuga? Non scappare, restare in quest’ Europa che si presenta così: multiculturale, principalmente economica, poco democratica e “porgere” la nostra identità non come atto di prepotenza, ma di esistenza, per onestà.

Guardiamo il contesto italiano, in cui organizzazioni non profit o ecclesiastiche suppliscono efficacemente alle mancanze dello Stato, facendo accoglienza per i migranti o per gli indigenti, ad esempio. Impegniamoci in queste realtà, frutto della nostra specificità culturale, rispolverando il valore e la bellezza dell’Occidente, la sua personalità.

Le comunità musulmane non sono coese al loro interno come ci appare:serpeggiano conflitti tra chi vuole integrarsi nella cultura ospitante, attratto da essa, e chi invece vuole viverne ai margini per distruggerla. Se solo riuscissimo a far prevalere questa sana frattura, rendendo desiderabile l’interazione pacifica con “noi”, potremmo sperare di costruire uno spazio veramente inclusivo, non ipocrita. Nel frattempo, impariamo ad ascoltare quel senso di insicurezza interiore che ci accompagna: spesso ha carattere profetico.

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Turchia, Davutoglu: invito tutti a combattere il terrorismo

Parliamentary Assembly Session April 2011Session de l'Assemblée parlementaire avril 2011A poche ore dagli attentati di Bruxelles, è netta la condanna del terrorismo da parte della Turchia, il premier Ahmet Davutoglu ha espresso solidarietà per il popolo belga di fronte all’assemblea parlamentare: “Condanniamo l’attacco. Mostra ancora una volta il volto di un terrorismo globale che ha colpito Bruxelles stamattina. Le mie più sincere condoglianze vanno al governo e al popolo belga, a nome della Turchia. Ero a Bruxelles la settimana scorsa. Oggi invito tutti a combattere il terrorismo, che si chiami Pkk, Daesh”.

Solo pochi giorni fa, il 19 marzo a Istambul, un uomo probabilmente militante dell’Isis, si è fatto esplodere nel centralissimo quartiere di Beyoglu, causando la morte di 5 persone e diversi feriti. Mentre il 13 marzo un’autobomba aveva causato la morte di 37 persone nella capitale Ankara; l’attentato era stato rivendicato dal Pkk, il Partito dei Lavoratori del Kurdistan. Il Paese ormai vive da tempo sotto il giogo dei gruppi armati.

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Colombia, Kerry in campo per la pace tra FARC e Bogotà

kerry-1Il Segretario di Stato americano John Kerry incontrerà oggi alle 15:00 ora di Cuba, le 20:00 in Italia, le delegazioni del governo della Colombia e delle Farc (Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia) all’Avana, durante lo storico viaggio del Presidente Obama a Cuba. Sarà l’incontro più importante che vertici di Washington abbiano mai avuto con l’esercito rivoluzionario: l’obiettivo è di accelerare il processo di pace in Colombia, che da più di cinquant’anni è sconvolta da una guerriglia interna.

Secondo quanto dichiara l’Alto Commissario per la pace della Colombia, Kerry si confronterà per circa un’ora con i rappresentanti di Bogota sui progressi dei negoziati che si tengono all’Avana, un’ora più tardi il Segretario di Stato Usa vedrà i rappresentanti delle Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia per lo stesso lasso di tempo; a confermare l’incontro Pastor Alpe, uno dei negoziatori delle FARC. I ribelli avranno un meeting anche con Bernard Aronson, l’inviato speciale degli Stati Uniti per la pace.

Il governo di Bogota, alleato degli USA, e i militanti marxisti stanno tentando di raggiungere un accordo che sarà sottoposto al voto dei cittadini per approvazione, con una missione ONU che supervisionerà il disarmo dei ribelli.

Il Presidente Juan Manuel Santos e il leader Farc Rodrigo “Timochenko” Londono si sono imposti la deadline del 23 marzo per raggiungere un’intesa, ma hanno dichiarato di essere consapevoli della difficoltà dei negoziati. Washington ha infatti designato le FARC come terroristi internazionali nel 1997, e molti dei suoi leader sono accusati di traffico internazionale di stupefacenti.

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Minority Report in Corea del Sud

minority-1068x694Lo scopo è buono, ma le implicazioni imprevedibili: la Polizia Nazionale della Corea del Sud ha da poco annunciato di essere al lavoro per un “Big data program”, ovvero un sistema che raccoglierà informazioni personali, rielaborate in statistiche, al fine di prevenire futuri possibili crimini. L’ipotesi è affascinante: ha a che fare in qualche modo con la possibilità di prevedere il futuro e di evitare il male, il crimine, e ci riporta con la mente al romanzo di fantascienza di Philip Dick “Minority report”, in cui in un ipotetico futuro l’umanità ha completamente eliminato la maggior parte delle azioni criminali grazie ai poteri di previsione di alcuni veggenti. Ma si trattava di fantascienza, appunto.

Qui parliamo di realtà, ed anche imminente: si tratterebbe in pratica di unire il database interno della polizia con i dati pubblici disponibili sui social media, da lì accertare l’identità di potenziali criminali o capire dove si nascondono, ad esempio. La Polizia sud coreana ha già pubblicato un bando per progetti di ricerca sulla “tecnologia applicata alla sicurezza” mettendo in palio ben quattro milioni di dollari per il vincitore.
L’iniziativa però viene presa senza un minimo dibattito politico, e così ogni informazione immessa in rete tramite Facebook o Twitter potrebbe essere utilizzata per la prevenzione del crimine, come tutti i dati appartenenti alla Polizia e al Ministero di Giustizia sud coreani.

Gli interrogativi che si sollevano sono parecchi e molti sono i sospetti di illegalità: in Corea del Sud, infatti, tutte le entità legali quali aziende, governo o singoli cittadini devono esprimere il consenso alla cessione dei propri dati, in base al Personal Information Protection Act. Queste informazioni possono essere ottenute dalle forze dell’ordine senza il consenso dei soggetti solo quando richieste per specifiche indagini. Dato che il sistema raccoglierebbe i dati per un uso non correlato ad una indagine particolare, potrebbe venire considerato lesivo della privacy dei cittadini.

Se queste cose accadono in Corea del Sud, si ha la tentazione di considerarle figlie di una condizione politica particolarmente intricata, ed oggettivamente è così. Tuttavia chi di noi nel liberale Occidente, non si è sentito “spiato” dai colossi del commercio od oggetto di sofisticate strategie di marketing, volte ad intercettare i bisogni?

I risvolti anche legali sono consistenti: “il raccogliere dati e informazioni personali provenienti dal web è particolarmente illegale”, dice Lee Eun-woo, avvocato sud coreano, e il fatto che ciò sia stato fatto “senza nessuna reale considerazione per un dibattito con la società civile aggrava la situazione”, chiosa. Fa riflettere poi che la Corea del Sud sia il Paese di provenienza dell’attuale Segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon: l’ONU per statuto si impegna a promuovere il rispetto dei diritti umani, la tutela della pace e la sicurezza internazionale.

Il progetto dei padri fondatori delle Nazioni Unite sulla sicurezza prevedeva un sistema internazionale regolamentato, in cui le grandi potenze, in virtù del loro peso, si sarebbero gravate di maggiori responsabilità. I Paesi meno rilevanti, quale la Corea del Sud, erano stati pensati come naturali fruitori dei vantaggi del sistema internazionale, quindi anche della sicurezza. Infatti in un mondo di disuguaglianze non sarebbero stati in grado di difendersi da soli, e la loro insicurezza avrebbero costituito una minaccia per tutto il sistema.

Le cronache di questi giorni e iniziative come il Big data rappresentano uno schiaffo a questa concezione, scalfita dall’insicurezza imperante nello scacchiere internazionale. Questo il motivo principale per cui i singoli Paesi sono costretti a fare da soli, pur muovendosi in modo discutibile. Non resta che sperare che il vuoto di ideali cui sono improntate le relazioni tra Stati possa presto commutarsi in un intento solidale, come voleva appunto il progetto delle Nazioni Unite.

Anche apparso su: http://www.interris.it/2016/03/16/88599/posizione-in-primo-piano/schiaffog/minority-report-in-corea-del-sud.html e su: https://mauroleonardi.it/2016/03/22/gavina-masala-minority-report-in-corea-del-sud/