Benedizioni a scuola: la partita si riapre

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L’anziano, depositario di saggezza e buon senso, direbbe: “una benedizione non fa male a nessuno”, ma l’uomo post-moderno sa bene che non è scontato. Poco più di un anno fa veniva proibita attraverso una sentenza del TAR la consueta benedizione pasquale nelle scuole dell’Istituto comprensivo 20 di Bologna – elementari e medie. La partita (importante) non si è chiusa lì e la sentenza è stata sospesa dal Consiglio di Stato, in attesa dell’udienza in Camera di Consiglio, prevista il 28 aprile a Roma.

Episodi come questo interrogano profondamente la società odierna circa la convivenza tra fedi e culture diverse, circa il concetto di tolleranza, di integrazione e di cultura.

Vediamo di fare ordine su alcuni punti fondamentali, su termini che usiamo spesso, senza approfondire troppo: lo Stato è laico. Vero, il principio è sancito dalla Carta costituzionale, tuttavia per laicità non dovrebbe intendersi l’espungere l’ambito religioso dalla sfera pubblica nonchè civile, atto che costituirebbe una chiara negazione della libertà di coscienza di ciascuno. Questo sarebbe laicismo, dal tratto vessatorio e contro il quale ci si potrebbe appellare con facilità.

Viviamo in una società di matrice giudaico-cristiana. E’ un dato di fatto, e volere favorire la convivenza con altre culture non dovrebbe voler dire annientare la propria. Certo, riferendoci al caso da cui siamo partiti, bambini di altre fedi non dovrebbero essere obbligati a partecipare alla benedizione, ma tale eventualità non è mai stata ventilata. Tuttavia sarebbe stato corretto metterli davanti all’evidenza di cosa sia la Pasqua cristiana, festa caratterizzante la società in cui si trovano a vivere. Rispettare gli altri significa tutelare la propria identità e mettere l’altro nella condizione di potere fare altrettanto; si può integrare solo a patto di avere un’identità e di esserne consapevoli.

Viviamo in una liberal-democrazia, il che ha delle implicazioni precise: la politica non deve intervenire nella sfera religiosa e viceversa, ma i due ambiti devono esistere, coesistere e ricercare punti di contatto. Democrazia, come sappiamo, significa governo del popolo, che si esplica nel prendere decisioni a maggioranza, ergo: se vi è una maggioranza di cristiani o di ebrei o di musulmani o di indù sarà questa ad avere peso decisionale più ponderoso rispetto alle minoranze. Non è un concetto facile da praticare proprio perchè spesso confondiamo la maggioranza con la parte che detiene la Verità. Non è così, essa può e deve decidere per favorire il buon funzionamento della società, anche sbagliando. Ciò in generale.

Integrazione: ne parliamo tutti come di un qualcosa di nobile. Ma integrare qualcuno vuol dire dargli un giusto spazio all’interno della propria cultura, e per fare ciò si deve necessariamente passare dalla conoscenza e dal rispetto per la cultura integrante.

Sì, perchè in definitiva si tratta di questo: di conoscenza e di rispetto. Nelle scuole si fa cultura, sapere cosa sia la Pasqua e perchè ad essa si associ una benedizione è un preciso dovere per chiunque viva in Italia, riservandosi ovviamente di non desiderare di festeggiare tale ricorrenza. Ma non si può pretendere di imporre un pensiero unico, neutrale, che faccia tabula rasa di un mondo, di una storia, di un amore in questo caso.

Se vogliamo dirla tutta poi il tentativo di non dare cittadinanza a Dio sembra rispondere più ad un pigrizia esistenziale che ad un sincero anelito di accoglienza. E’ tempo che l’uomo riprenda a interrogarsi sul senso profondo della propria esistenza, tanto più in un momento storico in cui esistere significa essere in relazione. Come sostenne il papa emerito nel discorso di Ratisbona del 2006. Per Joseph Ratzinger è esigenza della stessa ragione, quella del Positivismo per intendersi, interrogarsi sul senso e sui perchè le cose stiano in un certo modo e di favorire nessi che ci permettano di vivere insieme, nel rispetto reciproco.

Anche apparso su: https://mauroleonardi.it/2016/04/19/le-lettere-di-gavina-masala-benedizioni-a-scuola-la-partita-si-riapre/

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Soldi pubblici per cambiare sesso ai bambini

Gender equal opportunity or representation“Farsi primavera, significa accettare il rischio dell’inverno. Farsi presenza, significa accettare il rischio dell’assenza” diceva Il Piccolo Principe; e c’era un baluardo che pensavamo non si potesse oltraggiare: l’infanzia.

Credenti, atei, politici o scienziati, insomma tutti abbiamo sempre trovato un punto di convergenza certo: la tutela dei bambini, il loro rispetto a oltranza, la loro cura.Invece è cronaca di questi giorni che in Gran Bretagna il Sistema Sanitario Nazionale prevede dei trattamenti farmacologici per minori affetti da disforia di genere, ovvero disordini dell’identità sessuale.

Tutto ha avuto inizio nel 2014, quando Londra ha deciso di dare il via alla somministrazione di terapie ormonali per ritardare la pubertà a bambini di nove anni, come preludio ad un eventuale intervento chirurgico per il cambio di sesso. Il trattamento è offerto dal Servizio sanitario nazionale, dunque pagato con soldi pubblici: si tratta di farmaci “ipotalamici”, che diminuiscono la produzione di testosterone ed estrogeni. Qualora poi si valutasse che i problemi di genere permanessero, i bambini potrebbero essere sottoposti a ulteriori cure. Solo lo scorso anno, lo Stato ha speso 2,6 milioni di sterline per somministrare a oltre mille bambini trattamenti previi al cambio di sesso.

Molte le associazioni insorte per richiamare all’imprudenza di trattare farmacologicamente degli organismi ancora molto giovani, tanto più che durante la pubertà è difficile distinguere la disforia di genere da altre forme di disagio, per cui esistono percorsi di cura meno invasivi. Una delle fondazioni che collabora nel valutare ​i casi da medicalizzare è l’Nhs Foundation Trust con sede a Londra che, secondo alcuni, sarebbe legata al progetto Mk Ultra, ormai chiuso, col quale la Cia attuava dei programmi per il controllo della mente.

Di certo, a corollario di quest’operazione, c’è un’ideologia precisa per cui il determinismo biologico sarebbe obsoleto e andrebbe abbandonato in favore del determinismo psichico: ovvero possiamo diventare ciò che pensiamo giusto, non ciò che siamo dalla nascita.
Joseph Ratzinger nel 2013, al termine del Pontificio Consiglio “Cor Unum”, aveva già intravisto dei rischi e aveva parlato di filosofia della sessualità. Il Papa emerito aveva profeticamente dichiarato: “essere uomo o donna non sarebbe più un dato originario della natura da accettare e riempire personalmente di senso, bensì un ruolo sociale del quale si decide autonomamente, mentre finora era la società a decidervi. La profonda erroneità di questa teoria e della rivoluzione antropologica in essa soggiacente è evidente”.

Immensa è la tenerezza nel pensare a questi bambini che anziché essere aiutati a capire le radici del disagio vengono “congelati”, in attesa che qualcuno valuti se possono diventare ciò che sono o meno. E’ un chiaro esempio di incapacità di accettare la natura umana anche quando imperfetta, problematica, dubbiosa. Tutto ciò ha a che fare con il non sapere correre il rischio intrinseco all’esistenza: quello di trovar
​s​i in situazioni complesse, che talvolta non hanno soluzione.

Parafrasando Saint-Exupery: il farsi primavera porta con sé la possibilità dell’inverno e in questa contraddizione, in questo paradosso, deve stare l’essere umano per non diventare il nulla. Se avalliamo un determinismo che rifiuta la natura, chi deciderà ciò verso cui tendere? La verità è che nessuna operazione potrà mai toglierci dalla bellissima seppur controversa ed incessante fatica di vivere: ecco lo schiaffo​ ​più vero alla nostra arroganza.

Anche apparso su: http://www.interris.it/2016/03/31/89937/posizione-in-primo-piano/schiaffog/soldi-pubblici-per-cambiare-sesso-ai-bambini.html