Elezioni in Iran: tra pregiudizi e realtà

IranDonneVoto_3-696x356Lo scorso 26 febbraio si sono tenute le duplici elezioni iraniane: per il Parlamento e per l’Assemblea degli Esperti. La stampa internazionale ha interpretato i risultati come una vittoria delle donne e dei riformisti del Presidente Rohani, ma la realtà è così lineare? Soprattutto, cosa possono aspettarsi le donne iraniane da questo nuovo corso?

E’ vero che in Parlamento si è presentata la lista conosciuta come “Coalizione dei Riformisti” o “Lista della Speranza”, che a Tehran ha trionfato con trenta candidati, di cui otto donne espressione di un vasto ambito politico. Lo stesso trend al femminile si è più o meno riprodotto nel Paese, accompagnato da campagne pubblicitarie che hanno visto protagoniste le donne al voto, con video di giovani emancipate che supportavano il governo uscente.

Inoltre Rohani aveva tuonato: “la presenza delle donne alle elezioni è importante per l’opinione pubblica mondiale” ; mentre l’ayatollah Khamenei aveva fatto eco “assolvendo” coloro che avrebbero partecipato alle elezioni senza chiedere il permesso al marito: “non c’è bisogno di avere il benestare del coniuge, chiunque può partecipare”.

Molti tuttavia sono i dubbi su questa che appare più come una messa in scena che come una realtà; Massoumeh Toreh, studiosa del processo di democratizzazione iraniano alla London School of Economics and Political Science dichiara: “nonostante le apparenze, le istanze delle donne verranno dimenticate nei giorni seguenti le elezioni. Esse hanno un ruolo meramente cosmetico; è normale che una società maschile voglia promuoversi come progressista prima delle elezioni”.

Parvaneh Salahshoor, una delle candidate del fronte moderato, ricorda quanto poco abbiano contato le donne nella passata legislatura: su 290 seggi parlamentari solo otto sono stati assegnati a donne, uno dei numeri più bassi al mondo, troppo basso perchè si possa pensare ad un qualche impatto sulle policy governative. Un’altra voce influente nel precedente governo Rohani, Shahindokht Molaverdi, dichiara: “in Iran sono stati fatti enormi progressi, ma le differenze naturali fra uomini e donne hanno portato a un processo di empowerment a singhiozzo, non lineare”.

E’ certo che le “differenze naturali” di cui parla la Molaverdi, sono state interpretate dalla frangia più estrema dell’Islam in chiave restrittiva. Voler leggere i risultati elettorali come un segno inequivocabile di emancipazione femminile risponde all’esigenza dell’Occidente, non esclusa l’Europa, di dividere il bene dal male, i nemici dagli amici, i buoni dai cattivi. Ma il complesso scenario politico iraniano non si presta a una lettura stereotipata, è uno schiaffo alla presunzione di potere assimilare realtà molto diverse alla nostra. Tutto è molto più complesso.

Solo il tempo potrà dire come andranno le cose, anche per stabilire chi ha vinto veramente le elezioni occorreranno mesi: è previsto un ballottaggio a fine aprile, si dovà poi attendere che le forze politiche si insedino al Majlis e che si definiscano gli effettivi equilibri elettorali.

In definitiva, quello iraniano è uno dei casi da cui imparare a non sacrificare la complessità del reale in nome della logica della semplificazione e della fretta: senza analisi lucide e documentate non si può pervenire a soluzioni feconde. Se il nostro auspicio è davvero che le donne iraniane godano di determinati diritti, non possiamo esimerci dall’interpretare lo scenario con umiltà e rispetto per la diversità.

Anche apparso su: http://www.interris.it/2016/03/08/87931/posizione-in-primo-piano/primopiano/elezioni-in-iran-tra-pregiudizi-e-realta.html e su: https://mauroleonardi.it/2016/03/09/gavina-masala-elezioni-in-iran-tra-pregiudizi-e-realta/

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Profughi, Tusk chiede la collaborazione della Turchia

donald-tusk (1)Il Presidente del Consiglio Europeo Donald Tusk ha incontrato ad Ankara il Presidente turco Erdoğan, per volare poi a Belgrado, nel tour diplomatico che lo ha portato in questi giorni a toccare le rotte dei migranti.

Tusk aveva già  rimarcato come migliaia di persone continuino ad arrivaresulle Isole greche dell’Egeo: “Non venite in Europa, non date retta ai contrabbandieri. Nessun Paese europeo sarà un Paese di transito” . La Turchia si era impegnata a rallentare le partenze, in cambio di tre miliardi di euro e di un’accelerazione del processo di adesione all’Unione Europea, ma è evidente che le misure prese non hanno avuto effetti. L’intento diplomatico europeo è dunque quello di arrestare questo flusso continuo di migranti e di convincere Ankara a riprendersi gli illegali: “spetta alla Turchia decidere come arrestare questo flusso continuo”, ha detto Tusk dopo avere incontrato il primo ministro Ahmet Davutoglu.

La crisi migratoria ha infatti risvegliato le paure per l’Europa, molti Stati hanno restaurato controlli alle frontiere, questa mattina il Commissario Europeo per le migrazioni Dimitris Avramopulos ha presentato il piano per salvare Schengen entro novembre: un eventuale fallimento costerebbe 1.400 miliardi in 10 anni. Si tratta di tappe e scadenze precise per “il ripristino del pieno funzionamento del sistema di libera circolazione entro la fine del 2016”, che discutermeo nel vertice di lunedì prossimo, sostiene Avramopulos.

Contemporaneamente, a Calais al quinto giorno di sgomberi nel campo profughi della Giungla, tra Parigi e Londra è tensione. Il Regno Unito offre altri 22 milioni di sostegno, ma la Francia vuole garanzie su una eventuale Brexit che causerebbe uno sconvolgimento ulteriore. Nel frattempo, Hollande avverte: ”venire a Calais significa la certezza di non poter attraversare la Manica e dunque di rimanere senza soluzioni”. Cruciali saranno i prossimi giorni per capire come la diplomazia europea cercherà di salvare Shengen.

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Emergenza migranti, l’Unione Europea vara un piano di aiuti

Grecia-migranti-675La Commissione Europea ha proposto un piano di aiuti di 700 milioni di euro provenienti dal bilancio comunitario per gestire la crisi umanitaria che sta colpendo in particolare la Grecia e i Balcani. I fondi verrebbero allocati in tre anni, a partire dal 2016, ora la proposta di regolamento deve essere approvata dal Parlamento Europeo e dal Consiglio Europeo. Il testo non cita direttamente la Grecia ma la gran parte dei fondi saranno diretti ad Atene, si parla infatti di destinare gli aiuti a Paesi “sopraffatti dalla grave crisi”. Solo parte andrà direttamente al governo, il grosso sarà versato all’Onu e alle altre Ong presenti sul territorio.

Sono oltre 10.000 i migranti attestati al confine tra Grecia e Macedonia, in attesa di poter proseguire il viaggio verso il nord dell’Europa. Le Nazioni Unite parlano di una crisi umanitaria senza precedenti, circa il 70% sono donne e bambini, alcuni di loro invalidi, molti hanno lo status di rifugiati e tutti versano in condizioni di grave miseria, risultato di un “effetto domino” causato dalla chiusura dei confini nei Balcani.

“Non si può perdere neppure un minuto nel prevedere aiuti per le aree in crisi, dobbiamo usare ogni mezzo per prevenire ulteriori sofferenze per queste persone”, ha dichiarato oggi Christos Stylanides, cipriota Commissario Europeo per gli aiuti umanitari, annunciando l’atteso piano di aiuti.

La Grecia è la porta di entrata principale per più di un milione di migranti che sono sbarcati nell’Unione Europea dalla Turchia nel 2015, per incamminarsi sulla rotta balcanica diretti verso Austria, Germania o Svezia. Poi le limitazioni a Schengen, le quote di ingresso e la Macedonia che ha chiuso il confine Sud,  i migranti sono rimasti intrappolati.

Le scene di questi giorni sono di disperazione “abbiamo aspettato per 6 giorni, non abbiamo cibo nè coperte”, dice Sara, Siriana di 32 anni. Gli effetti della crisi dei migranti si fa sentire anche nei rapporti fra Stati e il Papa oggi richiama a “ Cercate la giustizia, soccorrete l’oppresso: rendete giustizia all’orfano”. In realtà vi è una conflittualità latente fra Stati, dovuta allo sforzo che i governi stanno facendo ad accogliere un numero di migranti elevato; cresce la paura che si trovino altre rotte per aggirare le barriere e che vi siano ulteriori deroghe a Schengen.

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USA, Super Tuesday decisivo: “make or break” per gli sfidanti di Clinton e Trump

US-VOTE-ELECTIONOggi è il “super martedì” delle primarie americane: Hillary Clinton, Democratica e Donald Trump, Repubblicano dovrebbero configurarsi come i candidati alle elezioni del prossimo novembre per la Casa Bianca. Sono in corso in queste ore primarie e caucus, riunioni di dirigenti per convergere sui designati alle elezioni, in 12 Stati che vanno dall’Alaska alla Virginia. Se Clinton e Trump dovessero affermarsi in maniera netta, ciò significherà l’uscita definitiva degli avversari dalla scena.

I rivali Repubblicani di Trump, i Senatori Marco Rubio e Ted Cruz, hanno cercato disperatamente di fermare la marcia del magnate verso la nomina, provando a riunire il partito contro l’uomo che i più vedono come un intruso tra i conservatori.

Hillary Clinton, dal canto suo, ha sbaragliato il rivale Democratico Bernie Sanders in Carolina del Sud nello scorso week end, assicurandosi i voti afro-americani nella sua terza nettissima vittoria; se continuerà di questo passo in Stati come l’Alabama, la Georgia e la Virginia, supposti essere terreno favorevole, diventerà la candidata certa per le elezioni generali. La Clinton si è spesa molto nelle ultime settimane di campagna elettorale, scagliandosi pesantemente contro la retorica di Trump: “Sono dispiaciuta per il  linguaggio usato dai Repubblicani, che condannano le persone, ne fanno dei capri espiatori. Noi dimostreremo, a iniziare dal Super Tuesday del primo marzo, che la strada da seguire è un’altra”, ha dichiarato la Senatrice.

La campagna elettorale di Trump ha incendiato anche gli animi degli avversari Repubblicani, in particolare dell’ex favorito Rubio, che ha intensificato gli attacchi personali e ha evidenziato i problemi che il neofita Trump avrebbe in elezioni generali: “I media e i Democrats si avventerebbero su di lui additandolo come un diavolo”, ha dichiarato Rubio all’elettorato del Tennessee. Tuttavia Trump parte da una posizione di vantaggio ed è ragionevole pensare che uscirà vincitore dal “big match” di oggi.

In effetti la retorica spesso scorretta di Trump sarebbe stata la rovina di un qualunque candidato del Partito Repubblicano, quello del conservatore Abraham Lincoln per intendersi, ma queste elezioni si preannunciano come particolari, con un elettorato che sembra desiderare un outsider sprezzante dell’establishment politico.

Se Trump sbaraglierà il Sud nel Big Tuesday, potrebbero spegnersi le luci per i suoi sfidanti. Vedremo dunque nelle prossime ore se la sfida sarà tra Trump e Clinton, come si prevede, o se l’America sarà ancora una volta in grado di sorprenderci.

Anche apparso su: http://www.interris.it/2016/03/01/87431/cronache/mondo/usa-super-tuesday-decisivo-make-or-brake-per-gli-sfidanti-di-clinton-e-trump.html

Armati di chitarre per la libertà

mohvitaboy-1068x694Mohamed Dadah è un giovane artista di strada nella Repubblica Democratica Popolare di Algeria. Mohamed suona una chitarra per pochi spiccioli: musica allegra, per donare gioia e sorrisi ai passanti. Si fa chiamare Moh Vita Boy, a tradire la sua voglia di gioco e di evasione, che ama trasmettere attraverso le percussioni veloci che fanno vibrare la sua chitarra lucida.

Chitarra e cappellino sono tutto ciò con cui gira fino al suo arresto: in un pomeriggio come tanti la polizia lo strappa al suo metro di strada – il suo palcoscenico – con l’accusa di “elemosina professionale”, per rinchiuderlo in carcere.

Moh Vita Boy viene portato via sotto gli occhi del suo pubblico, i passanti di Audin, nel centro storico della città. La notizia si diffonde come un virus. Migliaia di giornalisti e di giovani riempiono le strade per puntare il dito contro il sistema politico locale, portano con sé le loro chitarre, cantano e si impadroniscono dei vicoli della città al grido “la strada ci appartiene”. La Rivoluzione è partita, niente sangue, nè grida, nè disperazione ma solo una strada come teatro, tanta voglia di libertà e il desiderio di vedere Mohammed di nuovo lì al suo posto, come sempre, con la sua chitarra e il sorriso. Uno schiaffo a chi pensa che per cambiare la società si debba necessariamente ricorrere alla violenza.

Tutto inizia a girare ad ogni livello, si crea una massa critica che sfida i metodi repressivi del governo. “La polizia sarebbe più ispirata se si dedicasse ai baroni del commercio nero”, dichiara un medico in pensione, che partecipa alla rivoluzione non violenta via web.

La “rivoluzione delle chitarre” raggiunge l’obiettivo: il giovane non solo è rilasciato, ma il sindaco della città gli conferisce un premio come miglior artista di strada. Tutto è tornato al suo posto, anche Mohammed, di nuovo lì al centro di Algeri, il suo teatro.

“Ieri qualche cosa è cambiato in Algeria, le mura della paura che proteggono la fortezza della cultura ufficiale sono state abbattute da questi giovani: la libertà di espressione ha trionfato” – commenta Ammar Kessab, membro di un collettivo indipendente che si occupa di politica e cultura.

I giovani algerini non sono gli unici ad avere denunciato la repressione culturale a suon di musica: anche in Egitto, i rapper locali hanno fatto la loro parte nel corso della Primavera araba, pubblicando canzoni per esprimere rabbia contro il regime.

Così nel nord del Mali, stanno tornando solo oggi ad aprire i festival musicali, dopo che nel 2012 gli estremisti islamisti presero il potere, imponendo la sharia e mettendo al bando alcune espressioni artistiche ritenute eversive. “E’ da quel momento che giovani musicisti rischiano di perdere la vita solo per suonare musica tradizionale”, dichiara Toumani Daiabaté sulle colonne del Guardian. Solo ora i palchi ed i festival stanno rifiorendo, dopo anni di oscurantismo di cui siamo stati vittime noi giovani artisti. “Ora che la minaccia del terrorismo è vicina, siamo noi musicisti a potere parlare alla gente di riconciliazione e di pace”, continua Daiabaté.

Anche in Tunisia, i giovani musicisti che hanno fatto da colonna sonora alla rivoluzione contro il dittatore Ben Ali hanno lottato contro repressione e censura: sono stati arrestati, esclusi dalle trasmissioni, talvolta esiliati o costretti ad unirsi allo Stato Islamico.

Questi ragazzi hanno disobbedito con la forza di chi è nel giusto, come i loro coetanei della Primavera araba, alla ricerca di rispetto e diritti. Sono dei passi nella direzione di una libertà ancora troppo spesso calpestata dai vertici del potere locale; ma le chitarre questa volta hanno potuto più di mille programmi politici, contro quell’Islam estremo che vede la musica come haram, via proibita verso il peccato. Avanti così.

Anche apparso su: http://www.interris.it/2016/03/02/87447/posizione-in-primo-piano/schiaffog/armati-di-chitarre-per-la-liberta.html e su: https://mauroleonardi.it/2016/03/05/gavina-masala/

Islam e Cristianesimo, alle radici del conflitto. Intervista al Prof. Massimo De Leonardis

Cristiani-e-musulmaniPer scoprire le origini di un fenomeno complesso come quello del jihad bisogna tornare alle origini dell’Islam. Una religione particolare, perché è l’unica che abbia avuto un “fondatore (Maometto ndr), che sia stato un capo militare e abbia condotto i fedeli in battaglia”. Lo spiega a Interris.it il professor Massimo De Leonardis, direttore del Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, a margine del Convegno organizzato dalla Pontificia Università Antonianum sulla testimonianza a Dio di Cristiani e Musulmani. Ogni giorno sentiamo parlare di Islam e Cristianesimo, talvolta in termini di contrapposizione, talaltra di dialogo interreligioso, ma spesso non capiamo le radici dell’attuale scenario geopolitico attuale. De Leonardis ci dà un contributo per comprendere, al di là del politicamente corretto, il rapporto tra queste due fedi.

Oggi si pensa spesso al rapporto Cristianesimo-Islam in termini conflittuali; quanto influiscono su questo la figura di Maometto, il Corano e le vicende storiche relative alla costituzione dell’Islam?

Mentre l’Islam, da subito, ha fatto ricorso alla forza per fare proselitismo, il Cristianesimo “si è diffuso nei primi tre secoli grazie al sangue dei martiri, la fede richiede un consenso volontario e non può essere imposta con la forza. La Chiesa non ha utilizzato il potere temporale come braccio per propagare la fede, ma per difendere la società cristiana contro i suoi perturbatori”. San Tommaso d’Aquino precisa che ci sono degli increduli, come i giudei e i pagani, i quali non hanno mai abbracciata la fede. E questi non si devono costringere a credere in nessuna maniera: perché credere è un atto volontario. Tuttavia i fedeli hanno il dovere di costringerli, se ne hanno la facoltà, a non impedire la fede in Cristo. Da qui l’argomento usato da molti sulla presunta violenza del Cristianesimo, storicamente esistita, ma non fondata nei testi sacri né applicata dal suo ‘fondatore’”.

L’Islam è improntato a un forte monofisismo che si presta all’interpretazione in favore della guerra santa, per diffondere il culto di Allah. Pensa che oltre a questo vi siano “rancori storici” dell’Islam rispetto al Cristianesimo e viceversa?

“Recentemente il giurista Carlo Cardia ha ricordato un episodio avvenuto durante gli infruttuosi colloqui per la firma di una convenzione tra lo Stato italiano e le comunità islamiche. Un esponente di queste ultime chiese di inserire nella relazione una dichiarazione a favore della restituzione della ex moschea di Granada. Cardia rispose ironicamente: ‘voi rivolete Granada e noi Costantinopoli’ e la cosa finì lì. Resta il fatto che non si può mettere tutto sullo stesso piano. L’espansione armata prima araba e poi turca conquistò tutta l’Africa Settentrionale, il Medio Oriente, la Spagna, la Sicilia e i Balcani. Le Crociate furono un tentativo di riconquista ed il colonialismo europeo dei secoli XIX e XX, fu dovuto a motivazioni non religiose. I francesi, ad esempio, seguivano il principio ‘il Vangelo ai coloni, il Corano agli indigeni’. Condivido pienamente quanto ha scritto recentemente Ernesto Galli della Loggia: ‘In conclusione non sembra proprio, se i fatti contano qualcosa, che gli occidentali e l’Europa abbiano qualcosa da farsi perdonare dal mondo islamico’”.

L’enciclica Pacem in terris, la prima di un papa rivolta a tutti gli uomini di buona volontà, afferma che la pace tra i popoli si fonda su verità, giustizia, amore e libertà. E’ questa una possibile chiave di lettura per cambiare la storia di conflittualità tra cristiani e musulmani?

“Il Magistero costante della Chiesa non ha mai predicato la pace a qualunque prezzo. Recentemente Joseph Ratzinger ha richiamato tale dottrina. ‘La pace e il diritto, la pace e la giustizia sono inseparabilmente interconnessi. Quando il diritto è distrutto, quando l’ingiustizia prende il potere, la pace è sempre minacciata ed è già, almeno in parte, compromessa. Certamente la difesa del diritto può e deve, in alcune circostanze, far ricorso a una forza commisurata. Un pacifismo assoluto, che neghi al diritto l’uso di qualunque mezzo coercitivo, si risolverebbe in una capitolazione davanti all’iniquità, ne sanzionerebbe la presa del potere e abbandonerebbe il mondo al diktat della violenza’. Un ‘dialogo’ sul tema della pace tra Cattolicesimo e Islam può certamente ricercarsi sulla base del principio che non bisogna uccidere in nome di Dio, ma andare oltre su un piano teologico mi pare arduo. ‘Se la pace è un dono del cielo, una grazia’, l’utilità di preghiere per la pace che accomunano rappresentanti di diverse religioni può forse essere politica o diplomatica, ma non certo avere un valore soprannaturale”.

E’ possibile e vale la pena riscoprire elementi comuni tra Cristianesimo e Islam nell’attuale mondo secolarizzato?

“In effetti, abbiamo una situazione con alcuni elementi contraddittori. Nei Paesi musulmani i cristiani sono soggetti a vari gradi di persecuzione o emarginazione, tanto da essere costretti a espatriare. Allo stesso tempo il Cattolicesimo e l’Ortodossia condividono con l’Islam la difesa di alcuni fondamenti del diritto naturale e l’opposizione ad alcune degenerazioni come appunto i rapporti sessuali tra persone dello stesso sesso. Tuttavia l’Islam ammette le pratiche anticoncezionali, ad esempio attivamente promosse in Iran, e la distruzione degli embrioni in soprannumero a fini di ricerca sulle cellule staminali, mentre la condanna dell’aborto non è per nulla totale. Ritengo quindi che in alcune sedi internazionali dove si manifesta virulento il pensiero laicista possano verificarsi convergenze tattiche tra Santa Sede e Paesi islamici in opposizione ad esso, il resto è tutto da costruire”.

Anche apparso su: http://www.interris.it/2016/02/23/86602/posizione-in-primo-piano/schiaffog/islam-e-cristianesimo-alle-radici-del-conflitto.html e su: http://www.vangeloedemocrazia.it/?p=2392

Lost family portraits: una mostra per raccogliere fondi per i profughi siriani

SiriaChe la guerra porti devastazioni lo sappiamo, ma vederlo in uno scatto fotografico rende consapevoli. Da questo ha tratto spunto il fotoreporter italiano Dario Mitidieri attraverso una mostra fotografica online, realizzata in collaborazione con l’agenzia pubblicitaria M&C Saatchi per sostenere la Cafod, l’organizzazione ufficiale della Chiesa cattolica in Inghilterra e Galles.

Il progetto fotografico si chiama Lost Family Portrait: si tratta di foto scattate in un campo di profughi siriani nella valle di Beeka, in Libano, dove dei rifugiati siriani posano in abiti tradizionali lasciando vuoti degli spazi: quelli dei loro cari dispersi in guerra.

Le famiglie ritratte si trovano nello stato di profughi, per questo l’inquadratura richiama spazi estesi e non definiti: si vedono le montagne in lontananza, spazi ampi e il cielo all’orizzonte. Vi sono anche le storie della famiglia, che spiegano la guerra vissuta da persone che hanno perso i propri cari. “Probabilmente dovremo stare in questa condizione per il resto della nostra vita. Non ho nulla per cui essere felice, dobbiamo vivere così, senza i nostri figli, in una tenda”, racconta un membro di una delle famiglie fotografate.

Anche apparso su: http://www.interris.it/2016/02/14/85263/cronache/cultura/lost-family-portraits-una-mostra-per-raccogliere-fondi-per-i-profughi-siriani.html

Il Santo Padre conferma: nel 2017 la visita in Colombia

PAPAPapa Francesco ha rilasciato l’usuale conferenza stampa in aereo prima di atterrare a Cuba, per lo storico incontro col Patriarca ortodosso russo Kirill, nel suo dodicesimo viaggio apostolico internazionale.

“Farete un viaggio impegnativo, troppo serrato, ma tanto voluto: tanto voluto dal mio fratello Cirillo, da me e anche dai messicani”, così esordisce il Pontefice con i 70 giornalisti provenienti da tutto il mondo, che lo accompagnano. Il clima è disteso, il Santo Padre rivela il desiderio di “pregare davanti alla Madonna di Guadalupe”, ricordando il miracolo dell’icona acherotipa della Madonna donata ad un umile Indi: “si studia, si studia, ma non ci sono spiegazioni umane” – ha detto Bergoglio. Ha posto così l’accento su quanto questa sia una cosa di Dio, al punto che alcuni messicani si sentono atei ma guadalupani.

E’ stata poi la decana messicana Valentina Alzrak, che segue i viaggi papali dal 1979,  a rispondere al saluto del Papa, gli ha donato un sombrero con una storia particolare: le venne infatti affidato da una famiglia messicana che lo aveva portato a Cuba, per regalarlo a Francesco durante la sua visita lo scorso settembre, senza riuscire a consegnarglielo.

Il Santo Padre esprime poi gratitudine per l’organizzatore dei viaggi papali, che lascia l’incarico per motivi di età e scherza su quanti anni il dottor Gasbarri abbia lavorato in Vaticano: “da 47 anni lavora in Vaticano, cioè è entrato quando aveva 3 o 4 anni, Lo dico perché possiamo, durante questi giorni, esprimergli la nostra gratitudine”.

Ha così presentato Mauricio Rueda Beltz, il sacerdote colombiano della Segreteria di Stato che lo sostituirà, di cui scherzosamente sottolinea l’efficienza con un modo di dire colombiano: “non è della pasta del quinto”, ha detto. Parlando poi con un giornalista colombiano, è stato confermato che nel 2017 sarà in Colombia per la firma degli accordi di pace tra governo e i ribelli delle Farc.

E’ il turno di un giornalista messicano, Noel Diaz, di rispondere al saluto: “Se non avessi fatto il lustrascarpe non avrei potuto ricevere la prima Comunione” – scherza Diaz, spiegando di venire da una famiglia povera e che se non avesse fatto il lustrascarpe non avrebbe potuto comprare il vestito per la prima comunione.

Anche apparso su: http://www.interris.it/2016/02/12/85763/cronache/papa/85763.html

Sostenere la Siria e la regione: Santa Sede al fianco del popolo

Gallagher_3Si è conclusa ieri a Londra la conferenza “Sostenere la Siria e la regione” dove delegazioni di 70 Paesi si sono riunite per discutere dell’emergenza profughi e di prospettive di ricostruzione della Siria, devastata da 5 anni di guerra che ha causato oltre 250.000 morti e milioni di profughi all’estero. Gli Stati partecipanti si sono impegnati nello stanziare oltre 10 miliardi di dollari per aiutare il popolo siriano e i rifugiati in fuga dal conflitto. “L’importo non è la soluzione, ma aiuterà a salvare vite umane”, annuncia il primo ministro inglese David Cameron.

A presiedere il summit, Gran Bretagna e Germania insieme con Kuwait, Norvegia ed Onu; hanno preso parte al tavolo anche Donald Tusk, presidente del Consiglio europeo, e John Kerry, alla guida della delegazione degli Stati Uniti, mentre l’Italia è stata rappresentata dal ministro degli Esteri Gentiloni. Fa sentire la propria voce in positivo la Santa Sede, attraverso l’arcivescovo Paul R. Gallagher, Segretario per i Rapporti con gli Stati, che sottolinea quanto la crisi umanitaria siriana, che ormai volge al sesto anno, abbia bisogno di una risposta a medio e lungo termine soprattutto in relazione al problema dei rifugiati e al carico che subiscono i Paesi ospitanti.

La Santa Sede, sottolinea Gallagher, “partecipa volentieri”, in particolare, “si accoglie con grande favore l’accento sul provvedere istruzione, lavoro e sviluppo economico in questa conferenza dei donatori”. Il Vaticano aveva già intrapreso la direzione di aiuti umanitari volti alla ricostruzione del tessuto sociale siriano dando priorità a istruzione, aiuti alimentari, salute e alloggi per i rifugiati, nello spirito della Chiesa cattolica, di andare incontro ai bisognosi e più vulnerabili. Tra le minoranze più colpite dai disagi della guerra vi è peraltro quella dei cristiani, cui spesso mancano aiuti umanitari essenziali, e vittima di una pulizia religiosa.

Con la recente conferenza, la comunità internazionale ritrova dunque un programma comune; da Londra può venire un forte messaggio di pace nel senso della diplomatizzazione della crisi, ciò al fine di fare comprendere alle milizie sul campo che la rotta è quella di cessare il fuoco. Il 25 febbraio prossimo riprenderanno i colloqui di pace iniziati a Ginevra, interrotti a causa del complicarsi dello scenario geopolitico nella Siria settentrionale. Come sottolinea De Mistura, un fallimento delle potenze internazionali in Siria a questo punto lascerebbe poche speranze in merito a possibilità di un cessate il fuoco imminente.

Anche apparso su: http://www.interris.it/2016/02/05/84882/cronache/religioni/sostenere-la-siria-e-la-regione-santa-sede-al-fianco-del-popolo.html