In Trump we trust?

img_2923Stupirsi della vittoria di Donald Trump è umano, ma poco avveduto. Io stessa, seppure non estimatrice della discutibile Hillary Clinton, né troppo fiduciosa nella capacità di discernimento del genere umano, ivi compresa me, non pensavo si sarebbe trattato di un trionfo così netto da parte dell’imprenditore “prestato alla politica”. Ma gli elementi per comprendere la situazione ci sono tutti, e questo costituisce di per sé una parziale buona notizia.

Gli States sono la culla della corrente filosofica del Pragmatismo, sorta nella seconda metà del XIX secolo, che propone una forte commistione fra conoscenza e azione. Per meglio dire: il pensiero, i valori, le ideologie, valgono finchè utili, finchè consentono di agire con efficacia e, direi, vantaggio. Tutto deve essere strumentale a un fine, che si tratti di profitto, di credenze religiose volte a trovare la felicità, e addirittura della pace, da perseguire non per motivi etici, ma utilitaristico – economici.

E’ ciò che ha portato alla dittatura del principio causa-effetto: l’attività pratica prevale su quella teoretica, anche a costo di spregiudicatezza, come ben esemplificato dalle boutades del magnate Donald, pensate per ottenere risultati concreti e fare breccia su target bene preciso. A questa visione del mondo sfuggono parecchie cose, è indubbio: vi sono atti quali l’amore, la conoscenza, come anche l’odio o l’intelligenza che muovono il mondo, seppure non siano concretamente spiegabili o misurabili secondo un criterio causa-effetto. Tante volte sacrifichiamo noi stessi in nome di un principio, ed altrettanto vale per gli Stati, che in nome di un’ispirazione ideologica intraprendono determinate azioni, oppure no.

Insomma, a questo sistema calcolatore ed efficiente sfugge l’umano, tuttavia ne siamo profondamente attratti e, certamente, rassicurati. E’ il sogno di potere prevedere e gestire la storia che ha portato a grandi totalitarismi. Ma non è la demonizzazione quella che ci salverà dalla diffusione di questa weltanschauung.

Forse lui stesso lo ignora, ma il neopresidente americano è esponente di questa dottrina filosofica, nonchè del realismo politico in ambito internazionale, bene espresso dal motto di Machiavelli “il fine giustifica i mezzi”. Per realismo politico si intende la capacità di agire per ottenere il potere, sia in politica interna che estera, come teorizzava Kenneth Waltz, realista della fine del XX secolo. Ne “L’uomo, lo stato e la guerra”, Waltz scrive che le cause dei conflitti sono da ricercarsi nella natura umana, nell’
organizzazione interna degli Stati e nella natura anarchica del sistema internazionale, che tende all’ equilibrio di potere, perchè assetto conveniente a tutti.

Ecco dunque il substrato teorico, forse inconsapevole, del programma di Donald Trump, che non vede alternative credibili ai combustibili fossili, che per risolvere il problema della disoccupazione propone di costruire un muro e di permettere solo agli statunitensi di ricoprire posizioni chiave, che in ambito internazionale preferisce l’alleanza col nemico russo nonché cinese (meglio conoscere i nemici che allearsi con gli amici?).

Questo way of thinking tuttavia fornisce delle garanzie: Trump non ha prese di posizione ideologiche da portare avanti a oltranza, lo dimostra il cambiamento dei toni una volta eletto, se la sua politica si dimostrerà inefficace o in-utile probabilmente non faticherà a cambiare idee e azioni. Perseguirà sempre fini economici, dunque il suo agire non sarà certo nobile nè modello per nessuno, ma forse – o almeno così hanno creduto gli americani – utile e riportare gli USA ad un buon livello di sicurezza e prosperità.

Il mio augurio, anche se con tanta amarezza causata dalla vittoria dell’utile sul “bene” (non credo rappresentato dalla poco empatica e rappresentativa Hillary), è che l’America sia comunque caduta in piedi. Il genere umano, invece, rotola verso il basso…

Anche apparso su: https://mauroleonardi.it/2016/11/10/le-lettere-di-gavina-masala-in-trump-we-trust/ e http://www.simoneventurini.com/it/in-trump-we-trust/

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Europa, possibile ricostruirla?

BrexitL’Inghilterra ha votato per l’uscita dall’Unione europea. In molti sono rimasti sorpresi, ma se si considerano la storia del Regno Unito e l’attuale inoperosità politica dell’UE, le ragioni del voto diventano più che evidenti.

Non dimentichiamo la prova di scarsa coesione che il continente sta dando nel gestire i flussi migratori e, come sottolineava Angelo Panebianco poche settimane fa, l’ulteriore minaccia che potrebbe provenire dall’elezione dell’isolazionista e protezionista Trump.
Le analisi politologiche puntano il dito sul patto sociale europeo, quanto mai atipico: un patto sociale degno di tal nome dovrebbe infatti legarci in doveri, ma anche in diritti comuni quali la sanità e l’istruzione, ma questo in Europa non è né sarà mai possibile, perchè le istituzioni nazionali caratterizzate da storie e impronte culturali differenti non abdicheranno.

Certo è che il progetto deve essere rielaborato, perchè allo stato attuale sembra esercitare sempre meno appeal; vorrei però sottolineare quanto si sia commesso, a mio avviso, un errore marchiano sul piano culturale o, come secondo Joseph Ratzinger, spirituale.
Molto razionalmente e in tempi non sospetti infatti, il papa emerito ragionava insieme al filosofo Marcello Pera su un’Europa simile a Babilonia e, tra le varie cause, additava la tiepidezza dei Cristiani, che incarnano o dovrebbero farlo, i valori fondanti del continente stesso.

Come dargli torto? Abbiamo (i cristiani) ceduto parte importante della nostra identità in nome del pluralismo, che in sé e per sé andrebbe benissimo, a patto di non rinunciare alle nostre radici, fondamento della nostra identità, e a valori quali il rispetto dell’altro, vero tesoro del Vangelo.

E’ scritta infatti nel codice genetico del cristiano la propensione verso il prossimo – simile o dissimile che sia – valore questo che se solo avessimo saputo portare nei consessi politici, avrebbe sventato molte sciagure quali Brexit, che evidentemente nasce dalla paura del diverso.

Ratzinger non vuole tanto affermare un primato culturale dei cristiani, quanto il diritto e l’impegno all’esistenza anche a livello istituzionale, il diritto e l’impegno a non spogliarsi della propria essenza in nome della political correctness, che svuota di significato i concetti, anestetizzando le coscienze.

Non si vuole nemmeno significare ingerenza negli affari di Stato, ma “il cristiano è convinto che la sua fede (…) aiuta la ragione ad essere se stessa, (…) egli può reclamare ciò che appartiene alle basi dell’umanità, accessibili alla ragione”.

Siamo invitati quindi a rispolverare la razionalità e fondamentalità del DNA europeo, necessario per contribuire a ri-costruire l’Unione.

Anche apparso su: https://mauroleonardi.it/2016/06/28/lettera-di-gavina-europa-possibile-ricostruirla/

L’Europa sta morendo?

vE’ questo un interrogativo che ultimamente ci siamo posti un po’ tutti. Una crisi che ha radici lontane e i suoi epigoni in tre accadimenti recenti: partita con Grexit nel 2015 con la sventata uscita della Grecia dalla moneta unica, continuata con l’esodo dei profughi siriani che fuggono dal regime di Bashar Al Assad e dall’Isis mettendo però in difficoltà la capacità di accoglienza degli Stati membri, e che avrà un grosso banco di prova il 23 giugno con il referendum inglese su Brexit.

I leader visionari che hanno ispirato il progetto europeo: da Shuman a Adenauer, da De Gasperi a Monnet avevano pensato ad uno spazio sovranazionale di mutuo scambio di beni, certo, ma anche politico, di valori e cultura, insomma di un ethos. E’ chiaro che su quest’ultimo fronte siamo molto in ritardo e, come afferma Enrico Letta, ex Premier italiano ed attuale Preside della prestigiosa École des affaires internationales de Sciences Po di Parigi, si tratta di recuperare una relazione virtuosa tra i Paesi membri. Letta individua nel deficit di democrazia condivisa il motivo di stallo del disegno europeo: “Il primo, grave errore, è stato affidarsi al Consiglio Europeo, che ha oggi un ruolo centrale. E’ il luogo in cui sono rappresentati i capi di stato e di governo che, volendo promuovere i rispettivi interessi nazionali hanno incentivato la rinascita degli Stati nazionali”. Ma non possiamo trascurare anche un’evidente mancanza di cultura europea, a partire dalla società civile, per arrivare ai vertici dei governi: Bruxelles è percepita come lontana, nessuno si sente di appartenere ad una comunità, la cui voce peraltro si fa sentire solo in ambito finanziario, per richiamare al rispetto di standard e austerity che non fanno che aumentare la percezione di Europa come di un cavillo burocratico, priva di qualunque anelito ideale e solidaristico, tutto molto lontano dall’idea fondante originaria.

Su questo solco si inseriscono le iniziative intraprese in sinergia da MUN Academy e dalla Biblioteca Europea di Roma: proprio per aumentare la consapevolezza di abitare uno spazio comune in cui abbiamo il dovere, oltre che il piacere, di trovare un’ispirazione comune di vita.

Dalla morte dell’Europa non avremmo da guadagnare: nello scacchiere internazionale conteremmo pochissimo, tutti gli Stati affronterebbero quantomeno lunghe fasi di difficoltà economiche cui si accompagnerebbe una difficoltà di gestione delle crisi internazionali, per non parlare dell’incremento inevitabile dei problemi di sicurezza.

E’ per questo motivo che il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama farà sentire la sua voce al riguardo, il 24 aprile in occasione della promozione della fiera tecnologica di Hannover, quest’anno realizzata con la partnership USA. Obama sfrutterà le sue proverbiali doti retoriche per convincere gli inglesi a non abbandonare l’UE. “Il nostro Presidente cercherà di indebolire le ragioni di coloro che vogliono la Gran Bretagna fuori dall’Europa”, afferma il Senatore con delega agli Affari Esteri Bob Corker. E c’è da giurarci: se intervengono gli Stati Uniti, la posta in gioco è alta.

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Il senso di insicurezza

bLa capitale belga non è l’unica città in cui le diverse componenti etniche vivano segregate, ma la sensazione che si prova nelle sue strade, nelle sue fermate di metro, è molto differente da quella che si avverte in altre città del mondo, anche molto più grandi quali Parigi o New York, ad esempio. Sia la Francia che gli Stati Uniti sono stati sconvolti e segnati irreversibilmente da episodi terroristici gravi, segno evidente di politiche discutibili, ma lì ti senti al sicuro, se non “te la vai a cercare”.

Perché? Beh, a Parigi sei nell’alveo della grandeur francese e a New York sei nella culla del sogno americano. Sai bene dove ti trovi, insomma.  Bruxelles ha il sapore invece di un non-luogo, di un’utopia, di quel posto in cui abbiamo pensato di incastonare l’Unione Europea, costruita come “marchingegno” neutro, entità astratta priva di valori, cultura e storia. La percezione è che abbiamo rinunciato a noi stessi, e ci è costata cara: ora quel senso di insicurezza che pensavamo di potere censurare, ti accompagna ovunque.

La Bruxelles europea è tutta lì: tra il Berlaymont e L’Espace Léopold, sedi rispettivamente della Commissione e del Parlamento Europeo, nel cosiddetto quartiere europeo, crocevia di gente ricca, impegnata e cosmopolita. I palazzi delle istituzioni sono immensi, lucidi, blindati, danno sicurezza e affascinano chiunque sia attratto dall’idea di sentirsi cittadino di un mondo comune, che vuole dialogare. La sensazione che hai al loro cospetto è di essere piccolo, minuto…

La via di fuga? Non scappare, restare in quest’ Europa che si presenta così: multiculturale, principalmente economica, poco democratica e “porgere” la nostra identità non come atto di prepotenza, ma di esistenza, per onestà.

Guardiamo il contesto italiano, in cui organizzazioni non profit o ecclesiastiche suppliscono efficacemente alle mancanze dello Stato, facendo accoglienza per i migranti o per gli indigenti, ad esempio. Impegniamoci in queste realtà, frutto della nostra specificità culturale, rispolverando il valore e la bellezza dell’Occidente, la sua personalità.

Le comunità musulmane non sono coese al loro interno come ci appare:serpeggiano conflitti tra chi vuole integrarsi nella cultura ospitante, attratto da essa, e chi invece vuole viverne ai margini per distruggerla. Se solo riuscissimo a far prevalere questa sana frattura, rendendo desiderabile l’interazione pacifica con “noi”, potremmo sperare di costruire uno spazio veramente inclusivo, non ipocrita. Nel frattempo, impariamo ad ascoltare quel senso di insicurezza interiore che ci accompagna: spesso ha carattere profetico.

Anche apparso su: http://www.interris.it/2016/03/24/89363/intervento/il-senso-di-insicurezza.html

Turchia, Davutoglu: invito tutti a combattere il terrorismo

Parliamentary Assembly Session April 2011Session de l'Assemblée parlementaire avril 2011A poche ore dagli attentati di Bruxelles, è netta la condanna del terrorismo da parte della Turchia, il premier Ahmet Davutoglu ha espresso solidarietà per il popolo belga di fronte all’assemblea parlamentare: “Condanniamo l’attacco. Mostra ancora una volta il volto di un terrorismo globale che ha colpito Bruxelles stamattina. Le mie più sincere condoglianze vanno al governo e al popolo belga, a nome della Turchia. Ero a Bruxelles la settimana scorsa. Oggi invito tutti a combattere il terrorismo, che si chiami Pkk, Daesh”.

Solo pochi giorni fa, il 19 marzo a Istambul, un uomo probabilmente militante dell’Isis, si è fatto esplodere nel centralissimo quartiere di Beyoglu, causando la morte di 5 persone e diversi feriti. Mentre il 13 marzo un’autobomba aveva causato la morte di 37 persone nella capitale Ankara; l’attentato era stato rivendicato dal Pkk, il Partito dei Lavoratori del Kurdistan. Il Paese ormai vive da tempo sotto il giogo dei gruppi armati.

Anche apparso su: http://www.interris.it/2016/03/22/89277/cronache/mediterraneo/89277.html

Colombia, Kerry in campo per la pace tra FARC e Bogotà

kerry-1Il Segretario di Stato americano John Kerry incontrerà oggi alle 15:00 ora di Cuba, le 20:00 in Italia, le delegazioni del governo della Colombia e delle Farc (Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia) all’Avana, durante lo storico viaggio del Presidente Obama a Cuba. Sarà l’incontro più importante che vertici di Washington abbiano mai avuto con l’esercito rivoluzionario: l’obiettivo è di accelerare il processo di pace in Colombia, che da più di cinquant’anni è sconvolta da una guerriglia interna.

Secondo quanto dichiara l’Alto Commissario per la pace della Colombia, Kerry si confronterà per circa un’ora con i rappresentanti di Bogota sui progressi dei negoziati che si tengono all’Avana, un’ora più tardi il Segretario di Stato Usa vedrà i rappresentanti delle Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia per lo stesso lasso di tempo; a confermare l’incontro Pastor Alpe, uno dei negoziatori delle FARC. I ribelli avranno un meeting anche con Bernard Aronson, l’inviato speciale degli Stati Uniti per la pace.

Il governo di Bogota, alleato degli USA, e i militanti marxisti stanno tentando di raggiungere un accordo che sarà sottoposto al voto dei cittadini per approvazione, con una missione ONU che supervisionerà il disarmo dei ribelli.

Il Presidente Juan Manuel Santos e il leader Farc Rodrigo “Timochenko” Londono si sono imposti la deadline del 23 marzo per raggiungere un’intesa, ma hanno dichiarato di essere consapevoli della difficoltà dei negoziati. Washington ha infatti designato le FARC come terroristi internazionali nel 1997, e molti dei suoi leader sono accusati di traffico internazionale di stupefacenti.

Anche apparso su: http://www.interris.it/2016/03/21/89167/cronache/mondo/colombia-kerry-in-campo-per-la-pace-tra-farc-e-bogota.html

Minority Report in Corea del Sud

minority-1068x694Lo scopo è buono, ma le implicazioni imprevedibili: la Polizia Nazionale della Corea del Sud ha da poco annunciato di essere al lavoro per un “Big data program”, ovvero un sistema che raccoglierà informazioni personali, rielaborate in statistiche, al fine di prevenire futuri possibili crimini. L’ipotesi è affascinante: ha a che fare in qualche modo con la possibilità di prevedere il futuro e di evitare il male, il crimine, e ci riporta con la mente al romanzo di fantascienza di Philip Dick “Minority report”, in cui in un ipotetico futuro l’umanità ha completamente eliminato la maggior parte delle azioni criminali grazie ai poteri di previsione di alcuni veggenti. Ma si trattava di fantascienza, appunto.

Qui parliamo di realtà, ed anche imminente: si tratterebbe in pratica di unire il database interno della polizia con i dati pubblici disponibili sui social media, da lì accertare l’identità di potenziali criminali o capire dove si nascondono, ad esempio. La Polizia sud coreana ha già pubblicato un bando per progetti di ricerca sulla “tecnologia applicata alla sicurezza” mettendo in palio ben quattro milioni di dollari per il vincitore.
L’iniziativa però viene presa senza un minimo dibattito politico, e così ogni informazione immessa in rete tramite Facebook o Twitter potrebbe essere utilizzata per la prevenzione del crimine, come tutti i dati appartenenti alla Polizia e al Ministero di Giustizia sud coreani.

Gli interrogativi che si sollevano sono parecchi e molti sono i sospetti di illegalità: in Corea del Sud, infatti, tutte le entità legali quali aziende, governo o singoli cittadini devono esprimere il consenso alla cessione dei propri dati, in base al Personal Information Protection Act. Queste informazioni possono essere ottenute dalle forze dell’ordine senza il consenso dei soggetti solo quando richieste per specifiche indagini. Dato che il sistema raccoglierebbe i dati per un uso non correlato ad una indagine particolare, potrebbe venire considerato lesivo della privacy dei cittadini.

Se queste cose accadono in Corea del Sud, si ha la tentazione di considerarle figlie di una condizione politica particolarmente intricata, ed oggettivamente è così. Tuttavia chi di noi nel liberale Occidente, non si è sentito “spiato” dai colossi del commercio od oggetto di sofisticate strategie di marketing, volte ad intercettare i bisogni?

I risvolti anche legali sono consistenti: “il raccogliere dati e informazioni personali provenienti dal web è particolarmente illegale”, dice Lee Eun-woo, avvocato sud coreano, e il fatto che ciò sia stato fatto “senza nessuna reale considerazione per un dibattito con la società civile aggrava la situazione”, chiosa. Fa riflettere poi che la Corea del Sud sia il Paese di provenienza dell’attuale Segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon: l’ONU per statuto si impegna a promuovere il rispetto dei diritti umani, la tutela della pace e la sicurezza internazionale.

Il progetto dei padri fondatori delle Nazioni Unite sulla sicurezza prevedeva un sistema internazionale regolamentato, in cui le grandi potenze, in virtù del loro peso, si sarebbero gravate di maggiori responsabilità. I Paesi meno rilevanti, quale la Corea del Sud, erano stati pensati come naturali fruitori dei vantaggi del sistema internazionale, quindi anche della sicurezza. Infatti in un mondo di disuguaglianze non sarebbero stati in grado di difendersi da soli, e la loro insicurezza avrebbero costituito una minaccia per tutto il sistema.

Le cronache di questi giorni e iniziative come il Big data rappresentano uno schiaffo a questa concezione, scalfita dall’insicurezza imperante nello scacchiere internazionale. Questo il motivo principale per cui i singoli Paesi sono costretti a fare da soli, pur muovendosi in modo discutibile. Non resta che sperare che il vuoto di ideali cui sono improntate le relazioni tra Stati possa presto commutarsi in un intento solidale, come voleva appunto il progetto delle Nazioni Unite.

Anche apparso su: http://www.interris.it/2016/03/16/88599/posizione-in-primo-piano/schiaffog/minority-report-in-corea-del-sud.html e su: https://mauroleonardi.it/2016/03/22/gavina-masala-minority-report-in-corea-del-sud/

Elezioni in Iran: tra pregiudizi e realtà

IranDonneVoto_3-696x356Lo scorso 26 febbraio si sono tenute le duplici elezioni iraniane: per il Parlamento e per l’Assemblea degli Esperti. La stampa internazionale ha interpretato i risultati come una vittoria delle donne e dei riformisti del Presidente Rohani, ma la realtà è così lineare? Soprattutto, cosa possono aspettarsi le donne iraniane da questo nuovo corso?

E’ vero che in Parlamento si è presentata la lista conosciuta come “Coalizione dei Riformisti” o “Lista della Speranza”, che a Tehran ha trionfato con trenta candidati, di cui otto donne espressione di un vasto ambito politico. Lo stesso trend al femminile si è più o meno riprodotto nel Paese, accompagnato da campagne pubblicitarie che hanno visto protagoniste le donne al voto, con video di giovani emancipate che supportavano il governo uscente.

Inoltre Rohani aveva tuonato: “la presenza delle donne alle elezioni è importante per l’opinione pubblica mondiale” ; mentre l’ayatollah Khamenei aveva fatto eco “assolvendo” coloro che avrebbero partecipato alle elezioni senza chiedere il permesso al marito: “non c’è bisogno di avere il benestare del coniuge, chiunque può partecipare”.

Molti tuttavia sono i dubbi su questa che appare più come una messa in scena che come una realtà; Massoumeh Toreh, studiosa del processo di democratizzazione iraniano alla London School of Economics and Political Science dichiara: “nonostante le apparenze, le istanze delle donne verranno dimenticate nei giorni seguenti le elezioni. Esse hanno un ruolo meramente cosmetico; è normale che una società maschile voglia promuoversi come progressista prima delle elezioni”.

Parvaneh Salahshoor, una delle candidate del fronte moderato, ricorda quanto poco abbiano contato le donne nella passata legislatura: su 290 seggi parlamentari solo otto sono stati assegnati a donne, uno dei numeri più bassi al mondo, troppo basso perchè si possa pensare ad un qualche impatto sulle policy governative. Un’altra voce influente nel precedente governo Rohani, Shahindokht Molaverdi, dichiara: “in Iran sono stati fatti enormi progressi, ma le differenze naturali fra uomini e donne hanno portato a un processo di empowerment a singhiozzo, non lineare”.

E’ certo che le “differenze naturali” di cui parla la Molaverdi, sono state interpretate dalla frangia più estrema dell’Islam in chiave restrittiva. Voler leggere i risultati elettorali come un segno inequivocabile di emancipazione femminile risponde all’esigenza dell’Occidente, non esclusa l’Europa, di dividere il bene dal male, i nemici dagli amici, i buoni dai cattivi. Ma il complesso scenario politico iraniano non si presta a una lettura stereotipata, è uno schiaffo alla presunzione di potere assimilare realtà molto diverse alla nostra. Tutto è molto più complesso.

Solo il tempo potrà dire come andranno le cose, anche per stabilire chi ha vinto veramente le elezioni occorreranno mesi: è previsto un ballottaggio a fine aprile, si dovà poi attendere che le forze politiche si insedino al Majlis e che si definiscano gli effettivi equilibri elettorali.

In definitiva, quello iraniano è uno dei casi da cui imparare a non sacrificare la complessità del reale in nome della logica della semplificazione e della fretta: senza analisi lucide e documentate non si può pervenire a soluzioni feconde. Se il nostro auspicio è davvero che le donne iraniane godano di determinati diritti, non possiamo esimerci dall’interpretare lo scenario con umiltà e rispetto per la diversità.

Anche apparso su: http://www.interris.it/2016/03/08/87931/posizione-in-primo-piano/primopiano/elezioni-in-iran-tra-pregiudizi-e-realta.html e su: https://mauroleonardi.it/2016/03/09/gavina-masala-elezioni-in-iran-tra-pregiudizi-e-realta/

Profughi, Tusk chiede la collaborazione della Turchia

donald-tusk (1)Il Presidente del Consiglio Europeo Donald Tusk ha incontrato ad Ankara il Presidente turco Erdoğan, per volare poi a Belgrado, nel tour diplomatico che lo ha portato in questi giorni a toccare le rotte dei migranti.

Tusk aveva già  rimarcato come migliaia di persone continuino ad arrivaresulle Isole greche dell’Egeo: “Non venite in Europa, non date retta ai contrabbandieri. Nessun Paese europeo sarà un Paese di transito” . La Turchia si era impegnata a rallentare le partenze, in cambio di tre miliardi di euro e di un’accelerazione del processo di adesione all’Unione Europea, ma è evidente che le misure prese non hanno avuto effetti. L’intento diplomatico europeo è dunque quello di arrestare questo flusso continuo di migranti e di convincere Ankara a riprendersi gli illegali: “spetta alla Turchia decidere come arrestare questo flusso continuo”, ha detto Tusk dopo avere incontrato il primo ministro Ahmet Davutoglu.

La crisi migratoria ha infatti risvegliato le paure per l’Europa, molti Stati hanno restaurato controlli alle frontiere, questa mattina il Commissario Europeo per le migrazioni Dimitris Avramopulos ha presentato il piano per salvare Schengen entro novembre: un eventuale fallimento costerebbe 1.400 miliardi in 10 anni. Si tratta di tappe e scadenze precise per “il ripristino del pieno funzionamento del sistema di libera circolazione entro la fine del 2016”, che discutermeo nel vertice di lunedì prossimo, sostiene Avramopulos.

Contemporaneamente, a Calais al quinto giorno di sgomberi nel campo profughi della Giungla, tra Parigi e Londra è tensione. Il Regno Unito offre altri 22 milioni di sostegno, ma la Francia vuole garanzie su una eventuale Brexit che causerebbe uno sconvolgimento ulteriore. Nel frattempo, Hollande avverte: ”venire a Calais significa la certezza di non poter attraversare la Manica e dunque di rimanere senza soluzioni”. Cruciali saranno i prossimi giorni per capire come la diplomazia europea cercherà di salvare Shengen.

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Emergenza migranti, l’Unione Europea vara un piano di aiuti

Grecia-migranti-675La Commissione Europea ha proposto un piano di aiuti di 700 milioni di euro provenienti dal bilancio comunitario per gestire la crisi umanitaria che sta colpendo in particolare la Grecia e i Balcani. I fondi verrebbero allocati in tre anni, a partire dal 2016, ora la proposta di regolamento deve essere approvata dal Parlamento Europeo e dal Consiglio Europeo. Il testo non cita direttamente la Grecia ma la gran parte dei fondi saranno diretti ad Atene, si parla infatti di destinare gli aiuti a Paesi “sopraffatti dalla grave crisi”. Solo parte andrà direttamente al governo, il grosso sarà versato all’Onu e alle altre Ong presenti sul territorio.

Sono oltre 10.000 i migranti attestati al confine tra Grecia e Macedonia, in attesa di poter proseguire il viaggio verso il nord dell’Europa. Le Nazioni Unite parlano di una crisi umanitaria senza precedenti, circa il 70% sono donne e bambini, alcuni di loro invalidi, molti hanno lo status di rifugiati e tutti versano in condizioni di grave miseria, risultato di un “effetto domino” causato dalla chiusura dei confini nei Balcani.

“Non si può perdere neppure un minuto nel prevedere aiuti per le aree in crisi, dobbiamo usare ogni mezzo per prevenire ulteriori sofferenze per queste persone”, ha dichiarato oggi Christos Stylanides, cipriota Commissario Europeo per gli aiuti umanitari, annunciando l’atteso piano di aiuti.

La Grecia è la porta di entrata principale per più di un milione di migranti che sono sbarcati nell’Unione Europea dalla Turchia nel 2015, per incamminarsi sulla rotta balcanica diretti verso Austria, Germania o Svezia. Poi le limitazioni a Schengen, le quote di ingresso e la Macedonia che ha chiuso il confine Sud,  i migranti sono rimasti intrappolati.

Le scene di questi giorni sono di disperazione “abbiamo aspettato per 6 giorni, non abbiamo cibo nè coperte”, dice Sara, Siriana di 32 anni. Gli effetti della crisi dei migranti si fa sentire anche nei rapporti fra Stati e il Papa oggi richiama a “ Cercate la giustizia, soccorrete l’oppresso: rendete giustizia all’orfano”. In realtà vi è una conflittualità latente fra Stati, dovuta allo sforzo che i governi stanno facendo ad accogliere un numero di migranti elevato; cresce la paura che si trovino altre rotte per aggirare le barriere e che vi siano ulteriori deroghe a Schengen.

Anche apparso su: http://www.interris.it/2016/03/02/87521/cronache/mondo/emergenza-migranti-lunione-europea-vara-un-piano-di-aiuti.html