Italiano, tirati su!

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Italiani afflosciati? Cinquantunesimo rapporto CENSIS sulla situazione sociale del Paese.

Poliedrico il ritratto dell’italiano che si staglia dal Rapporto CENSIS uscito in questi giorni: l’economia è in crescita, più che in altri Stati europei, aumentano le spese per il tempo libero, ma emerge una povertà di miti e idee che hanno caratterizzato le grandi riprese economiche di cui il nostro Paese è stato protagonista, dal dopo guerra ad oggi.

Vorrei fare due osservazioni in merito: nel trattare la notizia i mass media hanno dato grande rilievo a quanto le spese per smartphone, musei, cinema, mostre e parrucchieri siano aumentate. A mio avviso leggere questi dati insieme è profondamente sbagliato e rischia di divulgare un messaggio fallace, mi spiego: spendere per uno smartphone significa spendere per una dimensione che non esiste, pagare per vivere in un mondo nel quale non c’è spazio né tempo. Pagare per una mostra significa volere capire, comprendere e vivere il proprio tempo. I due fenomeni sono profondamente diversi e come tali vanno trattati, la mia non è una crociata contro le tecnologie, che uso ma cerco di non abusare, ma un’osservazione che mi porta ad avere coraggio di sperare in un’Italia del futuro migliore: l’italiano che spende in cultura, quella con la “C” maiuscola, ha ancora il coraggio di sperare che l’uomo non sia solo carne, materia, orizzonte piano, ma che sia fatto di una dimensione spirituale che vada alimentata, viva Dio. Questo si sarebbe dovuto mettere in rilievo maggiormente, per dipingere a tratti marcati e decisi un Paese in ripresa, non solo dal punto di vista economico, ammesso che quest’ultima notizia sia vera.

Si mette poi in risalto quanto l’Italiano sia diventato povero di miti, di grandi ideologie che lo spingano in avanti, ciò a mio avviso nasconde un lato positivo ed uno negativo. Inizio dal negativo: non avere ispirazioni significa in un certo senso vivere alla giornata, tirare a campare, arrendersi, che contrasterebbe con quanto detto prima. Tuttavia sappiamo anche bene quanto le ideologie nel ‘900 abbiano nuociuto al genere umano: Comunismo e Capitalismo si sono scontrati lasciando morte e deserto interiore dietro di sé. Dunque, forse, l’Italiano è semplicemente alla ricerca di una nuova narrazione che possa ispirare la sua vita, fino ad ora troppo stretta da necessità primarie a causa della recente crisi economica, possibile questa lettura del Rapporto? Forse troppo ottimistica ma se provassimo a sospendere il giudizio, a puntare su quella cultura che sembra essere sempre più interessante, beh forse da lì potrebbe partire la vera rinascita dopo l’evo oscuro che stiamo o abbiamo vissuto. Platone lo sapeva bene: per riformare lo Stato non basta cambiare forma politica, bisogna cambiare gli intelletti, forse noi lo abbiamo compreso, inconsapevolmente.

Anche apparso su https://mauroleonardi.it/2017/12/03/le-lettere-di-gavina-masala-italiano-tirati-su/

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Abortite perché femmine. Le “non volute” del Montenegro.

Schermata-2017-11-22-alle-16.38.45Nezeljena significa non voluta in montenegrino, non voluta come migliaia di bambine abortite perché femmine. Nezeljena è la campagna lanciata dalla Ong montenegrina Centro per i Diritti delle Donne, che denuncia il fenomeno degli aborti selettivi nel Paese. Stando alle statistiche ed in particolare al rapporto ONU sulle popolazioni asiatiche del 2012, sarebbero state centodiciassette milioni le donne mai nate. Potrei andare avanti citando i Paesi che praticano e suggeriscono di non portare avanti la gravidanza dopo le prime ecografie che rivelino il sesso del nascituro, ma mi fermo, se stessi parlando direi che vorrei tacere un po’. Pensare.

Pensare che un fenomeno del genere deva avere delle radici profonde: nessuna donna abortirebbe a cuor leggero e chi è donna lo sa. Ipotizzo che la radice può profonda sia la povertà che renda le potenziali mamme fragili di fronte alla prospettiva di un futuro per sé e per la propria bimba ingrato, magari simile al loro presente scandito da fame, impossibilità di studiare, malattie e solitudine. Un’altra radice potrebbe rinvenirsi nell’indiscutibile androcrazia che caratterizza tutto il mondo: Paesi ricchi e non mettono solo uomini in posti di potere politico ed economico, con la conseguente diffusa mancanza di carità, di psicologismo, di cura, che pervade il mondo post moderno, che ama favorire attitudini più pratiche e orientate al profitto.

Ed ecco che il panorama fosco che tratteggiavo all’inizio non può lasciarci indifferenti o farci pensare che siano Paesi lontani lo scenario di quest’orrore, perché le precondizioni le creiamo noi, il nostro consumismo che favorisce sacche di povertà, la nostra superficialità che ci fa guardare al piccolo quotidiano fatto di minute conquiste personali a discapito di chi ci sta intorno. Possiamo negarlo? Io credo di no, mi pare evidente che stiamo andando verso una deresponsabilizzazione dell’essere umano che sempre meno accetta i limiti, che la vita stessa impone. Non voglio tuttavia strumentalizzare la questione per un ragionamento personale e preferisco limitarmi ad una piccola ulteriore considerazione: giorni fa si è riunito il Pontificio Consiglio della Cultura, sotto la presidenza del Cardinale Ravasi per trattare di questioni inerenti la genetica, le neuroscienze e l’intelligenza artificiale. In agenda la flessibilità del DNA che consentirebbe da un lato la cura per alcune malattie genetiche e dall’altro di creare esseri umani “su ordinazione”, dico io.

Mi viene da pensare che per gestire questioni di tale complessità quali “l’opportunità” o meno di avere figlie femmine in Paesi segnati dalla miseria e la potenzialità di modificare l’uomo, immagino per renderlo più intelligente e performante, richiedano una capacità di discernimento – come disse Papa Francesco pochi giorni fa riguardo alla questione del “fine vita” –  che mi domando se si possa accompagnare ad un’umanità sempre più tesa al profitto ad ogni costo. Un uomo sempre più avaro di valori, cultura, principii, sempre più volatile o, come si ama dire, liquido potrà mantenere quel criterio di proporzionalità e di benessere complessivo della persona, di cui sempre Papa Francesco ha detto?

Anche apparso su https://mauroleonardi.it/2017/11/23/le-lettere-di-gavina-masala-abortite-perche-femmine-le-non-volute-del-montenegro/

Non solo per profitto

maxresdefaultChe relazione esiste tra crescita economica e sviluppo umano? Il secondo sembrerebbe un concetto più ampio, che va oltre l’homo oeconomicus per considerare una dimensione piú umana appunto, quella che Aristotele definiva “fioritura umana”.

Mentre pensavo alla risposta a questa domanda, che mi sta molto a cuore, mi sono imbattuta in un interessante articolo di Roberto Bonzio, creatore del bel portale Italianidifrontiera.com, che commenta un viaggio effettuato nella Silicon Valley al fine di capire che cosa ha fatto di questa piccola arida vallata statunitense un vero Eldorado, capace di governare l’intero universo economico-finanziario.

La Silicon Valley, striscia di terra nell’alta California storicamente meta dei cercatori d’oro dell’800, culla dei movimenti beat e della controcultura americana, poi centro nevralgico mondiale dell’innovazione e del web, del mondo in silicone insomma, che molti economisti davano per finita, è ancora la culla di aziende quali Apple, Facebook, Uber, Airbnb e, soprattutto, delle università di Berkeley e Stanford, veri centri propulsori di innovazione.

Inutile dire che qui le figure lavorative più ricercate sono programmatori, manager, creativi e web designer, insomma certo non filosofi o umanisti.
Abbandoniamo però solo per un attimo la Silicon e consideriamo quanto spesso, nelle nostre “piccole” realtà quotidiane ci lamentiamo dell’ignoranza diffusa, dei comportamenti antisociali che chiunque di noi subisce, di quanta poca attenzione vi sia al diverso, tanto più se svantaggiato in quanto povero o disabile.

Bene, Martha Nussbaum parla di una crisi che sta passando inosservata, ovvero quella dell’istruzione, dettata dalle nazioni che in ossequio alla logica del profitto eliminano ogni tipo di studio umanistico, unico mezzo che l’essere umano ha per riflettere su se stesso in maniera critica, sí da migliorarsi.

E allora, a quale democrazia vogliamo aspirare se promuoviamo uomini che non sono in grado di riflettere su di sé e sull’altro, che non possiedono nozioni per essere osservatori attenti della propria storia e di quella dell’umanità? Gli studi umanistici andrebbero promossi dalle stesse democrazie, se queste fossero veramente interessate ad auto-alimentarsi, non solo economicamente, anche perchè un mero sviluppo economico non può che essere miope se non accompagnato da una visione. Come può il cittadino economico partecipare alla democrazia se non creando il disastro antropologico che vediamo attualmente in atto in tutto il mondo “progredito”?

Oggi le sfide, anche per l’etica e la morale democratiche, sono sempre maggiori: immigrazione, bioetica, convivenza tra diverse religioni, ed è chiaro che un uomo non completamente calato nella sua umanità non è in grado di affrontarle.

E’ evidente che la discussione in merito diventerebbe complessa ed eccederebbe questa breve lettera dedicata ad un blog, ma credo sia il Tema su cui riflettere: inutile lamentarsi del fallimento della politica, senza prima indagarne la causa profonda, a mio avviso da rinvenire nella crisi della cultura umanistica.

Anche apparso su: https://mauroleonardi.it/2016/09/13/le-lettere-di-gavina-masala-non-solo-per-profitto/

Ricette per la crescita

growLa ricetta per l’Italia? ”Semplificare la procedura per aprire un’azienda e ridurre la burocrazia”, parola di John Bruton, l’ex premier irlandese che nel triennio ‘94-’97 ha lanciato il suo Paese verso un tasso di crescita medio annuo dell’11%, invidia di tutta l’Eurozona. Bruton parla a seguito del caso Apple: è di questi giorni infatti la notizia dell’intenzione della Commissione europea di tassare retroattivamente l’azienda che avrebbe goduto di un cosiddetto «ruling», una condizione ad hoc che permette di pagare meno, arrivando ad un’aliquota di appena lo 0,005 per cento.

I vertici della Apple si affrettano a smentire e a dipingere il colosso americano come uno dei più grandi contribuenti al mondo, ma il punto più interessante è la difesa da parte delle istituzioni irlandesi dell’azienda stessa. Eh sì: “nessuno si azzardi a tassare retroattivamente”, sembrano dire in un coro unanime.

Sempre Bruton afferma che la vicenda potrebbe tradursi in un boomerang per l’Europa intera, che finirebbe per attrarre meno investimenti, apparendo come un’area in cui la certezza del diritto non è garantita. Se l’Irlanda ha ripreso una crescita a due cifre in un breve periodo lo si deve ad un regime fiscale conveniente e prevedibile nel lungo periodo, si pensi che per aprire un’attività basta compilare un form online e versare 100 Euro (!).
Il successo irlandese consiste in regole chiare e certe, cui si possa fare riferimento senza venire fagocitati dalla burocrazia.

E qua mi permetto una considerazione da umanista: le regole “chiare e certe” sarebbero una boccata di ossigeno per chi decide di scommettere su una propria idea, con tutti gli entusiasmi, i dubbi e le incertezze che accompagnano una tale decisione.
Purtroppo in Italia questo sembrerebbe il manifesto di un paese chiamato Utopia. E invece non lo è.

A parlare domenica, dalle colonne dell’autorevole Sole 24 ore è il Professor Mauro Ferrari, padovano di origine, americano da oltre 40 anni, presidente e CEO del Methodist Hospital e direttore dell’Istituto di accademia di medicina di Houston che, per dare un’idea, vale più di 4 miliardi di dollari e conta 22 mila dipendenti. Ferrari è un esperto di nanotecnologie e impegnato nella ricerca in biotecnologie mediche, particolarmente dedito al ramo oncologico, tanto da spingersi a dire che lascerà ai suoi figli un mondo in cui il cancro non sarà più un male incurabile.

Pragmatico e posato, si infiamma quando parla dell’implosione cui va soggetta l’Italia, cui ormai i Paesi emergenti fanno da maestri, nonostante il sistema sanitario, l’istruzione e la qualità dei giovani del nostro Paese siano riconosciuti universalmente come paradigmi cui tendere.

Cosa manca allora? Il professore parla di una organizzazione “traslazionale”, ovvero di quell’incubatore capace di fare diventare l’idea impresa. Del resto nel laboratorio in cui lavora a Houston sono nate diverse aziende, tra cui alcune quotate in borsa. Si rivolge allora alla finanza, che potrebbe fungere appunto da facilitatore, e a Milano, capitale economica del Paese, che tramite l’eredità di Expo potrebbe mettere in rete le eccellenze italiane, per evitare che rimangano silenti e sottopotenziate.

Chissà se i vertici politici italiani, tanto impegnati a rimarcare la fine della recessione, di cui ahinoi in pochi si sono resi conto, ascolteranno questi disinteressati quanto semplici appelli, abbandonando il criterio della convenienza personale. Non sarà forse quest’ultima il vero freno alla crescita economica del Paese?

Anche apparso su: https://mauroleonardi.it/2016/09/06/le-lettere-di-gavina-masala-ricette-per-la-crescita/

TTIP: un nuovo schiaffo alle istituzioni?

interior-of-market-hallL’Unione Europea e gli Stati Uniti stanno discutendo (più o meno segretamente) il TTIP, Trattato Transatlantico sul Commercio e sugli Investimenti, che va nella direzione della liberalizzazione commerciale dell’area transatlantica tra Europa e USA. Ciò verrebbe a creare un blocco uniforme contrapposto a un altro costituito dalle economie più “nuove”; la cosa ancora più discutibile è che i leader di questo nuovo spazio di mercato non sarebbero più i governi, ma organismi tecnici sovranazionali, che non ancora è chiaro da chi sarebbero finanziati.

Senza dare un giudizio di valore a tali organismi, si può certamente dire che si tratta di un ennesimo scacco alle istituzioni nazionali, che delegano a dei tecnici un arbitrato su questioni molto importanti quali, in definitiva, la salute dei cittadini degli Stati. America ed Europa hanno regolamentazioni molto differenti in materia di etichettamento del cibo, ad esempio: l’Unione Europea ha da sempre privilegiato una grande trasparenza, che non sembra contraddistinguere gli Stati Uniti. Se tale trattato entrasse in vigore, probabilmente le posizioni europee verrebbero ammorbidite, gli standard abbassati e il consumatore finirebbe per indebolirsi, avendo sempre meno consapevolezza delle componenti o provinenze dei cibi.

Le eventuali controversie che nascessero, sarebbero giudicate da avvocati commerciali superspecializzati che, basandosi solo sul trattato in questione, valuterebbero se si stanno ledendo dei gruppi commerciali. Ergo, qualora uno Stato introducesse una normativa per la salvaguardia del clima, ad esempio, rischierebbe di vedersi negato tale diritto e di dovere anche risarcire l’azienda che eventualmente avesse subito una perdita economica, a seguito dell’introduzione di tale norma.

Vi sarebbe poi un organismo chiamato Regulatory Cooperation Council che, nominato dalla Commissione UE e dal Ministero USA competente, dovrebbe valutare l’impatto commerciale di ogni marchio o etichetta, nonchè i contratti di lavoro e standard di sicurezza vigenti negli Stati.

Insomma, lo scenario sembra quanto meno controverso e mi tornano in mente le lucide analisi che il filosofo Arnold Gehlen faceva negli anni ‘40, riflettendo sull’uomo e sul suo rapporto con le istituzioni. Per Gehlen esse erano necessarie in quanto l’essere umano sta al mondo non come animale, ma con autodisciplina e soprattutto orientando il suo comportamento ad una stabilizzazione del mondo, attraverso le istituzioni. Egli dunque è libero nella misura in cui esiste non come singolo ma come corpo sociale, le istituzioni tutelano lo sviluppo di quest’ultimo e la convivenza fra individui. Gehlen aveva però capito bene ed in anticipo che la società tecnico – industriale avrebbe esautorato tali organi, rendendo l’uomo precario, insicuro, necessitato a fare autonomamente ciò che altri avrebbero dovuto fare per lui. Il TTIP sembra un po’una conferma di questa teoria: si toglie potere agli organismi nazionali, in favore di realtà sovranazionali, certamente meno improntate alla tutela dei cittadini.

Cosa si può fare di positivo? Alcune agenzie dell’ONU quali la FAO e l’UNCTAD stanno lavorando sul rafforzamento dell’agricoltura e dei mercati locali, con programmazioni attente a preservare e rispettare le risorse, lavorando così sia sulla crisi dell’impiego che sul mercato locale. Anche il singolo può fare tanto, con consapevolezza, senza ideologie.

Anche apparso su: https://mauroleonardi.it/2016/05/17/le-lettere-di-gavina-masala-ttip-un-nuovo-schiaffo-alle-istituzioni/