Il DNA del Cristiano e la politica

Schermata-2018-01-21-alle-21.08.51Nel ‘900, con la relatività di Einstein in campo scientifico, col crollo delle ideologie totalitarie in campo politico e le due guerre mondiali a corollario, si è messa in crisi la capacità onnicomprensiva della ragione. Tutto ciò che era certo – dai confini territoriali alla nozione di tempo e molto altro ancora – non lo è stato più. Ciò ha suggerito all’uomo moderno che non tutto si può comprendere definitivamente, perchè la realtà è più forte del pensiero, lo supera sempre.

Tradotto in termini antropologici, ciò si è tradotto nell’assenza di certezze univoche per l’individuo, costretto a rivedere i valori come prodotto storico e le forme di comprensione tradizionali come inadeguate, e resosi vulnerabile. Senza l’autodifesa razionale, l’Io non ha un modello cui appellarsi e non gli resta che vivere ciò che gli si presenta davanti: il reale, così com’è, svuotandosi delle sicurezze che aveva.

Ma non è codesta la condizione in cui si è trovato Cristo fatto uomo? Cristo che rinuncia alla sua divinità per vivere come noi, non si (auto)limita ad avere a che fare con la realtà, ma in maniera nuova e del tutto specifica? A mio avviso sì. La vita è relazione, lo diciamo sempre, è politica dunque, perchè il termine sottende sia una dimensione sociale relazionale che una dimensione di spazio pubblico. Come orientarci dunque? Cito San Paolo:

E se avessi il dono della profezia
e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza,
e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne,
ma non avessi l’amore,
non sarei nulla” 

Bene, quindi? Quindi a livello politico il Cristiano non può che vivere la chenosi di Cristo praticando l’amore agapico, nostro unico, vero DNA. Il Cristiano deve farsi debole, stare con i deboli, vivere per i deboli. Per parlare chiaro e pragmaticamente, credo che i tempi della DC siano finiti e neppure debbano ricominciare: l’uomo è cambiato, ha forse gli stessi bisogni materiali ma non spirituali. Il Cristiano autentico d’oggi non si sente rappresentato in una serie di istanze propagandistamente esposte, ma chiede un impegno di verità al singolo delegato, che deve essere Cristiano in senso forte, autentico. Se dovessi votare qualcuno in quanto Cristiana vorrei si trattasse di un uomo (o donna) in carne ed ossa, capace di incarnare consapevolmente un ethos Cristiano, non un’ideologia. Il che tradotto in programmi vuol dire: attenzione al prossimo più emarginato, investire in formazione di qualità per favorire la crescita della persona, credere nel dialogo interreligioso, tenere toni bassi, evitare uno stile aggressivo e molto altro, ovviamente. In definitiva vuole dire “sporcarsi le mani” con quanto nessuno vuole fare perchè ritenuto antieconomico o poco appealing. Parliamoci chiaro, togliere una tassa o togliere le barriere architettoniche da una città come Roma – patrimonio mondiale e Cristiano per eccellenza – presume scelte di fondo molto differenti. Ancora, cosa dovrebbe chiedersi un politico cristiano? A mio avviso solo una cosa: “Come faccio a farti stare meglio?”. Abbiamo un tesoro che è quello della “logica” – paradossale – dell’amore, del servizio verso il prossimo e dovremmo rispolverarla in tutti gli ambiti per la verità, ognuno nel suo piccolo o grande che sia.

L’economia ha preso il sopravvento sulla politica. Si pensava che questo avrebbe prodotto benefici, mentre sappiamo che così non è stato; per invertire il segno dei tempi occorre leggere l’opportunità di vivere un Cristianesimo originario, improntato a quanto più ci contraddistingue, ovvero l’amore per l’altro. Questo significa farsi deboli, come Cristo? Sì, e solo con l’aiuto di Cristo lo si può fare veramente, ma solo questo c’è da fare.

Anche apparso su https://mauroleonardi.it/2018/01/22/le-lettere-gavina-masala-dna-del-cristiano-la-politica/ 

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Ma si può usare Dio?

Schermata-2018-01-09-alle-10.33.12.pngDa molto tempo studio, da un po’ di anni studio filosofia, da sempre “so di non sapere”, ma questo mi crea sempre meno problemi. Da diversi anni vivo nel perimetro di un’esperienza di fede cristiano-cattolica con assidua convinzione, ma da altrettanto tempo non sono più certa di cosa sia l’ortodossia, né questo ora, mi crea problema.

Mi spiego e dichiaro a priori che alla base di quanto sto per scrivere vi è uno studioso molto solido, che si è salvato dalla depressione grazie al Cristianesimo: William James, medico, filosofo e psicologo che operò a cavallo tra la fine dell’‘800 e i primi del ‘900, che ha svolto gran parte della sua carriera ad Harvard, Presidente della Society for Psychological Research nel 1894-95. James ha scritto due opere cardine in materia di analisi del fenomeno religioso, in particolare i miei studi mi hanno portata ad approfondire Le varietà dell’esperienza religiosa.

Come facilmente verificabile, non prendo a paradigma un insipiente o relativista banale, ma uno scienziato approdato alla psicologia passando per la filosofia; già dal titolo dell’opera che ho citato si desume quanto William James sia interessato a una dimensione fattiva, personale e pratica del fenomeno religioso. L’assunto di base è che l’uomo è volto per sua natura al bene, in primis personale, poi degli amati e poi della società. Chiunque, per perseguire tale bene, abbraccia delle credenze per potere compiere scelte ed agire: se non credessi di potere tornare a casa sana e salva non uscirei di casa tutte le mattine, ovviamente. Allo stesso modo pensa anche la scienza, che con la sua forma mentis empirista mira a risolvere dei problemi basandosi su degli assunti di base, assimilabili a delle credenze. Ricordiamo tutti, ad esempio, il principio di inerzia di Newton:

Un corpo mantiene il proprio stato di quiete o di moto rettilineo uniforme, finché una forza non agisce su di esso“.

Sappiamo però che questo enunciato si basa su una condizione, che un corpo possa non essere sottoposto a delle forze, dunque procedere con moto rettilineo uniforme all’infinito, che nel reale non si dà né si è mai data.

Ergo, per analizzare, capire, risolvere ed agire dobbiamo credere, e questo ci porta a imboccare strade, creativamente e fattivamente. Sappiamo bene quanto esimi scienziati, quali Galileo, Copernico, Einstein solo per citarne alcuni, abbiano sfidato il buon senso postulando tesi ritenute impensabili e quanto questo abbia portato a progressi immensi in ogni ambito.

Bene, James – lo scienziato, psicologo e filosofo – osserva che in definitiva l’uomo religioso fa lo stesso: crede per agire, per preservarsi dal male e coltivare il bene che identifica in primis nella sopravvivenza e poi nel perseguimento di quanto ritenga degno di valori.

Sorgono almeno due criticità: da un lato la possibilità di un atteggiamento dogmatico, quanto di più esecrabile per lo scienziato in oggetto, dall’altro il rischio di uno svuotamento della religione dalla sua pretesa di verità assoluta.

A questo punto è importante precisare che James intende con religione un qualunque sistema di credenze, che ci fornisca un apparato teorico – pratico sulla scorta del quale approcciare la realtà. Non mi soffermerò sulla prima criticità per necessità di brevità, ma mi interessa capire se pensare alla religione in modo pragmatista come fa il Nostro, la svuoti veramente del suo contenuto, del suo statuto ontologico. Io credo di no, affatto. J.H. Leuba si spinse a dire che nella misura in cui gli uomini possono servirsi di Dio non interessa loro del fatto che Egli esista o meno nè di chi sia. Se Dio si dimostra utile, in definitiva, l’uomo gli si affida o forse lo usa, senza indagare oltre. Leuba dirà anche “La religione è ciò che la religione fa”, va giudicata insomma in base alla sua efficacia pratica e psicologica, ovvero dalla sua capacità di perseguire la salvezza, o materiale o psicologica dell’individuo.

Mi rendo conto delle criticità di questo ragionamento, che a tratti risulta urticante e posto su terreno umbratile, ma ad un’analisi onesta non posso dire che i due studiosi siano troppo lontani da una parte di vero. La religione in effetti, penso al Cristianesimo, postula un atto di fede in un’entità non verificabile, e in cambio promette salvezza e guarigione, sia materiale che spirituale. Ma questo non equivale a dire che in definitiva non è sommamente importante capire Dio, dato che nessuno lo conosce, ma usarlo? Usarlo per salvarsi, usarlo per salvare, usarlo per amare? Quando facciamo la comunione non Gli stiamo forse chiedendo di essere un tutt’uno con Lui e con i nostri fratelli? Certo, dire che la religione risieda in un terreno psichico innato, non è scevro da implicazioni, e affermare che la bontà di una religione si giudichi dai frutti, nemmeno. Tuttavia si leggono a mio avviso degli anfratti di verità da non trascurare. Ciò ci richiama infatti alla responsabilità dell’atto pratico che scaturisce da un credo religioso, vero biglietto da visita dell’essere umano.

Allora, si può usare Dio? Perchè no, se il nostro stare bene in lui sia fecondo per la nostra vita, la protegga e la faccia fiorire; se questo comporti un atteggiamento pieno di Grazia verso l’altro, ma perchè no? Non ci chiede forse questo il “nostro” Dio, che si è fatto esperienza personale?

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