Il senso di insicurezza

bLa capitale belga non è l’unica città in cui le diverse componenti etniche vivano segregate, ma la sensazione che si prova nelle sue strade, nelle sue fermate di metro, è molto differente da quella che si avverte in altre città del mondo, anche molto più grandi quali Parigi o New York, ad esempio. Sia la Francia che gli Stati Uniti sono stati sconvolti e segnati irreversibilmente da episodi terroristici gravi, segno evidente di politiche discutibili, ma lì ti senti al sicuro, se non “te la vai a cercare”.

Perché? Beh, a Parigi sei nell’alveo della grandeur francese e a New York sei nella culla del sogno americano. Sai bene dove ti trovi, insomma.  Bruxelles ha il sapore invece di un non-luogo, di un’utopia, di quel posto in cui abbiamo pensato di incastonare l’Unione Europea, costruita come “marchingegno” neutro, entità astratta priva di valori, cultura e storia. La percezione è che abbiamo rinunciato a noi stessi, e ci è costata cara: ora quel senso di insicurezza che pensavamo di potere censurare, ti accompagna ovunque.

La Bruxelles europea è tutta lì: tra il Berlaymont e L’Espace Léopold, sedi rispettivamente della Commissione e del Parlamento Europeo, nel cosiddetto quartiere europeo, crocevia di gente ricca, impegnata e cosmopolita. I palazzi delle istituzioni sono immensi, lucidi, blindati, danno sicurezza e affascinano chiunque sia attratto dall’idea di sentirsi cittadino di un mondo comune, che vuole dialogare. La sensazione che hai al loro cospetto è di essere piccolo, minuto…

La via di fuga? Non scappare, restare in quest’ Europa che si presenta così: multiculturale, principalmente economica, poco democratica e “porgere” la nostra identità non come atto di prepotenza, ma di esistenza, per onestà.

Guardiamo il contesto italiano, in cui organizzazioni non profit o ecclesiastiche suppliscono efficacemente alle mancanze dello Stato, facendo accoglienza per i migranti o per gli indigenti, ad esempio. Impegniamoci in queste realtà, frutto della nostra specificità culturale, rispolverando il valore e la bellezza dell’Occidente, la sua personalità.

Le comunità musulmane non sono coese al loro interno come ci appare:serpeggiano conflitti tra chi vuole integrarsi nella cultura ospitante, attratto da essa, e chi invece vuole viverne ai margini per distruggerla. Se solo riuscissimo a far prevalere questa sana frattura, rendendo desiderabile l’interazione pacifica con “noi”, potremmo sperare di costruire uno spazio veramente inclusivo, non ipocrita. Nel frattempo, impariamo ad ascoltare quel senso di insicurezza interiore che ci accompagna: spesso ha carattere profetico.

Anche apparso su: http://www.interris.it/2016/03/24/89363/intervento/il-senso-di-insicurezza.html

Advertisements

Turchia, Davutoglu: invito tutti a combattere il terrorismo

Parliamentary Assembly Session April 2011Session de l'Assemblée parlementaire avril 2011A poche ore dagli attentati di Bruxelles, è netta la condanna del terrorismo da parte della Turchia, il premier Ahmet Davutoglu ha espresso solidarietà per il popolo belga di fronte all’assemblea parlamentare: “Condanniamo l’attacco. Mostra ancora una volta il volto di un terrorismo globale che ha colpito Bruxelles stamattina. Le mie più sincere condoglianze vanno al governo e al popolo belga, a nome della Turchia. Ero a Bruxelles la settimana scorsa. Oggi invito tutti a combattere il terrorismo, che si chiami Pkk, Daesh”.

Solo pochi giorni fa, il 19 marzo a Istambul, un uomo probabilmente militante dell’Isis, si è fatto esplodere nel centralissimo quartiere di Beyoglu, causando la morte di 5 persone e diversi feriti. Mentre il 13 marzo un’autobomba aveva causato la morte di 37 persone nella capitale Ankara; l’attentato era stato rivendicato dal Pkk, il Partito dei Lavoratori del Kurdistan. Il Paese ormai vive da tempo sotto il giogo dei gruppi armati.

Anche apparso su: http://www.interris.it/2016/03/22/89277/cronache/mediterraneo/89277.html

Elezioni in Iran: tra pregiudizi e realtà

IranDonneVoto_3-696x356Lo scorso 26 febbraio si sono tenute le duplici elezioni iraniane: per il Parlamento e per l’Assemblea degli Esperti. La stampa internazionale ha interpretato i risultati come una vittoria delle donne e dei riformisti del Presidente Rohani, ma la realtà è così lineare? Soprattutto, cosa possono aspettarsi le donne iraniane da questo nuovo corso?

E’ vero che in Parlamento si è presentata la lista conosciuta come “Coalizione dei Riformisti” o “Lista della Speranza”, che a Tehran ha trionfato con trenta candidati, di cui otto donne espressione di un vasto ambito politico. Lo stesso trend al femminile si è più o meno riprodotto nel Paese, accompagnato da campagne pubblicitarie che hanno visto protagoniste le donne al voto, con video di giovani emancipate che supportavano il governo uscente.

Inoltre Rohani aveva tuonato: “la presenza delle donne alle elezioni è importante per l’opinione pubblica mondiale” ; mentre l’ayatollah Khamenei aveva fatto eco “assolvendo” coloro che avrebbero partecipato alle elezioni senza chiedere il permesso al marito: “non c’è bisogno di avere il benestare del coniuge, chiunque può partecipare”.

Molti tuttavia sono i dubbi su questa che appare più come una messa in scena che come una realtà; Massoumeh Toreh, studiosa del processo di democratizzazione iraniano alla London School of Economics and Political Science dichiara: “nonostante le apparenze, le istanze delle donne verranno dimenticate nei giorni seguenti le elezioni. Esse hanno un ruolo meramente cosmetico; è normale che una società maschile voglia promuoversi come progressista prima delle elezioni”.

Parvaneh Salahshoor, una delle candidate del fronte moderato, ricorda quanto poco abbiano contato le donne nella passata legislatura: su 290 seggi parlamentari solo otto sono stati assegnati a donne, uno dei numeri più bassi al mondo, troppo basso perchè si possa pensare ad un qualche impatto sulle policy governative. Un’altra voce influente nel precedente governo Rohani, Shahindokht Molaverdi, dichiara: “in Iran sono stati fatti enormi progressi, ma le differenze naturali fra uomini e donne hanno portato a un processo di empowerment a singhiozzo, non lineare”.

E’ certo che le “differenze naturali” di cui parla la Molaverdi, sono state interpretate dalla frangia più estrema dell’Islam in chiave restrittiva. Voler leggere i risultati elettorali come un segno inequivocabile di emancipazione femminile risponde all’esigenza dell’Occidente, non esclusa l’Europa, di dividere il bene dal male, i nemici dagli amici, i buoni dai cattivi. Ma il complesso scenario politico iraniano non si presta a una lettura stereotipata, è uno schiaffo alla presunzione di potere assimilare realtà molto diverse alla nostra. Tutto è molto più complesso.

Solo il tempo potrà dire come andranno le cose, anche per stabilire chi ha vinto veramente le elezioni occorreranno mesi: è previsto un ballottaggio a fine aprile, si dovà poi attendere che le forze politiche si insedino al Majlis e che si definiscano gli effettivi equilibri elettorali.

In definitiva, quello iraniano è uno dei casi da cui imparare a non sacrificare la complessità del reale in nome della logica della semplificazione e della fretta: senza analisi lucide e documentate non si può pervenire a soluzioni feconde. Se il nostro auspicio è davvero che le donne iraniane godano di determinati diritti, non possiamo esimerci dall’interpretare lo scenario con umiltà e rispetto per la diversità.

Anche apparso su: http://www.interris.it/2016/03/08/87931/posizione-in-primo-piano/primopiano/elezioni-in-iran-tra-pregiudizi-e-realta.html e su: https://mauroleonardi.it/2016/03/09/gavina-masala-elezioni-in-iran-tra-pregiudizi-e-realta/

Armati di chitarre per la libertà

mohvitaboy-1068x694Mohamed Dadah è un giovane artista di strada nella Repubblica Democratica Popolare di Algeria. Mohamed suona una chitarra per pochi spiccioli: musica allegra, per donare gioia e sorrisi ai passanti. Si fa chiamare Moh Vita Boy, a tradire la sua voglia di gioco e di evasione, che ama trasmettere attraverso le percussioni veloci che fanno vibrare la sua chitarra lucida.

Chitarra e cappellino sono tutto ciò con cui gira fino al suo arresto: in un pomeriggio come tanti la polizia lo strappa al suo metro di strada – il suo palcoscenico – con l’accusa di “elemosina professionale”, per rinchiuderlo in carcere.

Moh Vita Boy viene portato via sotto gli occhi del suo pubblico, i passanti di Audin, nel centro storico della città. La notizia si diffonde come un virus. Migliaia di giornalisti e di giovani riempiono le strade per puntare il dito contro il sistema politico locale, portano con sé le loro chitarre, cantano e si impadroniscono dei vicoli della città al grido “la strada ci appartiene”. La Rivoluzione è partita, niente sangue, nè grida, nè disperazione ma solo una strada come teatro, tanta voglia di libertà e il desiderio di vedere Mohammed di nuovo lì al suo posto, come sempre, con la sua chitarra e il sorriso. Uno schiaffo a chi pensa che per cambiare la società si debba necessariamente ricorrere alla violenza.

Tutto inizia a girare ad ogni livello, si crea una massa critica che sfida i metodi repressivi del governo. “La polizia sarebbe più ispirata se si dedicasse ai baroni del commercio nero”, dichiara un medico in pensione, che partecipa alla rivoluzione non violenta via web.

La “rivoluzione delle chitarre” raggiunge l’obiettivo: il giovane non solo è rilasciato, ma il sindaco della città gli conferisce un premio come miglior artista di strada. Tutto è tornato al suo posto, anche Mohammed, di nuovo lì al centro di Algeri, il suo teatro.

“Ieri qualche cosa è cambiato in Algeria, le mura della paura che proteggono la fortezza della cultura ufficiale sono state abbattute da questi giovani: la libertà di espressione ha trionfato” – commenta Ammar Kessab, membro di un collettivo indipendente che si occupa di politica e cultura.

I giovani algerini non sono gli unici ad avere denunciato la repressione culturale a suon di musica: anche in Egitto, i rapper locali hanno fatto la loro parte nel corso della Primavera araba, pubblicando canzoni per esprimere rabbia contro il regime.

Così nel nord del Mali, stanno tornando solo oggi ad aprire i festival musicali, dopo che nel 2012 gli estremisti islamisti presero il potere, imponendo la sharia e mettendo al bando alcune espressioni artistiche ritenute eversive. “E’ da quel momento che giovani musicisti rischiano di perdere la vita solo per suonare musica tradizionale”, dichiara Toumani Daiabaté sulle colonne del Guardian. Solo ora i palchi ed i festival stanno rifiorendo, dopo anni di oscurantismo di cui siamo stati vittime noi giovani artisti. “Ora che la minaccia del terrorismo è vicina, siamo noi musicisti a potere parlare alla gente di riconciliazione e di pace”, continua Daiabaté.

Anche in Tunisia, i giovani musicisti che hanno fatto da colonna sonora alla rivoluzione contro il dittatore Ben Ali hanno lottato contro repressione e censura: sono stati arrestati, esclusi dalle trasmissioni, talvolta esiliati o costretti ad unirsi allo Stato Islamico.

Questi ragazzi hanno disobbedito con la forza di chi è nel giusto, come i loro coetanei della Primavera araba, alla ricerca di rispetto e diritti. Sono dei passi nella direzione di una libertà ancora troppo spesso calpestata dai vertici del potere locale; ma le chitarre questa volta hanno potuto più di mille programmi politici, contro quell’Islam estremo che vede la musica come haram, via proibita verso il peccato. Avanti così.

Anche apparso su: http://www.interris.it/2016/03/02/87447/posizione-in-primo-piano/schiaffog/armati-di-chitarre-per-la-liberta.html e su: https://mauroleonardi.it/2016/03/05/gavina-masala/

Islam e Cristianesimo, alle radici del conflitto. Intervista al Prof. Massimo De Leonardis

Cristiani-e-musulmaniPer scoprire le origini di un fenomeno complesso come quello del jihad bisogna tornare alle origini dell’Islam. Una religione particolare, perché è l’unica che abbia avuto un “fondatore (Maometto ndr), che sia stato un capo militare e abbia condotto i fedeli in battaglia”. Lo spiega a Interris.it il professor Massimo De Leonardis, direttore del Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, a margine del Convegno organizzato dalla Pontificia Università Antonianum sulla testimonianza a Dio di Cristiani e Musulmani. Ogni giorno sentiamo parlare di Islam e Cristianesimo, talvolta in termini di contrapposizione, talaltra di dialogo interreligioso, ma spesso non capiamo le radici dell’attuale scenario geopolitico attuale. De Leonardis ci dà un contributo per comprendere, al di là del politicamente corretto, il rapporto tra queste due fedi.

Oggi si pensa spesso al rapporto Cristianesimo-Islam in termini conflittuali; quanto influiscono su questo la figura di Maometto, il Corano e le vicende storiche relative alla costituzione dell’Islam?

Mentre l’Islam, da subito, ha fatto ricorso alla forza per fare proselitismo, il Cristianesimo “si è diffuso nei primi tre secoli grazie al sangue dei martiri, la fede richiede un consenso volontario e non può essere imposta con la forza. La Chiesa non ha utilizzato il potere temporale come braccio per propagare la fede, ma per difendere la società cristiana contro i suoi perturbatori”. San Tommaso d’Aquino precisa che ci sono degli increduli, come i giudei e i pagani, i quali non hanno mai abbracciata la fede. E questi non si devono costringere a credere in nessuna maniera: perché credere è un atto volontario. Tuttavia i fedeli hanno il dovere di costringerli, se ne hanno la facoltà, a non impedire la fede in Cristo. Da qui l’argomento usato da molti sulla presunta violenza del Cristianesimo, storicamente esistita, ma non fondata nei testi sacri né applicata dal suo ‘fondatore’”.

L’Islam è improntato a un forte monofisismo che si presta all’interpretazione in favore della guerra santa, per diffondere il culto di Allah. Pensa che oltre a questo vi siano “rancori storici” dell’Islam rispetto al Cristianesimo e viceversa?

“Recentemente il giurista Carlo Cardia ha ricordato un episodio avvenuto durante gli infruttuosi colloqui per la firma di una convenzione tra lo Stato italiano e le comunità islamiche. Un esponente di queste ultime chiese di inserire nella relazione una dichiarazione a favore della restituzione della ex moschea di Granada. Cardia rispose ironicamente: ‘voi rivolete Granada e noi Costantinopoli’ e la cosa finì lì. Resta il fatto che non si può mettere tutto sullo stesso piano. L’espansione armata prima araba e poi turca conquistò tutta l’Africa Settentrionale, il Medio Oriente, la Spagna, la Sicilia e i Balcani. Le Crociate furono un tentativo di riconquista ed il colonialismo europeo dei secoli XIX e XX, fu dovuto a motivazioni non religiose. I francesi, ad esempio, seguivano il principio ‘il Vangelo ai coloni, il Corano agli indigeni’. Condivido pienamente quanto ha scritto recentemente Ernesto Galli della Loggia: ‘In conclusione non sembra proprio, se i fatti contano qualcosa, che gli occidentali e l’Europa abbiano qualcosa da farsi perdonare dal mondo islamico’”.

L’enciclica Pacem in terris, la prima di un papa rivolta a tutti gli uomini di buona volontà, afferma che la pace tra i popoli si fonda su verità, giustizia, amore e libertà. E’ questa una possibile chiave di lettura per cambiare la storia di conflittualità tra cristiani e musulmani?

“Il Magistero costante della Chiesa non ha mai predicato la pace a qualunque prezzo. Recentemente Joseph Ratzinger ha richiamato tale dottrina. ‘La pace e il diritto, la pace e la giustizia sono inseparabilmente interconnessi. Quando il diritto è distrutto, quando l’ingiustizia prende il potere, la pace è sempre minacciata ed è già, almeno in parte, compromessa. Certamente la difesa del diritto può e deve, in alcune circostanze, far ricorso a una forza commisurata. Un pacifismo assoluto, che neghi al diritto l’uso di qualunque mezzo coercitivo, si risolverebbe in una capitolazione davanti all’iniquità, ne sanzionerebbe la presa del potere e abbandonerebbe il mondo al diktat della violenza’. Un ‘dialogo’ sul tema della pace tra Cattolicesimo e Islam può certamente ricercarsi sulla base del principio che non bisogna uccidere in nome di Dio, ma andare oltre su un piano teologico mi pare arduo. ‘Se la pace è un dono del cielo, una grazia’, l’utilità di preghiere per la pace che accomunano rappresentanti di diverse religioni può forse essere politica o diplomatica, ma non certo avere un valore soprannaturale”.

E’ possibile e vale la pena riscoprire elementi comuni tra Cristianesimo e Islam nell’attuale mondo secolarizzato?

“In effetti, abbiamo una situazione con alcuni elementi contraddittori. Nei Paesi musulmani i cristiani sono soggetti a vari gradi di persecuzione o emarginazione, tanto da essere costretti a espatriare. Allo stesso tempo il Cattolicesimo e l’Ortodossia condividono con l’Islam la difesa di alcuni fondamenti del diritto naturale e l’opposizione ad alcune degenerazioni come appunto i rapporti sessuali tra persone dello stesso sesso. Tuttavia l’Islam ammette le pratiche anticoncezionali, ad esempio attivamente promosse in Iran, e la distruzione degli embrioni in soprannumero a fini di ricerca sulle cellule staminali, mentre la condanna dell’aborto non è per nulla totale. Ritengo quindi che in alcune sedi internazionali dove si manifesta virulento il pensiero laicista possano verificarsi convergenze tattiche tra Santa Sede e Paesi islamici in opposizione ad esso, il resto è tutto da costruire”.

Anche apparso su: http://www.interris.it/2016/02/23/86602/posizione-in-primo-piano/schiaffog/islam-e-cristianesimo-alle-radici-del-conflitto.html e su: http://www.vangeloedemocrazia.it/?p=2392