I ragazzi e quel fuoco da accendere

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Pochi giorni fa mi sono imbattuta in un articolo particolarmente costruttivo sulla scuola e sulle tecniche di insegnamento rivolte ai ragazzi. A scrivere è un neuroscienziato, Lamberto Maffei, già presidente dell’Accademia nazionale dei Lincei, che propone “la scuola della parola”.

Maffei, dalle colonne di Avvenire, afferma quanto una scuola della parola possa forgiare la struttura dell’essere umano: il discorso infatti fa capo all’emisfero della razionalità, quello del dialogo, della riflessione, del tempo lento, quello che se adeguatamente coltivato suggerisce il pensiero prima dell’azione. Da qui l’esortazione agli insegnanti a proporre temi su cui dibattere in classe con i discenti ricordando che, come diceva Voltaire, i ragazzi non sono vasi da riempire di nozioni, ma fuochi da accendere di entusiasmo e di interesse.

In questo modo, anzichè dare un ruolo passivo all’alunno che spesso viene inondato di dogmi, gli si dà la possibilità di conquistare il suo sapere, di maturare un’opinione suffragata dal metodo e dalle conoscenze del docente.

Mi sono ritrovata a mio agio in questa proposta forse perchè ho la fortuna di studiare in un ateneo dove questo già si fa, forse perchè la descrizione del Prof. Maffei mi ha fatto ritornare all’accademia platonica, all’insegnamento tramite dialoghi che ivi si praticava e a Gesù, il maestro della Parola.

Socrate, l’educatore per eccellenza e colui che sa di non sapere, aveva intuito che conoscere non significa possedere, ma costruire, che cosa? La verità, in un dialogo continuo maestro – discepolo: in sostanza il sapere diviene una relazione, asimmetrica, che accenda una scintilla derivante da due punti di vista che si incontrano.

Imparare per i Greci significava mettere in discussione, combattere in un agone, per togliere il sapere dalla vuota opinione e farlo arrivare alla verità, che è in continuo divenire, prospettica e contingente.

Allora mi soffermo a pensare quanto l’avvento e predominio della scienza, benedetto per molti versi, ci abbia tolto il piacere per questo tipo di sapere e di argomentare, perchè vale solo ciò che è scientifico, indiscutibile.

Ma siamo sicuri? La realtà è più complessa di come il prezioso assioma scientifico ce la proponga, la maggior parte delle esperienze che viviamo sono prive di logica ma dotate di massimo senso, che va riscoperto e ridonato in ogni istante.

Un sapere “malleabile” non ci fa attaccati al nostro punto di vista, ma sempre pronti a partire per un nuovo viaggio: quello della riscoperta del significato, alla luce della relazione che si ha con l’evento e con l’Altro, sommamente importante in questa prospettiva.

Aleteia, verità in greco, si riferisce a quanto dischiudendosi dalla tenebra riconosciamo come nostro, impossibile a mio avviso non trovare un parallelismo anche con l’insegnamento cristiano, che mai deve imporre ma accogliere un’ispirazione. Gesù parlava, si ritirava in preghiera, suggeriva tramite parabole, per lasciare liberi gli uditori di abbracciare il suo messaggio o meno, tanto è vero che spesso era oggetto di domande e usava fare ottime domande, ricordiamo: “Pietro, mi ami tu?” riportata nel Vangelo di Giovanni. Il Cristiano “indottrinato” a mio avviso non può definirsi tale, dato che Cristo è stato maestro protrettico, ovvero ha suscitato dall’interno la conoscenza della Verità, parlando.

Bello sarebbe che questa “scuola della parola” proposta da Maffei venisse presa in considerazione, più di mille vuote riforme che sono sempre in agenda e che non fanno che girare intorno al problema: andiamo a scuola per imparare, per mettere in crisi idee ricevute, ma per farlo dobbiamo essere accesi di entusiasmo e riconoscere quanto ci venga insegnato come affine a noi, altrimenti il massimo piacere sarà la rimozione di quest’ultimo.

Bello che l’esortazione al dialogo, con tutta la sua fecondità di implicazioni umane, questa volta giunga da uno scienziato; la filosofia e la fede già lo sapevano…

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Italiano, tirati su!

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Italiani afflosciati? Cinquantunesimo rapporto CENSIS sulla situazione sociale del Paese.

Poliedrico il ritratto dell’italiano che si staglia dal Rapporto CENSIS uscito in questi giorni: l’economia è in crescita, più che in altri Stati europei, aumentano le spese per il tempo libero, ma emerge una povertà di miti e idee che hanno caratterizzato le grandi riprese economiche di cui il nostro Paese è stato protagonista, dal dopo guerra ad oggi.

Vorrei fare due osservazioni in merito: nel trattare la notizia i mass media hanno dato grande rilievo a quanto le spese per smartphone, musei, cinema, mostre e parrucchieri siano aumentate. A mio avviso leggere questi dati insieme è profondamente sbagliato e rischia di divulgare un messaggio fallace, mi spiego: spendere per uno smartphone significa spendere per una dimensione che non esiste, pagare per vivere in un mondo nel quale non c’è spazio né tempo. Pagare per una mostra significa volere capire, comprendere e vivere il proprio tempo. I due fenomeni sono profondamente diversi e come tali vanno trattati, la mia non è una crociata contro le tecnologie, che uso ma cerco di non abusare, ma un’osservazione che mi porta ad avere coraggio di sperare in un’Italia del futuro migliore: l’italiano che spende in cultura, quella con la “C” maiuscola, ha ancora il coraggio di sperare che l’uomo non sia solo carne, materia, orizzonte piano, ma che sia fatto di una dimensione spirituale che vada alimentata, viva Dio. Questo si sarebbe dovuto mettere in rilievo maggiormente, per dipingere a tratti marcati e decisi un Paese in ripresa, non solo dal punto di vista economico, ammesso che quest’ultima notizia sia vera.

Si mette poi in risalto quanto l’Italiano sia diventato povero di miti, di grandi ideologie che lo spingano in avanti, ciò a mio avviso nasconde un lato positivo ed uno negativo. Inizio dal negativo: non avere ispirazioni significa in un certo senso vivere alla giornata, tirare a campare, arrendersi, che contrasterebbe con quanto detto prima. Tuttavia sappiamo anche bene quanto le ideologie nel ‘900 abbiano nuociuto al genere umano: Comunismo e Capitalismo si sono scontrati lasciando morte e deserto interiore dietro di sé. Dunque, forse, l’Italiano è semplicemente alla ricerca di una nuova narrazione che possa ispirare la sua vita, fino ad ora troppo stretta da necessità primarie a causa della recente crisi economica, possibile questa lettura del Rapporto? Forse troppo ottimistica ma se provassimo a sospendere il giudizio, a puntare su quella cultura che sembra essere sempre più interessante, beh forse da lì potrebbe partire la vera rinascita dopo l’evo oscuro che stiamo o abbiamo vissuto. Platone lo sapeva bene: per riformare lo Stato non basta cambiare forma politica, bisogna cambiare gli intelletti, forse noi lo abbiamo compreso, inconsapevolmente.

Anche apparso su https://mauroleonardi.it/2017/12/03/le-lettere-di-gavina-masala-italiano-tirati-su/