Ma si può usare Dio?

Schermata-2018-01-09-alle-10.33.12.pngDa molto tempo studio, da un po’ di anni studio filosofia, da sempre “so di non sapere”, ma questo mi crea sempre meno problemi. Da diversi anni vivo nel perimetro di un’esperienza di fede cristiano-cattolica con assidua convinzione, ma da altrettanto tempo non sono più certa di cosa sia l’ortodossia, né questo ora, mi crea problema.

Mi spiego e dichiaro a priori che alla base di quanto sto per scrivere vi è uno studioso molto solido, che si è salvato dalla depressione grazie al Cristianesimo: William James, medico, filosofo e psicologo che operò a cavallo tra la fine dell’‘800 e i primi del ‘900, che ha svolto gran parte della sua carriera ad Harvard, Presidente della Society for Psychological Research nel 1894-95. James ha scritto due opere cardine in materia di analisi del fenomeno religioso, in particolare i miei studi mi hanno portata ad approfondire Le varietà dell’esperienza religiosa.

Come facilmente verificabile, non prendo a paradigma un insipiente o relativista banale, ma uno scienziato approdato alla psicologia passando per la filosofia; già dal titolo dell’opera che ho citato si desume quanto William James sia interessato a una dimensione fattiva, personale e pratica del fenomeno religioso. L’assunto di base è che l’uomo è volto per sua natura al bene, in primis personale, poi degli amati e poi della società. Chiunque, per perseguire tale bene, abbraccia delle credenze per potere compiere scelte ed agire: se non credessi di potere tornare a casa sana e salva non uscirei di casa tutte le mattine, ovviamente. Allo stesso modo pensa anche la scienza, che con la sua forma mentis empirista mira a risolvere dei problemi basandosi su degli assunti di base, assimilabili a delle credenze. Ricordiamo tutti, ad esempio, il principio di inerzia di Newton:

Un corpo mantiene il proprio stato di quiete o di moto rettilineo uniforme, finché una forza non agisce su di esso“.

Sappiamo però che questo enunciato si basa su una condizione, che un corpo possa non essere sottoposto a delle forze, dunque procedere con moto rettilineo uniforme all’infinito, che nel reale non si dà né si è mai data.

Ergo, per analizzare, capire, risolvere ed agire dobbiamo credere, e questo ci porta a imboccare strade, creativamente e fattivamente. Sappiamo bene quanto esimi scienziati, quali Galileo, Copernico, Einstein solo per citarne alcuni, abbiano sfidato il buon senso postulando tesi ritenute impensabili e quanto questo abbia portato a progressi immensi in ogni ambito.

Bene, James – lo scienziato, psicologo e filosofo – osserva che in definitiva l’uomo religioso fa lo stesso: crede per agire, per preservarsi dal male e coltivare il bene che identifica in primis nella sopravvivenza e poi nel perseguimento di quanto ritenga degno di valori.

Sorgono almeno due criticità: da un lato la possibilità di un atteggiamento dogmatico, quanto di più esecrabile per lo scienziato in oggetto, dall’altro il rischio di uno svuotamento della religione dalla sua pretesa di verità assoluta.

A questo punto è importante precisare che James intende con religione un qualunque sistema di credenze, che ci fornisca un apparato teorico – pratico sulla scorta del quale approcciare la realtà. Non mi soffermerò sulla prima criticità per necessità di brevità, ma mi interessa capire se pensare alla religione in modo pragmatista come fa il Nostro, la svuoti veramente del suo contenuto, del suo statuto ontologico. Io credo di no, affatto. J.H. Leuba si spinse a dire che nella misura in cui gli uomini possono servirsi di Dio non interessa loro del fatto che Egli esista o meno nè di chi sia. Se Dio si dimostra utile, in definitiva, l’uomo gli si affida o forse lo usa, senza indagare oltre. Leuba dirà anche “La religione è ciò che la religione fa”, va giudicata insomma in base alla sua efficacia pratica e psicologica, ovvero dalla sua capacità di perseguire la salvezza, o materiale o psicologica dell’individuo.

Mi rendo conto delle criticità di questo ragionamento, che a tratti risulta urticante e posto su terreno umbratile, ma ad un’analisi onesta non posso dire che i due studiosi siano troppo lontani da una parte di vero. La religione in effetti, penso al Cristianesimo, postula un atto di fede in un’entità non verificabile, e in cambio promette salvezza e guarigione, sia materiale che spirituale. Ma questo non equivale a dire che in definitiva non è sommamente importante capire Dio, dato che nessuno lo conosce, ma usarlo? Usarlo per salvarsi, usarlo per salvare, usarlo per amare? Quando facciamo la comunione non Gli stiamo forse chiedendo di essere un tutt’uno con Lui e con i nostri fratelli? Certo, dire che la religione risieda in un terreno psichico innato, non è scevro da implicazioni, e affermare che la bontà di una religione si giudichi dai frutti, nemmeno. Tuttavia si leggono a mio avviso degli anfratti di verità da non trascurare. Ciò ci richiama infatti alla responsabilità dell’atto pratico che scaturisce da un credo religioso, vero biglietto da visita dell’essere umano.

Allora, si può usare Dio? Perchè no, se il nostro stare bene in lui sia fecondo per la nostra vita, la protegga e la faccia fiorire; se questo comporti un atteggiamento pieno di Grazia verso l’altro, ma perchè no? Non ci chiede forse questo il “nostro” Dio, che si è fatto esperienza personale?

Anche apparso su https://mauroleonardi.it/2018/01/09/le-lettere-gavina-masala-si-puo-usare-dio/

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C’era una volta una madre

La Corte costituzionale: noi alla maternità surrogata, sì all’interesse del minore

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Questa storia inizia così: c’era una volta una madre, poi una madre e poi ancora una madre; e c’era una volta un bambino. La vicenda di cui scrivo è complicata ed è al centro delle cronache di questi giorni, provo a spiegarla: una coppia eterosessuale di Milano era andata in India per avere un bimbo, attraverso la maternità surrogata, poichè la futura mamma aveva contratto un tumore che le avrebbe impedito di rimanere incinta e di affrontare la gravidanza. I coniugi dunque hanno deciso di affidare il gamete della mamma a una donna indiana. Il bimbo era stato concepito col seme del padre biologico, marito della donna impossibilitata a concepire. I neogenitori a quel punto sono tornati in Italia e hanno chiesto la trascrizione dell’atto di nascita del neonato, che per la legge indiana era figlio dei genitori italiani; non così invece per la legge italiana, che vieta la maternità surrogata. Il caso viene segnalato dall’Ufficio trascrizioni alla Procura della Repubblica e il Pubblico ministero chiede a questo punto che il bimbo venga tolto ai genitori (la coppia milanese), mentre i genitori parallelamente ottengono la trascrizione  del certificato. Il bimbo allora viene dato in adozione, ma al test del DNA risulta figlio della coppia e la legge italiana lega la maternità al parto… Ad aggiungere complessità su complessità, la donna che lo ha avuto in adozione ne reclama la maternità e si rivolge alla Corte costituzionale, che si pronuncia confermando l’illiceità della maternità surrogata in Italia ma chiamando altri giudici ancora a pronunciarsi su quale sia il bene del bambino, da conciliare col principio di verità, pronunciandosi come segue: «L’imprescindibile presa d’atto della verità» da parte dei tribunali non fa venire meno l’interesse del bambino, e quindi la madre non genetica non può essere disconosciuta (né riconosciuta) in automatico.

I giudici costituzionali così non si decidono se la genitorialità di quel bambino vada sempre tolta o sempre lasciata alla madre «intenzionale» che lo ha cresciuto (ma non ha legami genetici con lui), ma affermano che i tribunali nel decidere sulla questione devono sempre valutare se far prevalere l’interesse alla verità o l’interesse del minore. Non ho giudizi né soluzioni, ma tant’è: c’è un bimbo con tre madri (biologica, surrogata e de facto), conteso da due di queste. Che dire a quella creatura a questo punto della storia? Beh, io prego (forse sogno) che gli si dica che è figlio di Amore, di tanto amore, forse troppo. Se lui chiedesse allora cosa l’amore sia, i bimbi hanno la prerogativa di ricercare l’essenza delle cose, vorrei gli si spiegasse che l’amore è quella cosa che ognuno dona come può quando può; vorrei gli si spiegasse che probabilmente la sua mamma biologica, stretta da un cancro e minacciata nella sua speranza di vita voleva con tutta se stessa la sua nascita, voleva sentire che qualcosa di sé sarebbe continuato anche quando lei non ci sarebbe stata più, che certe cose ti mettono dinanzi il senso della vita, che finisce, sempre. Vorrei gli si spiegasse che per questo la donna ha sfidato tutto e tutti, perfino la legge e il raziocinio, che l’amore questo fa: sfida un limite. Vorrei che sapesse che la sua mamma adottiva è quella che lo ha amato nella realtà, che dunque non ha nulla di più nè di meno rispetto alle altre, anzi è quella che ha dell’amore la parte meno ideale e più reale, ovvero la pratica: i pannolini da cambiare, le maestre da sopportare, i nonni da gestire, il raffreddore quando tutto è pronto per partire, anche qui: quanto amore! E poi c’è la mamma surrogata, che lo ha portato in grembo, quella che durante la vita intrauterina, sempre più valorizzata dalla scienza, magari lo ha stretto o gli ha parlato o lo ha protetto da qualcosa o qualcuno. Chissà.

Insomma vorrei che da questa vicenda non fosse espunto l’elemento fondamentale che unico e solo può favorire un buon discernimento: l’amore. Sono convinta che definire l’amore sia impossibile perchè non è concetto, ma atto, prassi, azione dunque non ho soluzioni pratiche da dare, a questo penseranno i tribunali, ma ho punti da sollevare, perchè se una cosa possiamo fare è essere all’erta rispetto ai segni del tempo. E mi sembra che questo tempo ci dica che l’uomo moderno sia confuso, ma desideroso di amare come può – come sempre – da che il mondo è mondo.

Anche apparso su https://mauroleonardi.it/2017/12/21/le-lettere-gavina-masala-cera-volta-madre-la-corte-costituzionale-no-alla-maternita-surrogata-si-allinteresse-del-minore/

Heidegger e Papa Francesco

PapaFr“La tentazione di insistere è insidiosa, è moralmente lecito rinunciare all’applicazione di mezzi terapeutici, o sospenderli, quando il loro impiego non corrisponde a quel criterio etico ed umanistico che si definisce proporzionalità delle cure”. Va dritto al punto Papa Francesco nel convegno sul “fine vita” alla Pontificia Academia Pro Vita, come nel suo stile non lascia zone buie, spiega bene cosa intenda: parla di supplemento di saggezza necessario a quanti chiamati a discernere – usa bene questo termine, sulla scorta di Sant’Ignazio di Loyola – sull’opportunità o meno di proseguire con interventi terapeutici che non promuovano la salute integrale della persona; parla di proporzionalità delle cure.

Chiarissimo e chiarissimi anche i riferimenti a quanto affermato nel catechismo della Chiesa Cattolica e da Pio XII nel 1957 nonché dall’ex Sant’Uffizio nel 1980.

Heidegger, filosofo controverso, sottile e difficilissimo, si interrogò sull’essere e sul rapporto che questo ha con la tecnica. Vediamo: l’uomo per Heidegger è luogo dell’essere, l’unico essere che sa di esistere e che abbia la capacità di interrogarsi sullo stesso, di rielaborarlo, di trarre un quid che stia dietro ad ogni cosa; lo percepisce, anche se rimane come sorta di fondo oscuro ma al quale ci avviciniamo costantemente ed incessantemente. Bene, agendo attraverso la tecnica l’uomo svela l’essere, ovvero sia: se l’artigiano fa una sedia lo fa perché questa abbia uno scopo, dunque con la tecnica porta alla luce l’essere della sedia. Ma la questione nel caso dell’uomo e della tecnica può essere assai più complessa, quando non si producano solo oggetti ma ove si susciti la natura in qualcosa che altrimenti non farebbe da sé, come nel caso di farmaci o macchine o energie, per trarne un vantaggio o profitto, specifico che a quanto io ne sappia il filosofo non affrontò questioni inerenti precipuamente la medicina.

Se l’artigiano plasmando la materia dà ad essa una finalità che non avrebbe potuto essere altrimenti che quella, dall’altro c’è la tecnica moderna che attraverso la creazione di macchine, computer, medicine, mass media crea un sistema che sprigiona energie che interrogano l’essere stesso. Insomma, se costruisco una macchina che tenga in vita l’essere umano sto interpellando l’essere stesso sulla vita, sul suo senso, sul limite, sull’accettazione, e chi più ne ha più ne metta. Esattamente a questo punto, in questa riserva di significati, l’uomo perde la sua signoria sulla tecnica, non è più artigiano ma rischia di essere sopraffatto dai mezzi che crea, interpellato da essi di non saper rispondere.

Bene fa Papa Francesco a ricordare che serve un supplemento di saggezza e, soprattutto, di discernimento perché pare che se siamo diventati così bravi a creare oggetti o medicine, viva Dio, non siamo altrettanto bravi ad applicarli come e quando serva. Non che sia semplice, tutt’altro, ma ho il timore che la tendenza a vedere profitto e leggi del successo ovunque offuschi l’uomo sul suo vero essere creatura o, se si preferisce, mera unità biologica, finita. Nasciamo, viviamo e moriamo. Tutti. La sensazione che ho, però, è che viviamo per dimenticarcelo e sfuggiamo all’approfondimento che l’applicazione di certa tecnica richiede. In definitiva perdiamo il senso del reale.

Etica del limite

IMG_6668Premetto che scrivere di disforia di genere mi interpella profondamente, che non sono né medico né psicologo, ma che vorrei provare a ragionare.

La disforia di genere è quel disturbo per il quale una persona, spesso anche un bambino molto piccolo, non si riconosce nel proprio genere biologico, indipendentemente dal proprio orientamento sessuale che, spesso, non è ancora stato maturato, ove si tratti di individui molto giovani.

Ieri su RAI2 è stato mandato in onda un servizio che ha avuto, a mio modesto avviso, il merito di dare visibilità al tema in questione, e le interviste ai genitori che raccontano quanto vivano in famiglia, affiancando i loro bimbi in difficoltà, sono state delicate e chiarificatrici.

Posto che il fenomeno esiste, che viene diagnosticato e catalogato fra i disturbi mentali, mi è meno chiaro invece con quali esiti ed eventuali controindicazioni si intraprendano delle cure certamente molto invasive, fino ad arrivare alla sostituzione degli organi biologici.

Se è vero che cercare un rimedio ad un disturbo sia meritorio e doveroso, ciò non va fatto a qualunque costo né, si spera, per promuovere o legittimare altre ideologie quali quella del gender, peraltro impropriamente perché con questi casi non ha nulla a che fare.

Purtroppo invece ho la sensazione che, se sicuramente esistano medici e psicologi encomiabili che seguano le famiglie in questi lunghi e dolorosi percorsi, esistano pure correnti di pensiero che se ne servano per legittimare quanto non possa essere legittimato, ovvero che il sesso sia un’opzione, il risultato di una scelta. Questo è un discorso profondamente diverso.

Nascere maschi piuttosto che femmine è un dato biologico, di fatto, e se esistono casi di disturbo che prescindano da un orientamento sessuale questo merita attenzione, cura e amore ma non necessariamente credo questo deva legarsi con ideologie né con uno sminuire il dolore delle famiglie di questi ragazzi. La psicologa interpellata dalla trasmissione ha detto di lavorare con i genitori per fare loro accettare il disturbo dei figli, il che è meraviglioso, ma che in buona sostanza non ci si deve fare bloccare dal pregiudizio del vicino di casa.

Giusto? Sono scettica. Problematizzare una tale situazione è il minimo che si possa fare e comprendere un genitore che se ne vergogni, altrettanto. Certo che prevale il diritto del fanciullo alla serenità, ma tutti siamo esseri umani e partiamo da dei dati, naturali, che quando si alterano purtroppo creano grande sofferenza. Questo anche nel caso di una Sindrome di Down, ad esempio. Sofferenza punto e basta. Perché rifiutarla? Il negativo fa parte inevitabilmente del vivere autentico.

Inoltre, il rischio che tali situazioni, malattie, diventino viatico per una giustificazione di altro è reale e disgustoso. Credo ci sia un’etica del limite, che imponga di accettare le cose per quello che sono, le malattie per quello che sono, senza spingersi oltre per soddisfare altre istanze, frutto di interpretazione più che di necessità. Insomma, un disforico è un paziente, da non mettere sullo stesso piano di un transgender – che è un’altra realtà, meritoria di attenzione. Il politicamente corretto di certe voci che mirano a togliere significato ed eccezionalità ad eventi seri e peculiari non è positivo per chi si trova nel cuore di situazioni come queste. Credo.

Anche apparso su https://mauroleonardi.it/2017/11/06/le-lettere-di-gavina-masala-ne-con-speranza-ne-con-timore/

Soldi pubblici per cambiare sesso ai bambini

Gender equal opportunity or representation“Farsi primavera, significa accettare il rischio dell’inverno. Farsi presenza, significa accettare il rischio dell’assenza” diceva Il Piccolo Principe; e c’era un baluardo che pensavamo non si potesse oltraggiare: l’infanzia.

Credenti, atei, politici o scienziati, insomma tutti abbiamo sempre trovato un punto di convergenza certo: la tutela dei bambini, il loro rispetto a oltranza, la loro cura.Invece è cronaca di questi giorni che in Gran Bretagna il Sistema Sanitario Nazionale prevede dei trattamenti farmacologici per minori affetti da disforia di genere, ovvero disordini dell’identità sessuale.

Tutto ha avuto inizio nel 2014, quando Londra ha deciso di dare il via alla somministrazione di terapie ormonali per ritardare la pubertà a bambini di nove anni, come preludio ad un eventuale intervento chirurgico per il cambio di sesso. Il trattamento è offerto dal Servizio sanitario nazionale, dunque pagato con soldi pubblici: si tratta di farmaci “ipotalamici”, che diminuiscono la produzione di testosterone ed estrogeni. Qualora poi si valutasse che i problemi di genere permanessero, i bambini potrebbero essere sottoposti a ulteriori cure. Solo lo scorso anno, lo Stato ha speso 2,6 milioni di sterline per somministrare a oltre mille bambini trattamenti previi al cambio di sesso.

Molte le associazioni insorte per richiamare all’imprudenza di trattare farmacologicamente degli organismi ancora molto giovani, tanto più che durante la pubertà è difficile distinguere la disforia di genere da altre forme di disagio, per cui esistono percorsi di cura meno invasivi. Una delle fondazioni che collabora nel valutare ​i casi da medicalizzare è l’Nhs Foundation Trust con sede a Londra che, secondo alcuni, sarebbe legata al progetto Mk Ultra, ormai chiuso, col quale la Cia attuava dei programmi per il controllo della mente.

Di certo, a corollario di quest’operazione, c’è un’ideologia precisa per cui il determinismo biologico sarebbe obsoleto e andrebbe abbandonato in favore del determinismo psichico: ovvero possiamo diventare ciò che pensiamo giusto, non ciò che siamo dalla nascita.
Joseph Ratzinger nel 2013, al termine del Pontificio Consiglio “Cor Unum”, aveva già intravisto dei rischi e aveva parlato di filosofia della sessualità. Il Papa emerito aveva profeticamente dichiarato: “essere uomo o donna non sarebbe più un dato originario della natura da accettare e riempire personalmente di senso, bensì un ruolo sociale del quale si decide autonomamente, mentre finora era la società a decidervi. La profonda erroneità di questa teoria e della rivoluzione antropologica in essa soggiacente è evidente”.

Immensa è la tenerezza nel pensare a questi bambini che anziché essere aiutati a capire le radici del disagio vengono “congelati”, in attesa che qualcuno valuti se possono diventare ciò che sono o meno. E’ un chiaro esempio di incapacità di accettare la natura umana anche quando imperfetta, problematica, dubbiosa. Tutto ciò ha a che fare con il non sapere correre il rischio intrinseco all’esistenza: quello di trovar
​s​i in situazioni complesse, che talvolta non hanno soluzione.

Parafrasando Saint-Exupery: il farsi primavera porta con sé la possibilità dell’inverno e in questa contraddizione, in questo paradosso, deve stare l’essere umano per non diventare il nulla. Se avalliamo un determinismo che rifiuta la natura, chi deciderà ciò verso cui tendere? La verità è che nessuna operazione potrà mai toglierci dalla bellissima seppur controversa ed incessante fatica di vivere: ecco lo schiaffo​ ​più vero alla nostra arroganza.

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In attesa dell’Oscar, Morricone si gode il “suo” asteroide

morricone1In attesa della notte degli Oscar, prevista per il 28 febbraio, anche l’Unione astrofila italiana (Uai) caldeggia la candidatura di Ennio Morricone, ricordando la storia dell’asteroide a lui dedicato. 152188-Morricone (questo il suo nome) appartiene alla fascia principale tra Marte e Giove, impiega 4,2 anni a compiere un’orbita, ha un diametro di circa 2 km e può essere osservato anche con telescopi da 30/40 cm.

Il corpo celeste, prima di essere ufficialmente intitolato al musicista in riconoscimento della sua intensa attività di compositore musicale da parte del Minor Planet Center, era designato come asteroide 2005QP51. A scoprirlo sono stati Franco Mallia e Alain Maury grazie alle osservazioni compiute dall’€™Osservatorio Astronomico di Campo Catino, nel 2005.

L’ottantasettenne compositore italiano si è aggiudicato la nomination agli Oscar 2016 per le musiche del western del regista Quentin Tarantino dal titolo The Hateful Eight, nelle sale italiane dal 4 febbraio, ed è la prima volta il compositore italiano firma la colonna sonora di un intero film di Tarantino.

Morricone ha già vinto il Golden Globe, premio ella stampa estera a Hollywood, sempre per la musica di The Hateful Eight, sbaragliando la concorrenza straniera.

E’ proprio Tarantino in occasione dei Globes a esprimere la più grande ammirazione per il Maestro, dicendo: “Per quel che mi riguarda Morricone è il mio compositore preferito e quando parlo di compositore non intendo quel ghetto che è la musica per il cinema ma sto parlando di Mozart, di Beethoven, di Schubert”. Di questi giorni la polemica sollevata da un noto gruppo italiano su Facebook, secondo cui il Maestro avrebbe copiato alcuni accordi, viene da augurarsi che l’Italia riesca a dimostrare orgoglio per un successo internazionale così rilevante, che speriamo sia completato dall’Oscar, senza lasciarsi andare ai soliti particolarismi, sempre fuori luogo.

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L’appello degli scienziati: abolire il concetto di razza

bianco-e-nero-id9367Un gruppo di accreditati biologi statunitensi denuncia l’inconsistenza del concetto di razza applicato agli studi di biologia e genetica sull’essere umano. E’ da tempo che la comunità scientifica rivela l’inesaustività del termine, che potrebbe essere sostituito dalle parole “popolazione” o “stirpe”. Se è vero che il linguaggio crea l’uomo, che le strutture della lingua che utilizziamo determinano la comprensione del mondo esterno a noi, ciò costituirebbe una Rivoluzione copernicana.

Sarebbe un vero cambio di paradigma, tutti gli studi di scienze sociali non sarebbero più improntati ai parametri di superiorità e inferiorità, di integrazione o di assimilazione, per lasciare spazio a studi che potessero indagare la specificità dell’ umano.

Seguiremo quindi in questa prospettiva gli studi del quartetto americano composto da Michael Yudell, esperto di salute pubblica della Drexel University di Philadelphia, Dorothy Roberts, giurista dell’Università della Pennsylvania, Robert DeSalle, biologo evoluzionista dell’American museum of natural history, e Sarah Tishkoff, genetista dell’università della Pennsylvania, che si augurano che “i biologi trovino un modo migliore” per la classificazione clinica e di laboratorio.

Anche apparso su: http://www.interris.it/2016/02/11/85288/cronache/omnibus/lappello-degli-scienziati-abolire-il-concetto-di-razza.html