La polvere sotto il tappeto

migr“Siamo orgogliosi perché non alziamo muri e non chiudiamo porti”, così esordisce il Premier Paolo Gentiloni Silveri intervenuto al meeting di Medici con l’Africa Cuamm, ad Assago alle porte di Milano, che registra tra gli altri presenti il Presidente della BCE Mario Draghi e l’ex Premier Romano Prodi. Prosegue Gentiloni: “L’unica cosa che mi viene da dire è semplicemente: grazie. Grazie a tutti voi, grazie per quello che fate e per l’esempio che date, che fa bene all’Italia, oltre che a voi stessi”.  “Date un esempio meraviglioso – aggiunge – e fate quello che credo nel corso della vita dovrebbero fare tutte le persone di buona volontà”.

Il Premier ha ragione, l’associazione Medici per l’Africa Cuamm è la prima che si occupi “della tutela e della salute delle popolazioni africane portando cure e servizi agli abitanti del Paese”, così si legge nello statuto, “sporcandosi le mani” dico io, al fianco di medici e infermieri locali; ma si tratta di un’organizzazione non governativa e immagino abbia pochi mezzi rispetto alle macro contesto.

Gentiloni, figura a mio modesto avviso ottima, conosce bene la diplomazia: discende infatti da Vincenzo Ottorino Gentiloni, noto per il Patto Gentiloni Silveri, che sancì l’ingresso dei cattolici nella vita politica italiana. Per essere buoni politici, nel senso letterale della parola, non si però “nascondere la polvere sotto il tappeto”: quella non è più politica, non dovrebbe.

Sappiamo bene infatti che sebbene trionfalisticamente il Viminale abbia annunciato un ingente calo degli sbarchi provenienti dal nord Africa, frutto dell’accordo fra la Libia di Fayez Al-Serraj e l’Italia, i dubbi sull’efficacia dell’accordo e sulle pratiche intraprese dalle milizie libiche siano tanti. Viene infatti da chiedersi cosa ne sia di quanti non sbarchino più, domanda che Emma Bonino pone dalle colonne di Repubblica, mettendo in dubbio la sinergia tra governo italiano e libico.

Pare infatti che in Libia sia incrementata l’attività dei lagher, che vengano pagate le milizie locali per non fare partire i migranti e che questi poveracci finiscano vittime di traffico d’organi, violenza, abuso e intimazione verso i familiari, costretti a pagare per avere i loro cari indietro. In effetti gli ultimi eventi: lo sbarco di ventisei donne arrivate morte a Salerno e l’ultima tragedia avvenuta a trentacinque miglia dalla Libia il sei novembre, in cui hanno perso la vita almeno cinque persone sono emblematici. Tanto più che il video dell’ultima sciagura dimostra come la Guardia costiera libica non si sia fermata nemmeno all’allarme della Marina Militare Italiana: un uomo era rimasto in acqua attaccato ad una cima della motovedetta libica, gridavano gli italiani.

Verrebbe da dire che la liaison Libia – Italia non sia così perfetta e che le istituzioni, anziché fregiarsi di numeri, avrebbero il dovere di ammettere tutte le criticità in gioco nella vicenda.

Certo che l’azione delle Ong va lodata, certo che il Premier fa bene a sottolineare quanto l’Italia spesso ob torto collo faccia in campo migratorio, ma il rischio di praticare una politica il cui sottotesto sia “ammazzatevi pure, basta che non diate fastidio” è concreto.

Gentiloni ha un substrato culturale, anche cattolico, solido e profondo e oltre a lodare le “persone di buona volontà”, bene farebbe ad ammettere quanto la situazione sia problematica, che lo stesso premier del paese africano sia troppo debole per essere valido interlocutore e a sottolineare non tanto quanti non partano più, ma quanti muoiano restando in patria.

Il primo dovere per un uomo delle istituzioni del rango del Premier è quello di esaminare la realtà in tutte le sue parti e di renderne partecipe il Paese. Questo è quello che ci si aspetta dai grandi.

Anche apparso su https://mauroleonardi.it/2017/11/13/le-lettere-di-gavina-masala-la-polvere-sotto-il-tappeto/

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3 thoughts on “La polvere sotto il tappeto

  1. Il piano Marshall per l’Europa, lanciato nel dopoguerra dagli USA che permise di risollevare le economie degli stati usciti distrutti dalla guerra, venne quantificato in 20 miliardi di dollari. Una societa’ di ricerca americana, ha quantificato gli aiuti, i doni ed i finanziamenti devoluti agli stati dell’Africa nera in circa 300 miliardi di dollari in 50 anni, cioe’ da quando piu’ o meno tutti hanno ottenuto l’indipendenza. In Europa gli aiuti hanno fruttificato, mentre in Africa sono finiti in un pozzo nero (senza alcuna ironia, beninteso). La spiegazione piu’ spiccia e’ forse quella che gli europei, per cultura e tradizione avevano le basi per creare industrie, mentre gli africani pur con la loro pregevole cultura, mancavano di questa organizzazione. Fatto sta che l’Europa, ormai da almeno due lustri, e’ alle prese con un’imponente immigrazione sempre in crescendo e non si riesce a trovare alcuna soluzione. L’ Europa, come istituzione, litiga, latita ed e’ divisa, e pare non trovare o non voler trovare una risposta convincente all’accoglienza, relegando agli stati rivieraschi la questione vista come un problema di respingimento. Ed e’ in questa direzione che ci si muove. A livello centrale si siglano accordi capestro (si pensi ai miliardi di euro devoluti alla sola Turchia) con stati che ignorano i diritti civili, e accogliendo in malavoglia i temerari che riescono a bypassare questi confini o barriere di contenimento. Si da un colpo al cerchio ed uno alla botte in sostanza: si accoglie chi sfugge alla morsa degli stati canaglia ben foraggiati con moneta sonante e della barbara sorte riservata alla maggioranza stoppata in partenza, nulla interessa. Questa “carita’ pelosa”, mette tutto a posto e ci fa sentire sollevati dalla responsabilita’ morale, perche’ noi forniamo un tetto, tre pasti al giorno e pure la paghetta mensile “a chi ce la fa”; mica siamo “noi”che facciamo “carne da macello” alla maggioranza che rimane fuori dal “bel castello”: abbiamo gia’ i nostri problemi e, sollevato il ponte levatoio, buonanotte ai sonatori; il resto non e’ affar nostro: ci pensa il boia.

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  2. Grazie Roberto per risalire alla radice dei problemi, anche storicamente. A volte penso che ci stiamo imbarbarendo: la crisi degli Stati non può non riflettere una crisi culturale e una susseguente crisi di coscienze, il che rende la convivenza assai faticosa.

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    • Un decano dei missionari di stanza in Africa (non mi sovviene il nome), qualche mese fa, in un intervista rilasciata a Monica Mondo de TV2000, (forse esiste registrazione in rete), parlava della nuova “colonizzazione” del continente africano, piu’ aggressiva di quella dei tempi andati. Questa volta pero’ e’ mascherata e l’arma usata e’ quella del capitalismo senza regole messo in atto dalle industrie delle moderne democrazie occidentali e non. Ad esempio, la Cina, per sostenere la sempre piu’ crescente domanda di beni alimentari di qualita’, si accaparra i migliori terreni agricoli dei paesi africani terzo-quarto mondisti, sottraendoli ai locali che si vedono cosi’ privati delle risorse basilari per sostenersi. L’economia di paesi come la Sierra Leone e la Nigeria (diamanti e petrolio) e’ controllata da potentati stranieri collusi con i politici corrotti e la popolazione non beneficia se non con marginalita’ che di una miserevole porzione di ricchezza. Solo il Togo e’ lasciato alla reale amministrazione degli africani senza ingerenze di potenze estere, che ne condizionino l’apparato istituzionale, in quanto privo materie prime di interesse economico. Occorre considerare anche questo aspetto che unito alle condizioni di siccita’ devastante e guerre tribali, determina l’esodo di massa da intere aree dell’africa sub-sahariana.

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