Abortite perché femmine. Le “non volute” del Montenegro.

Schermata-2017-11-22-alle-16.38.45Nezeljena significa non voluta in montenegrino, non voluta come migliaia di bambine abortite perché femmine. Nezeljena è la campagna lanciata dalla Ong montenegrina Centro per i Diritti delle Donne, che denuncia il fenomeno degli aborti selettivi nel Paese. Stando alle statistiche ed in particolare al rapporto ONU sulle popolazioni asiatiche del 2012, sarebbero state centodiciassette milioni le donne mai nate. Potrei andare avanti citando i Paesi che praticano e suggeriscono di non portare avanti la gravidanza dopo le prime ecografie che rivelino il sesso del nascituro, ma mi fermo, se stessi parlando direi che vorrei tacere un po’. Pensare.

Pensare che un fenomeno del genere deva avere delle radici profonde: nessuna donna abortirebbe a cuor leggero e chi è donna lo sa. Ipotizzo che la radice può profonda sia la povertà che renda le potenziali mamme fragili di fronte alla prospettiva di un futuro per sé e per la propria bimba ingrato, magari simile al loro presente scandito da fame, impossibilità di studiare, malattie e solitudine. Un’altra radice potrebbe rinvenirsi nell’indiscutibile androcrazia che caratterizza tutto il mondo: Paesi ricchi e non mettono solo uomini in posti di potere politico ed economico, con la conseguente diffusa mancanza di carità, di psicologismo, di cura, che pervade il mondo post moderno, che ama favorire attitudini più pratiche e orientate al profitto.

Ed ecco che il panorama fosco che tratteggiavo all’inizio non può lasciarci indifferenti o farci pensare che siano Paesi lontani lo scenario di quest’orrore, perché le precondizioni le creiamo noi, il nostro consumismo che favorisce sacche di povertà, la nostra superficialità che ci fa guardare al piccolo quotidiano fatto di minute conquiste personali a discapito di chi ci sta intorno. Possiamo negarlo? Io credo di no, mi pare evidente che stiamo andando verso una deresponsabilizzazione dell’essere umano che sempre meno accetta i limiti, che la vita stessa impone. Non voglio tuttavia strumentalizzare la questione per un ragionamento personale e preferisco limitarmi ad una piccola ulteriore considerazione: giorni fa si è riunito il Pontificio Consiglio della Cultura, sotto la presidenza del Cardinale Ravasi per trattare di questioni inerenti la genetica, le neuroscienze e l’intelligenza artificiale. In agenda la flessibilità del DNA che consentirebbe da un lato la cura per alcune malattie genetiche e dall’altro di creare esseri umani “su ordinazione”, dico io.

Mi viene da pensare che per gestire questioni di tale complessità quali “l’opportunità” o meno di avere figlie femmine in Paesi segnati dalla miseria e la potenzialità di modificare l’uomo, immagino per renderlo più intelligente e performante, richiedano una capacità di discernimento – come disse Papa Francesco pochi giorni fa riguardo alla questione del “fine vita” –  che mi domando se si possa accompagnare ad un’umanità sempre più tesa al profitto ad ogni costo. Un uomo sempre più avaro di valori, cultura, principii, sempre più volatile o, come si ama dire, liquido potrà mantenere quel criterio di proporzionalità e di benessere complessivo della persona, di cui sempre Papa Francesco ha detto?

Anche apparso su https://mauroleonardi.it/2017/11/23/le-lettere-di-gavina-masala-abortite-perche-femmine-le-non-volute-del-montenegro/

Advertisements

Elezioni in Iran: tra pregiudizi e realtà

IranDonneVoto_3-696x356Lo scorso 26 febbraio si sono tenute le duplici elezioni iraniane: per il Parlamento e per l’Assemblea degli Esperti. La stampa internazionale ha interpretato i risultati come una vittoria delle donne e dei riformisti del Presidente Rohani, ma la realtà è così lineare? Soprattutto, cosa possono aspettarsi le donne iraniane da questo nuovo corso?

E’ vero che in Parlamento si è presentata la lista conosciuta come “Coalizione dei Riformisti” o “Lista della Speranza”, che a Tehran ha trionfato con trenta candidati, di cui otto donne espressione di un vasto ambito politico. Lo stesso trend al femminile si è più o meno riprodotto nel Paese, accompagnato da campagne pubblicitarie che hanno visto protagoniste le donne al voto, con video di giovani emancipate che supportavano il governo uscente.

Inoltre Rohani aveva tuonato: “la presenza delle donne alle elezioni è importante per l’opinione pubblica mondiale” ; mentre l’ayatollah Khamenei aveva fatto eco “assolvendo” coloro che avrebbero partecipato alle elezioni senza chiedere il permesso al marito: “non c’è bisogno di avere il benestare del coniuge, chiunque può partecipare”.

Molti tuttavia sono i dubbi su questa che appare più come una messa in scena che come una realtà; Massoumeh Toreh, studiosa del processo di democratizzazione iraniano alla London School of Economics and Political Science dichiara: “nonostante le apparenze, le istanze delle donne verranno dimenticate nei giorni seguenti le elezioni. Esse hanno un ruolo meramente cosmetico; è normale che una società maschile voglia promuoversi come progressista prima delle elezioni”.

Parvaneh Salahshoor, una delle candidate del fronte moderato, ricorda quanto poco abbiano contato le donne nella passata legislatura: su 290 seggi parlamentari solo otto sono stati assegnati a donne, uno dei numeri più bassi al mondo, troppo basso perchè si possa pensare ad un qualche impatto sulle policy governative. Un’altra voce influente nel precedente governo Rohani, Shahindokht Molaverdi, dichiara: “in Iran sono stati fatti enormi progressi, ma le differenze naturali fra uomini e donne hanno portato a un processo di empowerment a singhiozzo, non lineare”.

E’ certo che le “differenze naturali” di cui parla la Molaverdi, sono state interpretate dalla frangia più estrema dell’Islam in chiave restrittiva. Voler leggere i risultati elettorali come un segno inequivocabile di emancipazione femminile risponde all’esigenza dell’Occidente, non esclusa l’Europa, di dividere il bene dal male, i nemici dagli amici, i buoni dai cattivi. Ma il complesso scenario politico iraniano non si presta a una lettura stereotipata, è uno schiaffo alla presunzione di potere assimilare realtà molto diverse alla nostra. Tutto è molto più complesso.

Solo il tempo potrà dire come andranno le cose, anche per stabilire chi ha vinto veramente le elezioni occorreranno mesi: è previsto un ballottaggio a fine aprile, si dovà poi attendere che le forze politiche si insedino al Majlis e che si definiscano gli effettivi equilibri elettorali.

In definitiva, quello iraniano è uno dei casi da cui imparare a non sacrificare la complessità del reale in nome della logica della semplificazione e della fretta: senza analisi lucide e documentate non si può pervenire a soluzioni feconde. Se il nostro auspicio è davvero che le donne iraniane godano di determinati diritti, non possiamo esimerci dall’interpretare lo scenario con umiltà e rispetto per la diversità.

Anche apparso su: http://www.interris.it/2016/03/08/87931/posizione-in-primo-piano/primopiano/elezioni-in-iran-tra-pregiudizi-e-realta.html e su: https://mauroleonardi.it/2016/03/09/gavina-masala-elezioni-in-iran-tra-pregiudizi-e-realta/