Soldi pubblici per cambiare sesso ai bambini

Gender equal opportunity or representation“Farsi primavera, significa accettare il rischio dell’inverno. Farsi presenza, significa accettare il rischio dell’assenza” diceva Il Piccolo Principe; e c’era un baluardo che pensavamo non si potesse oltraggiare: l’infanzia.

Credenti, atei, politici o scienziati, insomma tutti abbiamo sempre trovato un punto di convergenza certo: la tutela dei bambini, il loro rispetto a oltranza, la loro cura.Invece è cronaca di questi giorni che in Gran Bretagna il Sistema Sanitario Nazionale prevede dei trattamenti farmacologici per minori affetti da disforia di genere, ovvero disordini dell’identità sessuale.

Tutto ha avuto inizio nel 2014, quando Londra ha deciso di dare il via alla somministrazione di terapie ormonali per ritardare la pubertà a bambini di nove anni, come preludio ad un eventuale intervento chirurgico per il cambio di sesso. Il trattamento è offerto dal Servizio sanitario nazionale, dunque pagato con soldi pubblici: si tratta di farmaci “ipotalamici”, che diminuiscono la produzione di testosterone ed estrogeni. Qualora poi si valutasse che i problemi di genere permanessero, i bambini potrebbero essere sottoposti a ulteriori cure. Solo lo scorso anno, lo Stato ha speso 2,6 milioni di sterline per somministrare a oltre mille bambini trattamenti previi al cambio di sesso.

Molte le associazioni insorte per richiamare all’imprudenza di trattare farmacologicamente degli organismi ancora molto giovani, tanto più che durante la pubertà è difficile distinguere la disforia di genere da altre forme di disagio, per cui esistono percorsi di cura meno invasivi. Una delle fondazioni che collabora nel valutare ​i casi da medicalizzare è l’Nhs Foundation Trust con sede a Londra che, secondo alcuni, sarebbe legata al progetto Mk Ultra, ormai chiuso, col quale la Cia attuava dei programmi per il controllo della mente.

Di certo, a corollario di quest’operazione, c’è un’ideologia precisa per cui il determinismo biologico sarebbe obsoleto e andrebbe abbandonato in favore del determinismo psichico: ovvero possiamo diventare ciò che pensiamo giusto, non ciò che siamo dalla nascita.
Joseph Ratzinger nel 2013, al termine del Pontificio Consiglio “Cor Unum”, aveva già intravisto dei rischi e aveva parlato di filosofia della sessualità. Il Papa emerito aveva profeticamente dichiarato: “essere uomo o donna non sarebbe più un dato originario della natura da accettare e riempire personalmente di senso, bensì un ruolo sociale del quale si decide autonomamente, mentre finora era la società a decidervi. La profonda erroneità di questa teoria e della rivoluzione antropologica in essa soggiacente è evidente”.

Immensa è la tenerezza nel pensare a questi bambini che anziché essere aiutati a capire le radici del disagio vengono “congelati”, in attesa che qualcuno valuti se possono diventare ciò che sono o meno. E’ un chiaro esempio di incapacità di accettare la natura umana anche quando imperfetta, problematica, dubbiosa. Tutto ciò ha a che fare con il non sapere correre il rischio intrinseco all’esistenza: quello di trovar
​s​i in situazioni complesse, che talvolta non hanno soluzione.

Parafrasando Saint-Exupery: il farsi primavera porta con sé la possibilità dell’inverno e in questa contraddizione, in questo paradosso, deve stare l’essere umano per non diventare il nulla. Se avalliamo un determinismo che rifiuta la natura, chi deciderà ciò verso cui tendere? La verità è che nessuna operazione potrà mai toglierci dalla bellissima seppur controversa ed incessante fatica di vivere: ecco lo schiaffo​ ​più vero alla nostra arroganza.

Anche apparso su: http://www.interris.it/2016/03/31/89937/posizione-in-primo-piano/schiaffog/soldi-pubblici-per-cambiare-sesso-ai-bambini.html

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La dimensione profetica del nostro senso di insicurezza

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I recenti attentati avvenuti in Belgio sono frutto di un inganno, o meglio autoinganno, che si è bruscamente disvelato. Doveva succedere, e lo stupore non trova spazio nella coscienza di chi vuole guardare la verità negli occhi.

I migliori politologi hanno analizzato la situazione in tutta la sua complessità: i deficit dell’intelligence, le guerre sbagliate, l’egoismo degli Stati membri. Tutto vero, ma provando a scavare ancora più a fondo, in un angolo della nostra consapevolezza, sappiamo che quel senso di insicurezza che abbiamo avvertito tutti nell’aggirarci nei quartieri di Schaerbeek, Molenbeek o persino per la Gare du Midi, aree a forte incidenza islamica della capitale belga, avremmo dovuto ascoltarlo. Con l’“islamicamente corretto” abbiamo oscurato i vetri, non abbiamo guardato le cose per come stavano veramente: abbiamo permesso la creazione di ghetti all’interno delle nostre città, che costituiscono humus molto fertile per la predicazione islamica estrema, arrabbiata con l’Occidente, considerato rivale in tutto e per tutto.

E la rinuncia a noi stessi ci è costata cara, ora quel senso di insicurezza ci accompagna ovunque, non possiamo più ignorarlo: guida le nostre scelte, anzi le nostre rinunce, perchè ormai prendere un aereo o salire su una metro non è più la stessa cosa.
Abbiamo pensato che l’Unione europea potesse essere un “marchingegno” neutro, un’entità astratta priva di valori, cultura e storia, ci siamo deresponsabilizzati per delegare tutto a un organismo che non è pensato per gestire una comunità plurale, quale siamo.

L’antropologo René Girard nella sua teoria del desiderio spiega bene l’origine dei conflitti: la vita sociale prende avvio nel momento in cui “qualcuno vuole qualcosa”, quando si vuole qualcosa per sé. Ma in ogni desiderio c’è un soggetto, un oggetto ed un rivale che desidera le stesse cose, per imitazione. Ciò ha origine in un vuoto di personalità che porta a volere imitare l’altro, rinunciando alla propria peculiarità; è così che la sfera sociale si satura fino a scoppiare in conflitti violenti.

La via di fuga? Non fuggire, restare in quest’Europa che si presenta così: multiculturale, principalmente economica, poco democratica e fare ciò che possiamo fare, ossia rivendicare la nostra identità non come atto di prepotenza, ma di esistenza, per onestà.
Non possiamo dimenticare l’intento solidaristico che ha ispirato i Padri fondatori dell’Unione, mettiamolo a sistema, creiamo spazi in cui l’espressione di sé possa essere serena e forte allo stesso tempo.

Guardiamo il contesto italiano, che purtroppo corre anch’esso il rischio del nichilismo dei valori: spesso organizzazioni non profit o ecclesiastiche devono supplire alle mancanze dello Stato, facendo accoglienza per i migranti o per gli indigenti, ad esempio. Impegnamoci in queste realtà, frutto della nostra specificità culturale, rispolverando il valore e la bellezza dell’Occidente.

Le comunità musulmane non sono coese al loro interno come ci appare: serpeggiano conflitti tra chi vuole integrarsi nella cultura ospitante, attratto da essa, e chi invece vuole viverne ai margini per distruggerla. Se solo riuscissimo a far prevalere questa sana frattura, rendendo desiderabile l’interazione pacifica, potremmo sperare di costruire una società veramente inclusiva, non ipocrita. Abbiamo il dovere di rispondere a questa sfida restando uniti come europei, consapevoli di noi stessi.

Nel frattempo, impariamo ad ascoltare quel senso di insicurezza interiore che ci accompagna: spesso ha carattere profetico.

Anche apparso su: https://mauroleonardi.it/2016/03/29/gavina-masala-la-dimensione-profetica-del-nostro-senso-dinsicurezza/

Il senso di insicurezza

bLa capitale belga non è l’unica città in cui le diverse componenti etniche vivano segregate, ma la sensazione che si prova nelle sue strade, nelle sue fermate di metro, è molto differente da quella che si avverte in altre città del mondo, anche molto più grandi quali Parigi o New York, ad esempio. Sia la Francia che gli Stati Uniti sono stati sconvolti e segnati irreversibilmente da episodi terroristici gravi, segno evidente di politiche discutibili, ma lì ti senti al sicuro, se non “te la vai a cercare”.

Perché? Beh, a Parigi sei nell’alveo della grandeur francese e a New York sei nella culla del sogno americano. Sai bene dove ti trovi, insomma.  Bruxelles ha il sapore invece di un non-luogo, di un’utopia, di quel posto in cui abbiamo pensato di incastonare l’Unione Europea, costruita come “marchingegno” neutro, entità astratta priva di valori, cultura e storia. La percezione è che abbiamo rinunciato a noi stessi, e ci è costata cara: ora quel senso di insicurezza che pensavamo di potere censurare, ti accompagna ovunque.

La Bruxelles europea è tutta lì: tra il Berlaymont e L’Espace Léopold, sedi rispettivamente della Commissione e del Parlamento Europeo, nel cosiddetto quartiere europeo, crocevia di gente ricca, impegnata e cosmopolita. I palazzi delle istituzioni sono immensi, lucidi, blindati, danno sicurezza e affascinano chiunque sia attratto dall’idea di sentirsi cittadino di un mondo comune, che vuole dialogare. La sensazione che hai al loro cospetto è di essere piccolo, minuto…

La via di fuga? Non scappare, restare in quest’ Europa che si presenta così: multiculturale, principalmente economica, poco democratica e “porgere” la nostra identità non come atto di prepotenza, ma di esistenza, per onestà.

Guardiamo il contesto italiano, in cui organizzazioni non profit o ecclesiastiche suppliscono efficacemente alle mancanze dello Stato, facendo accoglienza per i migranti o per gli indigenti, ad esempio. Impegniamoci in queste realtà, frutto della nostra specificità culturale, rispolverando il valore e la bellezza dell’Occidente, la sua personalità.

Le comunità musulmane non sono coese al loro interno come ci appare:serpeggiano conflitti tra chi vuole integrarsi nella cultura ospitante, attratto da essa, e chi invece vuole viverne ai margini per distruggerla. Se solo riuscissimo a far prevalere questa sana frattura, rendendo desiderabile l’interazione pacifica con “noi”, potremmo sperare di costruire uno spazio veramente inclusivo, non ipocrita. Nel frattempo, impariamo ad ascoltare quel senso di insicurezza interiore che ci accompagna: spesso ha carattere profetico.

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Turchia, Davutoglu: invito tutti a combattere il terrorismo

Parliamentary Assembly Session April 2011Session de l'Assemblée parlementaire avril 2011A poche ore dagli attentati di Bruxelles, è netta la condanna del terrorismo da parte della Turchia, il premier Ahmet Davutoglu ha espresso solidarietà per il popolo belga di fronte all’assemblea parlamentare: “Condanniamo l’attacco. Mostra ancora una volta il volto di un terrorismo globale che ha colpito Bruxelles stamattina. Le mie più sincere condoglianze vanno al governo e al popolo belga, a nome della Turchia. Ero a Bruxelles la settimana scorsa. Oggi invito tutti a combattere il terrorismo, che si chiami Pkk, Daesh”.

Solo pochi giorni fa, il 19 marzo a Istambul, un uomo probabilmente militante dell’Isis, si è fatto esplodere nel centralissimo quartiere di Beyoglu, causando la morte di 5 persone e diversi feriti. Mentre il 13 marzo un’autobomba aveva causato la morte di 37 persone nella capitale Ankara; l’attentato era stato rivendicato dal Pkk, il Partito dei Lavoratori del Kurdistan. Il Paese ormai vive da tempo sotto il giogo dei gruppi armati.

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Colombia, Kerry in campo per la pace tra FARC e Bogotà

kerry-1Il Segretario di Stato americano John Kerry incontrerà oggi alle 15:00 ora di Cuba, le 20:00 in Italia, le delegazioni del governo della Colombia e delle Farc (Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia) all’Avana, durante lo storico viaggio del Presidente Obama a Cuba. Sarà l’incontro più importante che vertici di Washington abbiano mai avuto con l’esercito rivoluzionario: l’obiettivo è di accelerare il processo di pace in Colombia, che da più di cinquant’anni è sconvolta da una guerriglia interna.

Secondo quanto dichiara l’Alto Commissario per la pace della Colombia, Kerry si confronterà per circa un’ora con i rappresentanti di Bogota sui progressi dei negoziati che si tengono all’Avana, un’ora più tardi il Segretario di Stato Usa vedrà i rappresentanti delle Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia per lo stesso lasso di tempo; a confermare l’incontro Pastor Alpe, uno dei negoziatori delle FARC. I ribelli avranno un meeting anche con Bernard Aronson, l’inviato speciale degli Stati Uniti per la pace.

Il governo di Bogota, alleato degli USA, e i militanti marxisti stanno tentando di raggiungere un accordo che sarà sottoposto al voto dei cittadini per approvazione, con una missione ONU che supervisionerà il disarmo dei ribelli.

Il Presidente Juan Manuel Santos e il leader Farc Rodrigo “Timochenko” Londono si sono imposti la deadline del 23 marzo per raggiungere un’intesa, ma hanno dichiarato di essere consapevoli della difficoltà dei negoziati. Washington ha infatti designato le FARC come terroristi internazionali nel 1997, e molti dei suoi leader sono accusati di traffico internazionale di stupefacenti.

Anche apparso su: http://www.interris.it/2016/03/21/89167/cronache/mondo/colombia-kerry-in-campo-per-la-pace-tra-farc-e-bogota.html

Minority Report in Corea del Sud

minority-1068x694Lo scopo è buono, ma le implicazioni imprevedibili: la Polizia Nazionale della Corea del Sud ha da poco annunciato di essere al lavoro per un “Big data program”, ovvero un sistema che raccoglierà informazioni personali, rielaborate in statistiche, al fine di prevenire futuri possibili crimini. L’ipotesi è affascinante: ha a che fare in qualche modo con la possibilità di prevedere il futuro e di evitare il male, il crimine, e ci riporta con la mente al romanzo di fantascienza di Philip Dick “Minority report”, in cui in un ipotetico futuro l’umanità ha completamente eliminato la maggior parte delle azioni criminali grazie ai poteri di previsione di alcuni veggenti. Ma si trattava di fantascienza, appunto.

Qui parliamo di realtà, ed anche imminente: si tratterebbe in pratica di unire il database interno della polizia con i dati pubblici disponibili sui social media, da lì accertare l’identità di potenziali criminali o capire dove si nascondono, ad esempio. La Polizia sud coreana ha già pubblicato un bando per progetti di ricerca sulla “tecnologia applicata alla sicurezza” mettendo in palio ben quattro milioni di dollari per il vincitore.
L’iniziativa però viene presa senza un minimo dibattito politico, e così ogni informazione immessa in rete tramite Facebook o Twitter potrebbe essere utilizzata per la prevenzione del crimine, come tutti i dati appartenenti alla Polizia e al Ministero di Giustizia sud coreani.

Gli interrogativi che si sollevano sono parecchi e molti sono i sospetti di illegalità: in Corea del Sud, infatti, tutte le entità legali quali aziende, governo o singoli cittadini devono esprimere il consenso alla cessione dei propri dati, in base al Personal Information Protection Act. Queste informazioni possono essere ottenute dalle forze dell’ordine senza il consenso dei soggetti solo quando richieste per specifiche indagini. Dato che il sistema raccoglierebbe i dati per un uso non correlato ad una indagine particolare, potrebbe venire considerato lesivo della privacy dei cittadini.

Se queste cose accadono in Corea del Sud, si ha la tentazione di considerarle figlie di una condizione politica particolarmente intricata, ed oggettivamente è così. Tuttavia chi di noi nel liberale Occidente, non si è sentito “spiato” dai colossi del commercio od oggetto di sofisticate strategie di marketing, volte ad intercettare i bisogni?

I risvolti anche legali sono consistenti: “il raccogliere dati e informazioni personali provenienti dal web è particolarmente illegale”, dice Lee Eun-woo, avvocato sud coreano, e il fatto che ciò sia stato fatto “senza nessuna reale considerazione per un dibattito con la società civile aggrava la situazione”, chiosa. Fa riflettere poi che la Corea del Sud sia il Paese di provenienza dell’attuale Segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon: l’ONU per statuto si impegna a promuovere il rispetto dei diritti umani, la tutela della pace e la sicurezza internazionale.

Il progetto dei padri fondatori delle Nazioni Unite sulla sicurezza prevedeva un sistema internazionale regolamentato, in cui le grandi potenze, in virtù del loro peso, si sarebbero gravate di maggiori responsabilità. I Paesi meno rilevanti, quale la Corea del Sud, erano stati pensati come naturali fruitori dei vantaggi del sistema internazionale, quindi anche della sicurezza. Infatti in un mondo di disuguaglianze non sarebbero stati in grado di difendersi da soli, e la loro insicurezza avrebbero costituito una minaccia per tutto il sistema.

Le cronache di questi giorni e iniziative come il Big data rappresentano uno schiaffo a questa concezione, scalfita dall’insicurezza imperante nello scacchiere internazionale. Questo il motivo principale per cui i singoli Paesi sono costretti a fare da soli, pur muovendosi in modo discutibile. Non resta che sperare che il vuoto di ideali cui sono improntate le relazioni tra Stati possa presto commutarsi in un intento solidale, come voleva appunto il progetto delle Nazioni Unite.

Anche apparso su: http://www.interris.it/2016/03/16/88599/posizione-in-primo-piano/schiaffog/minority-report-in-corea-del-sud.html e su: https://mauroleonardi.it/2016/03/22/gavina-masala-minority-report-in-corea-del-sud/

Tre anni di pontificato di Papa Francesco

PortaSantaBangui-1-1068x694Il Pontificato di Papa Francesco compie tre anni in pieno Giubileo della Misericordia. Ma che volto ha per Bergoglio quest’aspetto della vita cristiana? Padre Antonio Spadaro, tra le persone a lui più vicine, Direttore de La Civiltà Cattolica, ha parlato di diplomazia della misericordia e di misericordia come processo politico. Come tradurre però una categoria dello Spirito in Politica? A ben vedere sembra un ossimoro, tuttavia è proprio qui che il Santo Padre ci insegna a intendere il segno dei tempi, incarnando un’intelligenza geopolitica concreta e positiva, guidando le relazioni tra gli Stati da una posizione di “vantaggio”, quella della misericordia, appunto.

“Bergoglio non considera mai nulla e nessuno come perduto”, afferma Padre Spadaro spiegando gli intendimenti di Francesco: riapre i margini del determinismo e la Chiesa diventa così concretamente madre dei popoli, anche di quelli tradizionalmente additati come nemici. Bergoglio non manca di darci segni plastici del “suo” sentire: così è da leggere l’apertura della prima Porta Santa a Bangui, in Centrafrica, sconvolta da una strage di Cristiani avvenuta pochi giorni prima dell’inizio del Giubileo, facendo diventare la città “capitale spirituale del mondo”- come aveva dichiarato.
Sì, perchè Dio parla proprio lì, nella storia e negli eventi sia belli che brutti, ed è in quelli brutti che il suo respiro accarezza, cura, risana.

Il Papa parte dunque, va a toccare le ferite della Chiesa, non si presta a chi vuole mettere Cristiani contro Musulmani, buoni contro cattivi. No, quello è il regno dell’interesse, l’ottica del clash of civilizations ma la Chiesa è chiamata a ben altro, come ci dimostra Francesco. Così intraprende i suoi viaggi apostolici: con benevolenza, col cuore di chi non dà torto o ragione, ma di chi va incontro con apertura, con un’empatia intelligente che lo fa amare anche dai non credenti. Volendo ripercorrere alcune tappe delle sue relazioni internazionali non si può che rimanere colpiti per tanti passi compiuti: con la sua apparente semplicità, riceve il Presidente iraniano Rohani: “spero nella pace”, aveva detto Bergoglio alla fine dell’incontro, “le chiedo di pregare per me” aveva chiosato Rohani; rilascia la prima intervista storica sulla Cina e sul popolo cinese: “la Cina è una terra benedetta in molti modi e la Chiesa cattolica ha tra i suoi compiti il rispetto di tutte le civiltà. La Chiesa ha un grande potenziale nel ricevere cultura”, aveva dichiarato; primo Papa latino-americano della storia, favorisce la ripresa delle relazioni diplomatiche tra Washington e l’Avana dopo 54 anni; e poi l’incontro col Patriarca ortodosso Kirill: “con gioia ci siamo ritrovati come fratelli nella fede cristiana che si incontrano per «parlare a viva voce», da cuore a cuore, e discutere dei rapporti reciproci tra le Chiese”, si legge nella dichiarazione congiunta.

Si fa definire Papa delle periferie, a rimarcare quanto la Chiesa sia dei deboli, degli ultimi, quelli che lui va a visitare, a toccare: anziani, malati, Paesi disagiati: questi gli interlocutori di Francesco, questo il suo servizio. Così facendo il Papa sta svuotando la retorica del Cristianesimo inteso come impero, seppure del bene: non vi è più un potere buono, perchè sempre di potere si tratterebbe e porterebbe sempre a uno scontro con un nemico. No, vi è disponibilità, incontro, servizio o diaconia per dirla in termini ecclesiastici.

In questo scenario non vi è neppure spazio per una profezia di fine del mondo: come spiega Lucio Caraccio nell’editoriale dell’ultimo numero di Limes, “la geopolitica di Francesco scruta i segni oscuri dei tempi non per rassegnarvisi, ma per intenderli e, per quanto possibile, sovvertirli. La terza guerra mondiale non si sarà. Se non la vorremo”.

Interessante come Francesco sia così diventato interlocutore di un mondo, quello delle relazioni internazionali, che con lui sono appunto relazioni prima di tutto: tra persone, tra mondi e modi di interpretare. Come ci riesce? Semplicemente abbracciando lo spirito profondo della fede cristiana: “Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri. (Gv 13, 34) e ancora: “Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori (Mt 5, 44). A Papa Francesco, da buon sacerdote, interessano le persone: ecco il suo schiaffo gentile ai politici che si lasciano guidare da strategie poco lungimiranti, dimenticando di avere a che fare con uomini.

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Elezioni in Iran: tra pregiudizi e realtà

IranDonneVoto_3-696x356Lo scorso 26 febbraio si sono tenute le duplici elezioni iraniane: per il Parlamento e per l’Assemblea degli Esperti. La stampa internazionale ha interpretato i risultati come una vittoria delle donne e dei riformisti del Presidente Rohani, ma la realtà è così lineare? Soprattutto, cosa possono aspettarsi le donne iraniane da questo nuovo corso?

E’ vero che in Parlamento si è presentata la lista conosciuta come “Coalizione dei Riformisti” o “Lista della Speranza”, che a Tehran ha trionfato con trenta candidati, di cui otto donne espressione di un vasto ambito politico. Lo stesso trend al femminile si è più o meno riprodotto nel Paese, accompagnato da campagne pubblicitarie che hanno visto protagoniste le donne al voto, con video di giovani emancipate che supportavano il governo uscente.

Inoltre Rohani aveva tuonato: “la presenza delle donne alle elezioni è importante per l’opinione pubblica mondiale” ; mentre l’ayatollah Khamenei aveva fatto eco “assolvendo” coloro che avrebbero partecipato alle elezioni senza chiedere il permesso al marito: “non c’è bisogno di avere il benestare del coniuge, chiunque può partecipare”.

Molti tuttavia sono i dubbi su questa che appare più come una messa in scena che come una realtà; Massoumeh Toreh, studiosa del processo di democratizzazione iraniano alla London School of Economics and Political Science dichiara: “nonostante le apparenze, le istanze delle donne verranno dimenticate nei giorni seguenti le elezioni. Esse hanno un ruolo meramente cosmetico; è normale che una società maschile voglia promuoversi come progressista prima delle elezioni”.

Parvaneh Salahshoor, una delle candidate del fronte moderato, ricorda quanto poco abbiano contato le donne nella passata legislatura: su 290 seggi parlamentari solo otto sono stati assegnati a donne, uno dei numeri più bassi al mondo, troppo basso perchè si possa pensare ad un qualche impatto sulle policy governative. Un’altra voce influente nel precedente governo Rohani, Shahindokht Molaverdi, dichiara: “in Iran sono stati fatti enormi progressi, ma le differenze naturali fra uomini e donne hanno portato a un processo di empowerment a singhiozzo, non lineare”.

E’ certo che le “differenze naturali” di cui parla la Molaverdi, sono state interpretate dalla frangia più estrema dell’Islam in chiave restrittiva. Voler leggere i risultati elettorali come un segno inequivocabile di emancipazione femminile risponde all’esigenza dell’Occidente, non esclusa l’Europa, di dividere il bene dal male, i nemici dagli amici, i buoni dai cattivi. Ma il complesso scenario politico iraniano non si presta a una lettura stereotipata, è uno schiaffo alla presunzione di potere assimilare realtà molto diverse alla nostra. Tutto è molto più complesso.

Solo il tempo potrà dire come andranno le cose, anche per stabilire chi ha vinto veramente le elezioni occorreranno mesi: è previsto un ballottaggio a fine aprile, si dovà poi attendere che le forze politiche si insedino al Majlis e che si definiscano gli effettivi equilibri elettorali.

In definitiva, quello iraniano è uno dei casi da cui imparare a non sacrificare la complessità del reale in nome della logica della semplificazione e della fretta: senza analisi lucide e documentate non si può pervenire a soluzioni feconde. Se il nostro auspicio è davvero che le donne iraniane godano di determinati diritti, non possiamo esimerci dall’interpretare lo scenario con umiltà e rispetto per la diversità.

Anche apparso su: http://www.interris.it/2016/03/08/87931/posizione-in-primo-piano/primopiano/elezioni-in-iran-tra-pregiudizi-e-realta.html e su: https://mauroleonardi.it/2016/03/09/gavina-masala-elezioni-in-iran-tra-pregiudizi-e-realta/

Profughi, Tusk chiede la collaborazione della Turchia

donald-tusk (1)Il Presidente del Consiglio Europeo Donald Tusk ha incontrato ad Ankara il Presidente turco Erdoğan, per volare poi a Belgrado, nel tour diplomatico che lo ha portato in questi giorni a toccare le rotte dei migranti.

Tusk aveva già  rimarcato come migliaia di persone continuino ad arrivaresulle Isole greche dell’Egeo: “Non venite in Europa, non date retta ai contrabbandieri. Nessun Paese europeo sarà un Paese di transito” . La Turchia si era impegnata a rallentare le partenze, in cambio di tre miliardi di euro e di un’accelerazione del processo di adesione all’Unione Europea, ma è evidente che le misure prese non hanno avuto effetti. L’intento diplomatico europeo è dunque quello di arrestare questo flusso continuo di migranti e di convincere Ankara a riprendersi gli illegali: “spetta alla Turchia decidere come arrestare questo flusso continuo”, ha detto Tusk dopo avere incontrato il primo ministro Ahmet Davutoglu.

La crisi migratoria ha infatti risvegliato le paure per l’Europa, molti Stati hanno restaurato controlli alle frontiere, questa mattina il Commissario Europeo per le migrazioni Dimitris Avramopulos ha presentato il piano per salvare Schengen entro novembre: un eventuale fallimento costerebbe 1.400 miliardi in 10 anni. Si tratta di tappe e scadenze precise per “il ripristino del pieno funzionamento del sistema di libera circolazione entro la fine del 2016”, che discutermeo nel vertice di lunedì prossimo, sostiene Avramopulos.

Contemporaneamente, a Calais al quinto giorno di sgomberi nel campo profughi della Giungla, tra Parigi e Londra è tensione. Il Regno Unito offre altri 22 milioni di sostegno, ma la Francia vuole garanzie su una eventuale Brexit che causerebbe uno sconvolgimento ulteriore. Nel frattempo, Hollande avverte: ”venire a Calais significa la certezza di non poter attraversare la Manica e dunque di rimanere senza soluzioni”. Cruciali saranno i prossimi giorni per capire come la diplomazia europea cercherà di salvare Shengen.

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Click to pray: l’app che ti permette di pregare con il Papa

fotopapaipad1-696x365Click to pray: clicca per pregare, si chiama così la piattaforma digitale per pregare secondo le intenzioni mensili del Santo Padre. L’iniziativa è stata portata avanti dall’Apostolato della preghiera, la rete mondiale di preghiera del Papa affidata ai Gesuiti, e verrà presentata a Radio Vaticana in occasione dell’evento “24 ore per il Signore”, che si terrà a Roma il 4 e 5 marzo.

Non si tratta di una novità: la piattaforma digitale esisteva già da tempo, ma era indirizzata ai giovani dell’Apostolato per la Preghiera del Portogallo. Date le migliaia di adesioni e il crescente successo, si è pensato di trasformarla in una App internazionale, per onorare la preghiera speciale in occasione del Giubileo della Misericordia.

Padre Frédéric Fornos, Direttore internazionale dell’Apostolato per la preghiera, sottolinea che non si tratta solo di un’applicazione per cellulare, ma anche per i social media, di un blog e di una newsletter. L’ app è per ora disponibile in portoghese, spagnolo, francese e inglese, ma presto lo sarà anche in italiano.

E’ un modo per aiutare i fedeli a pregare, il concetto è che “la preghiera è universale ed evangelizzatrice”, sottolinea padre Fornos. Si potrà pregare in tre distinti momenti della giornata; si riceverà una notifica che ricorda gli orari e le intenzioni, attraverso una citazione biblica o un esercizio per la nostra vita, e si potrà scrivere la propria intenzione.

Il Papa, che non perde occasione per invitare i fedeli alla preghiera in comunione con lui, si è detto contento dell’iniziativa, tanto più in questo anno giubilare. Il Pontefice infatti durante la Giornata delle Comunicazioni Sociali aveva affermato che “la comunicazione serve a creare ponti”. Questa piattaforma va in tale direzione, per aiutare tutti a pregare, anche tra i tanti impegni della giornata, creando una comunità globale unita al Papa.

Anche apparso su: http://www.interris.it/2016/03/04/87633/cronache/papa/click-to-pray-lapp-che-ti-permette-di-pregare-con-il-papa.html