Alla ricerca della felicità, tra techno music, filosofia e religione

cdm_734257Ieri il cantante Moby ha rilasciato un’intervista a La Repubblica che mi ha dato parecchio da riflettere. Celebre negli anni ’90 per avere suonato insieme ad artisti del calibro di David Bowie e, tra le altre cose, per avere sostenuto John Kerry alle elezioni del 2004, la star dell’elettronica era sparita dalle scene internazionali a causa di problemi con alcool e droga.

Dice di essere “sobrio” da otto anni e di avere superato il periodo nero grazie ad un anelito religioso, filosofico e spirituale.

Ciò che colpisce dell’intervista è che parla pochissimo di musica, anzi si rifiuta di fare tour promozionali per il suo ultimo disco intitolato These systems are failing (questi sistemi stanno fallendo). Al contrario, l’accento è tutto esistenziale e dichiara: “Quando ti puoi permettere una villa con sei stanze da letto, ne vuoi subito una che ne abbia dodici. L’ego, l’edonismo, il successo e i soldi sono un veleno che non mi tocca più”. Poi parla della sua conversione al “taoismo-cristiano-agnostico-meccanico-quantistico”. Viene da chiedersi che culto sia, ma non deve stupire il mix tra religioni e teorie fisico – filosofiche che il cantante dice di abbracciare.

Come sottolinea lo psicologo della religione Eugenio Fizzotti, nuovi movimenti religiosi mirano a favorire il recupero di un benessere individuale da parte dell’individuo, sempre più minato da malattie psichiche quali ansia e depressione. E’ chiaro infatti che l’attuale società informatica, o liquida se preferite, ci ha reso malleabili come gelatina: tempo e spazio oggettivi non esistono più, posso arrivare a Londra in novanta minuti, ma restare imbottigliato nel traffico romano per molto di più. E lo smarrimento è fisiologico. Per non parlare delle relazioni: sempre più virtuali, a distanza, ricche di parole gratuite grazie a programmi quali Whatsapp, ma spesso prive di contenuti.

Ciò detto, vorrei fuggire dal fin troppo semplice tentativo di demonizzare i mélange teorici fai da te, o promossi da guru spirituali autoproclamatisi. Tornando infatti all’esempio da cui sono partita, Moby riferisce di stare bene, di non cadere più nella trappola degli stupefacenti di cui ha fatto abuso e di riuscire a stare lontano dai riflettori e in perfetta solitudine senza soffrirne, anzi.

Sembra ricordare un distacco quasi stoico dal mondo e anche questo non deve stupirci: è molto probabile che la “filosofia” (non virgoletto per senso critico, ma per il senso letterale del termine, qui usato con libertà), nascano in sostituzione della psicoterapia, da un’esigenza di una raison d’être e dalla necessità che l’uomo, animale razionale, ha da sempre cui la filosofia cerca di rispondere: dare un senso alla propria vita. L’impresa è oggi più difficile dati i vorticosi ritmi di vita, che poco tempo lasciano all’introspezione e data la solitudine che l’homo oeconomicus è costretto sempre più a patire. Da qui il successo di gruppi spirituali che promuovono pratiche comunitarie, che fanno sentire il singolo integrato in un sistema di valori e di relazioni sociali condivise, corroborando la visione del mondo promossa dalla comunità di appartenenza.

Cosa c’è di male? Nulla, il tentativo di stare bene è sempre lodevole e mai esente da sacrifici, l’unico caveat a mio avviso è il non sapere più che esiste una dimensione che trascende quella contingente e dunque che per salvarsi, ma anche per stare bene in questa vita, non è sufficiente pensare autonomamente al proprio stare bene, ma donare all’altro, cercare il volto dell’altro, dato che siamo animali di relazione. Abbiamo cinque sensi: quattro dei quali localizzati sul volto e tutti e cinque indirizzati all’altro: sento per udire ciò che l’altro dice, vedo per guardare ciò che mi circonda, tocco qualcosa che non sono io. La domanda è: la ricerca esclusiva di sé è sufficiente a stare bene profondamente, fino ad aprirci a quella dimensione altra che tanto interroga l’essere umano da sempre? Forse può essere una via, ma sufficiente non credo.

Anche apparso su: https://mauroleonardi.it/2016/11/01/le-lettere-di-gavina-masala-alla-ricerca-della-felicita-tra-techno-music-filosofia-e-religione/ http://www.simoneventurini.com/it/alla-ricerca-della-felicita-tra-techno-music-filosofia-e-religione/

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Benedizioni a scuola: la partita si riapre

Benedizioni-a-scuola

L’anziano, depositario di saggezza e buon senso, direbbe: “una benedizione non fa male a nessuno”, ma l’uomo post-moderno sa bene che non è scontato. Poco più di un anno fa veniva proibita attraverso una sentenza del TAR la consueta benedizione pasquale nelle scuole dell’Istituto comprensivo 20 di Bologna – elementari e medie. La partita (importante) non si è chiusa lì e la sentenza è stata sospesa dal Consiglio di Stato, in attesa dell’udienza in Camera di Consiglio, prevista il 28 aprile a Roma.

Episodi come questo interrogano profondamente la società odierna circa la convivenza tra fedi e culture diverse, circa il concetto di tolleranza, di integrazione e di cultura.

Vediamo di fare ordine su alcuni punti fondamentali, su termini che usiamo spesso, senza approfondire troppo: lo Stato è laico. Vero, il principio è sancito dalla Carta costituzionale, tuttavia per laicità non dovrebbe intendersi l’espungere l’ambito religioso dalla sfera pubblica nonchè civile, atto che costituirebbe una chiara negazione della libertà di coscienza di ciascuno. Questo sarebbe laicismo, dal tratto vessatorio e contro il quale ci si potrebbe appellare con facilità.

Viviamo in una società di matrice giudaico-cristiana. E’ un dato di fatto, e volere favorire la convivenza con altre culture non dovrebbe voler dire annientare la propria. Certo, riferendoci al caso da cui siamo partiti, bambini di altre fedi non dovrebbero essere obbligati a partecipare alla benedizione, ma tale eventualità non è mai stata ventilata. Tuttavia sarebbe stato corretto metterli davanti all’evidenza di cosa sia la Pasqua cristiana, festa caratterizzante la società in cui si trovano a vivere. Rispettare gli altri significa tutelare la propria identità e mettere l’altro nella condizione di potere fare altrettanto; si può integrare solo a patto di avere un’identità e di esserne consapevoli.

Viviamo in una liberal-democrazia, il che ha delle implicazioni precise: la politica non deve intervenire nella sfera religiosa e viceversa, ma i due ambiti devono esistere, coesistere e ricercare punti di contatto. Democrazia, come sappiamo, significa governo del popolo, che si esplica nel prendere decisioni a maggioranza, ergo: se vi è una maggioranza di cristiani o di ebrei o di musulmani o di indù sarà questa ad avere peso decisionale più ponderoso rispetto alle minoranze. Non è un concetto facile da praticare proprio perchè spesso confondiamo la maggioranza con la parte che detiene la Verità. Non è così, essa può e deve decidere per favorire il buon funzionamento della società, anche sbagliando. Ciò in generale.

Integrazione: ne parliamo tutti come di un qualcosa di nobile. Ma integrare qualcuno vuol dire dargli un giusto spazio all’interno della propria cultura, e per fare ciò si deve necessariamente passare dalla conoscenza e dal rispetto per la cultura integrante.

Sì, perchè in definitiva si tratta di questo: di conoscenza e di rispetto. Nelle scuole si fa cultura, sapere cosa sia la Pasqua e perchè ad essa si associ una benedizione è un preciso dovere per chiunque viva in Italia, riservandosi ovviamente di non desiderare di festeggiare tale ricorrenza. Ma non si può pretendere di imporre un pensiero unico, neutrale, che faccia tabula rasa di un mondo, di una storia, di un amore in questo caso.

Se vogliamo dirla tutta poi il tentativo di non dare cittadinanza a Dio sembra rispondere più ad un pigrizia esistenziale che ad un sincero anelito di accoglienza. E’ tempo che l’uomo riprenda a interrogarsi sul senso profondo della propria esistenza, tanto più in un momento storico in cui esistere significa essere in relazione. Come sostenne il papa emerito nel discorso di Ratisbona del 2006. Per Joseph Ratzinger è esigenza della stessa ragione, quella del Positivismo per intendersi, interrogarsi sul senso e sui perchè le cose stiano in un certo modo e di favorire nessi che ci permettano di vivere insieme, nel rispetto reciproco.

Anche apparso su: https://mauroleonardi.it/2016/04/19/le-lettere-di-gavina-masala-benedizioni-a-scuola-la-partita-si-riapre/