In Trump we trust?

img_2923Stupirsi della vittoria di Donald Trump è umano, ma poco avveduto. Io stessa, seppure non estimatrice della discutibile Hillary Clinton, né troppo fiduciosa nella capacità di discernimento del genere umano, ivi compresa me, non pensavo si sarebbe trattato di un trionfo così netto da parte dell’imprenditore “prestato alla politica”. Ma gli elementi per comprendere la situazione ci sono tutti, e questo costituisce di per sé una parziale buona notizia.

Gli States sono la culla della corrente filosofica del Pragmatismo, sorta nella seconda metà del XIX secolo, che propone una forte commistione fra conoscenza e azione. Per meglio dire: il pensiero, i valori, le ideologie, valgono finchè utili, finchè consentono di agire con efficacia e, direi, vantaggio. Tutto deve essere strumentale a un fine, che si tratti di profitto, di credenze religiose volte a trovare la felicità, e addirittura della pace, da perseguire non per motivi etici, ma utilitaristico – economici.

E’ ciò che ha portato alla dittatura del principio causa-effetto: l’attività pratica prevale su quella teoretica, anche a costo di spregiudicatezza, come ben esemplificato dalle boutades del magnate Donald, pensate per ottenere risultati concreti e fare breccia su target bene preciso. A questa visione del mondo sfuggono parecchie cose, è indubbio: vi sono atti quali l’amore, la conoscenza, come anche l’odio o l’intelligenza che muovono il mondo, seppure non siano concretamente spiegabili o misurabili secondo un criterio causa-effetto. Tante volte sacrifichiamo noi stessi in nome di un principio, ed altrettanto vale per gli Stati, che in nome di un’ispirazione ideologica intraprendono determinate azioni, oppure no.

Insomma, a questo sistema calcolatore ed efficiente sfugge l’umano, tuttavia ne siamo profondamente attratti e, certamente, rassicurati. E’ il sogno di potere prevedere e gestire la storia che ha portato a grandi totalitarismi. Ma non è la demonizzazione quella che ci salverà dalla diffusione di questa weltanschauung.

Forse lui stesso lo ignora, ma il neopresidente americano è esponente di questa dottrina filosofica, nonchè del realismo politico in ambito internazionale, bene espresso dal motto di Machiavelli “il fine giustifica i mezzi”. Per realismo politico si intende la capacità di agire per ottenere il potere, sia in politica interna che estera, come teorizzava Kenneth Waltz, realista della fine del XX secolo. Ne “L’uomo, lo stato e la guerra”, Waltz scrive che le cause dei conflitti sono da ricercarsi nella natura umana, nell’
organizzazione interna degli Stati e nella natura anarchica del sistema internazionale, che tende all’ equilibrio di potere, perchè assetto conveniente a tutti.

Ecco dunque il substrato teorico, forse inconsapevole, del programma di Donald Trump, che non vede alternative credibili ai combustibili fossili, che per risolvere il problema della disoccupazione propone di costruire un muro e di permettere solo agli statunitensi di ricoprire posizioni chiave, che in ambito internazionale preferisce l’alleanza col nemico russo nonché cinese (meglio conoscere i nemici che allearsi con gli amici?).

Questo way of thinking tuttavia fornisce delle garanzie: Trump non ha prese di posizione ideologiche da portare avanti a oltranza, lo dimostra il cambiamento dei toni una volta eletto, se la sua politica si dimostrerà inefficace o in-utile probabilmente non faticherà a cambiare idee e azioni. Perseguirà sempre fini economici, dunque il suo agire non sarà certo nobile nè modello per nessuno, ma forse – o almeno così hanno creduto gli americani – utile e riportare gli USA ad un buon livello di sicurezza e prosperità.

Il mio augurio, anche se con tanta amarezza causata dalla vittoria dell’utile sul “bene” (non credo rappresentato dalla poco empatica e rappresentativa Hillary), è che l’America sia comunque caduta in piedi. Il genere umano, invece, rotola verso il basso…

Anche apparso su: https://mauroleonardi.it/2016/11/10/le-lettere-di-gavina-masala-in-trump-we-trust/ e http://www.simoneventurini.com/it/in-trump-we-trust/

USA, Super Tuesday decisivo: “make or break” per gli sfidanti di Clinton e Trump

US-VOTE-ELECTIONOggi è il “super martedì” delle primarie americane: Hillary Clinton, Democratica e Donald Trump, Repubblicano dovrebbero configurarsi come i candidati alle elezioni del prossimo novembre per la Casa Bianca. Sono in corso in queste ore primarie e caucus, riunioni di dirigenti per convergere sui designati alle elezioni, in 12 Stati che vanno dall’Alaska alla Virginia. Se Clinton e Trump dovessero affermarsi in maniera netta, ciò significherà l’uscita definitiva degli avversari dalla scena.

I rivali Repubblicani di Trump, i Senatori Marco Rubio e Ted Cruz, hanno cercato disperatamente di fermare la marcia del magnate verso la nomina, provando a riunire il partito contro l’uomo che i più vedono come un intruso tra i conservatori.

Hillary Clinton, dal canto suo, ha sbaragliato il rivale Democratico Bernie Sanders in Carolina del Sud nello scorso week end, assicurandosi i voti afro-americani nella sua terza nettissima vittoria; se continuerà di questo passo in Stati come l’Alabama, la Georgia e la Virginia, supposti essere terreno favorevole, diventerà la candidata certa per le elezioni generali. La Clinton si è spesa molto nelle ultime settimane di campagna elettorale, scagliandosi pesantemente contro la retorica di Trump: “Sono dispiaciuta per il  linguaggio usato dai Repubblicani, che condannano le persone, ne fanno dei capri espiatori. Noi dimostreremo, a iniziare dal Super Tuesday del primo marzo, che la strada da seguire è un’altra”, ha dichiarato la Senatrice.

La campagna elettorale di Trump ha incendiato anche gli animi degli avversari Repubblicani, in particolare dell’ex favorito Rubio, che ha intensificato gli attacchi personali e ha evidenziato i problemi che il neofita Trump avrebbe in elezioni generali: “I media e i Democrats si avventerebbero su di lui additandolo come un diavolo”, ha dichiarato Rubio all’elettorato del Tennessee. Tuttavia Trump parte da una posizione di vantaggio ed è ragionevole pensare che uscirà vincitore dal “big match” di oggi.

In effetti la retorica spesso scorretta di Trump sarebbe stata la rovina di un qualunque candidato del Partito Repubblicano, quello del conservatore Abraham Lincoln per intendersi, ma queste elezioni si preannunciano come particolari, con un elettorato che sembra desiderare un outsider sprezzante dell’establishment politico.

Se Trump sbaraglierà il Sud nel Big Tuesday, potrebbero spegnersi le luci per i suoi sfidanti. Vedremo dunque nelle prossime ore se la sfida sarà tra Trump e Clinton, come si prevede, o se l’America sarà ancora una volta in grado di sorprenderci.

Anche apparso su: http://www.interris.it/2016/03/01/87431/cronache/mondo/usa-super-tuesday-decisivo-make-or-brake-per-gli-sfidanti-di-clinton-e-trump.html