Chiara Corbella Petrillo e la domanda su Dio

cPPDa poco ho letto ed apprezzato una lettera pubblicata sul blog Come Gesù dallo scrittore Renato Pierri, che metteva in discussione la comprensione del Vangelo da parte di Chiara Corbella Petrillo.

Interessante l’immagine, ancor di più considerato che a sei anni dalla morte la diocesi di Roma ha pubblicato l’Editto che dà il via al processo di beatificazione: «La sua oblazione rimane come faro di luce della speranza, testimonianza della fede in Dio, Autore della vita, esempio dell’amore più grande della paura e della morte» – recita il comunicato stampa.

Penso che la vicenda in questione, con molte altre e come momenti storici “nullificanti” quali Auschwitz, ci rimandino alla domanda fondamentale di Giobbe, che chiede a Dio dove sia finito a fronte del suo dolore. Si può provare a rispondere con un testo di Elie Wiesel, scrittore Nobel per la pace, rinchiuso nel ghetto e poi sopravvissuto ad Auschwitz. Ne La notte, Wiesel evoca l’impiccagione di tre prigionieri tra cui un bambino, “l’angelo dagli occhi tristi”.

La notte

I tre condannati salirono insieme sulle loro seggiole. I tre colli vennero introdotti contemporaneamente nei nodi scorsi.

– Viva la libertà! – gridarono i due adulti.

Il piccolo, lui, taceva.

– Dov’è il Buon Dio? Dov’è? – domandò qualcuno dietro di me.

A un cenno del capo del campo le tre seggiole vennero tolte.

Silenzio assoluto. All’orizzonte il sole tramontava.

Scopritevi! – urlò il capo del campo. La sua voce era rauca. Quanto a noi, noi piangevamo.

– Copritevi!

Poi cominciò la sfilata. I due adulti non vivevano più. La lingua pendula, ingrossata, bluastra. Ma la terza corda non era immobile: anche se lievemente il bambino viveva ancora…

Più di una mezz’ora restò così, a lottare fra la vita e la morte, agonizzando sotto i nostri occhi. E noi dovevamo guardarlo bene in faccia. Era ancora vivo quando gli passai davanti. La lingua era ancora rossa, gli occhi non ancora spenti.

Dietro di me udii il solito uomo domandare:

Dov’è dunque Dio?

E io sentivo in me una voce che gli rispondeva:

– Dov’è? Eccolo: è appeso lì, a quella forca…

Dio è lì, in quel bambino impiccato che non rivendica, non fa nulla, perché Dio è incapace di male, nemmeno la morte stessa è male per Lui.

Allora forse Dio non è morto, come annuncia il folle di Nietzsche ne La gaia scienza, ma va ri-concettualizzato in un’esperienza di bontà infinita, una manifestazione di bene ad oltranza, paradossale ad occhio umano, incapace di vedere il male anche in una morte ingiusta.

Se così fosse, forse la giovane avrebbe capito il Vangelo più di tutti noi: semplicemente vivendo anche la morte come un bene. Perché Dio è solo bene, questo il lieto annuncio. Dunque forse non resta che fermarsi, valutare quanto ogni teologia che possiamo proferire sia una morte di Dio, la cui verità può solo essere testimoniata da un’esistenza scevra di male, come quella di Chiara.

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