Buffon, eroi e cavalieri

Qualche sera fa mi è capitato di ascoltare le dichiarazioni del capitano della Nazionale Italiana Gianluigi Buffon in occasione della sconfitta dell’Italia ad opera della Svezia, costata agli Azzurri la qualificazione al Mondiale 2018.
Gigi, l’uomo che ha vinto tutto, compreso una notorietà globale e tanto affetto da parte di tifosi e non, perde la possibilità di giocare un ultimo Mondiale, ma fin qui nulla di nuovo e c’est la vie.
Eppure Buffon dà una spolverata di valore anche ai suoi ultimi attimi da capitano della Nazionale: le sue parole e lacrime per il deludente risultato aprono scenari molto più ampi di quelli di uno stadio di calcio: «Dispiace non per me, ma per il movimento – dice il numero uno della Nazionale – Abbiamo fallito qualcosa che poteva essere importante a livello sociale. Questo è l’unico rammarico che ho, perché il tempo passa ed è tiranno ed è giusto che sia così. Dispiace che la mia ultima gara sia coincisa con l’eliminazione dal Mondiale».
Poi, il commiato definitivo: «Futuro del calcio italiano? C’è, perché noi abbiamo forza. Donnarumma, Perin e gli altri non mi faranno rimpiangere. Un abbraccio a tutti quelli che mi hanno sostenuto»
Come non volare verso quella che i Greci chiamavano aretè, ovvero la virtù, che diventerà poi la paideia o cultura ellenica, ripresa dall’Umanesimo, da tanta parte della civiltà germanica nonchè concetto su cui la filosofia ha lavorato e lavora tanto?
Alcuni saranno già saltati sulla seggiola a leggere di un calciatore associato a cotanto patrimonio intellettuale ma vediamo, per quanto possibile, cosa sia questa aretè. Sappiamo che l’uomo greco era zoon politikon: il singolo, spiccatamente fino al quarto secolo, traeva la sua essenza dal vivere in un contesto politico, in una comunità – la polis – ove si discuteva, si domandava, si imparava, si faceva ginnastica, in definitiva si viveva. Per dare una dimensione, il campo di azione di Socrate erano i ginnasii, ovvero le palestre. Ciò detto, si contraddistingueva come aristos, ovvero virtuoso e valente in Omero, colui che aveva la forza fisica e l’intelligenza – doti estremamente relate – di fare qualcosa, di compiere un dovere e il naturale risultato di ciò era di ricavarne stima e riconoscimento sociale.
Inoltre, sempre dai poemi di Omero, ma anche dalla più tarda filosofia, apprendiamo che il bello, kalon, è un valore ovvero è un bello ideale che contrasta con termini quali piacevole e utile. Il supremo sentimento dell’amicizia era kalon poichè si basava non tanto su una stima personale quanto su una simpatia per l’umano in generale, era l’ammirazione per quanto di umano vi fosse nel singolo e un rispetto per il valore di quest’ultimo.
Infine la bellezza esteriore, quando riferita ad un uomo, era riflesso di quanto questo ideale venisse incarnato: non esisteva bellezza che non si accompagnasse a virtù.
Bene, siamo ancora lontani da Buffon? Non mi pare, sembra invece che le ultime dichiarazioni del capitano siano una gloriosa chiosa emblema del suo valore umano. La sua attenzione all’Italia, il senso di responsabilità per un obiettivo non raggiunto, che avrebbe potuto essere importante per tutti, gli amici che gli daranno seguito; ecco che si staglia una meravigliosa figura di quarant’enne a metà tra un valente eroe greco e un cavaliere che accetta onori e oneri, che passa volentieri il testimone della propria bravura ai compagni.
Dunque perché no? Un calciatore può diventare manifestazione di quanto di più nobile l’essere umano possa incarnare, ovvero la virtù ed il valore dell’umano che i Greci ci hanno tramandati e di cui il Cristianesimo ha fatto tesoro. Bravo ancora una volta, soprattutto questa volta Gigi, che vince meritando la dignità di un eroe cavaliere.

Anche apparso su https://mauroleonardi.it/2017/11/18/le-lettere-di-gavina-masala-buffon-eroi-e-cavalieri/

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