Alexandria: l’anormalità del normale

ocasio-1530551048Ancora una volta, sembra uno stereotipo ma tant’è, la rivoluzione arriva dagli States. Mi riferisco alla inaspettata e roboante vittoria della socialista Alexandria Ocasio-Cortez alle primarie democratiche a New York City.

La giovanissima, bella e super-istruita latino-americana che aveva collaborato alla campagna di Bernie Sanders, ha sconfitto il navigato rivale Joe Crowley con il 57.5% di consensi, ottenuti in larga misura al Queens e nel Bronx. Viene da chiedersi “come mai?”.

La ricetta mi sembra chiara e semplice, di quelle che funzionano ma che ci vuole coraggio per applicare: ha radicalizzato posizioni democratiche fino a renderle chiarissime e ha puntato su una biografia tanto comune quanto dolorosa.

Alexandria si è occupata di immigrazione, lei che è figlia di madre portoricana e di padre nativo del Bronx, recandosi al confine col Messico per mostrare i risultati delle chiusure dell’attuale presidente Trump, ovvero bambini separati dai genitori.

Ha stigmatizzato il legame con Wall Street dell’insigne avversario, lei che sta finendo di pagare il debito che gli studenti americani non abbienti contraggono per studiare all’università, facendo la cameriera.

Ha fatto una campagna virale in cui inizia la giornata truccandosi e portandosi dietro le scarpe di ricambio, perchè lei gira in metro, democraticamente e come tutti.

Ha parlato con le donne incinte, per capirne le difficoltà e le gioie, lei che dell’essere donna fa una bandiera intelligente.

Ha iniziato a sostenere una migliore istruzione infantile, avviando una casa editrice di libri per bambini che ha cercato di ritrarre NYC in una luce positiva, lei che da bambina ha frequentato la scuola in Yorktown nella Contea di Westchester, a causa della penuria di scuole di qualità nel Bronx, segno che genitori poveri vedevano lontano.

Ha protestato contro la Riserva Sioux che si estende per 7 milioni di ettari nel South Dakota, territorio in cui i discendenti di Toro Seduto vivono come in un Gulag, con un reddito annuo di 2.000 dollari in condizioni inenarrabili. Lei che è esponente di una minoranza etnica, cosa che ostenta con grande sagacia.

Ha puntato sulla Medicare for all, lei che è orfana di un padre morto giovane di tumore, ma su questo non dice nulla di più, segno della ferita ancora aperta.

Allora, cosa ha fatto Alexandria? E’ stata coerente. Ha combattuto, sostenuta dalla neofita Brand New Congress, una società progressista, e ha fatto il suo dovere fino in fondo, tornando a fare politica nel locale sotto casa e nelle chiese, come una volta.

Credo che essere progressisti al giorno d’oggi significhi essere coerenti, incarnare senza veli e cosmetici la propria storia, mostrandosi per quello che si è, con l’umiltà di chi dice: “io mi impegno, come te, tutti i giorni”. Così ha vinto questa ragazza normale, con la sua significativa “banalità” così fuori dal comune negli ambienti politici (non credo Hillary Clinton abbia mai preso una metropolitana).

Il mio rammarico in una domanda: perché in Italia non funziona così? Forse, forse, perché siamo ancora troppo impantanati in una logica del compromesso, che ci impedisce di fare nascere promettenti virgulti come questo e ci teniamo Di Maio e Salvini, finti “uomini nuovi”. Ahinoi, ancora una volta dobbiamo guardare oltreoceano, a quella positiva audacia che cambia davvero la storia.

Anche apparso su https://mauroleonardi.it/2018/07/03/le-lettere-di-gavina-masala-alexandria-lanormalita-del-normale/

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Un’Italia senza padri

Schermata-2018-03-07-alle-16.25.38-1-400x450All’indomani delle elezioni italiane che il quotidiano Le Monde definisce “cataclisma” ed il Corriere della sera “onda anomala che tutto spazza via”, medito.

Sant’Ignazio di Loyola diceva che si deve “buscar Dios en todas las cosas”, dunque cerco di interpretare questo sommovimento politico alla luce di Cristo, in dialogo con lui e col suo amore per noi creature. E mi chiedo: qual è il segno di Dio in questo tempo apparentemente così sciagurato?

Lungi dal darmi per vinta nella ricerca, trovo un barlume: l’Italia è sempre stata il Paese del voto di scambio, forse più al sud che non al nord, ma l’Italiano medio ha quasi sempre votato per ottenere qualcosa in cambio.

Giustamente ricorda Gian Antonio Stella, che la Sicilia è la terra in cui si è tutti parenti pur senza esserlo, come scriveva Rabelais, da qui il clientelismo.

Ma questa volta è tutto diverso, in quanto gli italiani dicono che non ci stanno più, che non interessa più il piccolo orticello, che non interessa più dare il voto all’amico per avere il posticino di lavoro. Quello che ci dicono queste elezioni è che abbiamo bisogno di individui apparentemente liberi e con le idee chiare, magari anche un po’ esibizionisti ma scevri da logiche vecchie. Insomma, gli italiani non vogliono più un padre con tutto ciò che in positivo ed in negativo questo comporta, perchè hanno poco da chiedere, perchè sanno che nulla otterranno; e dunque preferiscono ritornare liberi. Non so se questo tipo di libertà da vecchi schemi sia raggiungibile e in virtù di quali nuove mete sia auspicabile; ma questo sembra il messaggio! Anche solo visivamente Matteo Salvini e Luigi Di Maio rimandano all’immagine di un Paese che vuole tornare a sentirsi giovane e vivo, anche se, ahimè, spesso aggressivo e con istanze ancora mal definite.

Alla parte costruttiva del mio discorso fa da chiosa una parte meno positiva e più concreta, forse, che non posso ignorare. Se è vero che queste elezioni sono state un taglio netto col passato, con tante pecche che si portava dietro, è anche vero che le prospettive offerte dalle forze vincitrici sono davvero scarse: io stessa, molto modestamente, avevo scritto quanto l’atteggiamento di Di Maio sia sempre stato improntato ad una fulgida ed esibita arroganza che poca fiducia mi ha sempre portato a riporre sulla sua figura politica.

Ora, alla mia riflessione, si aggiunge Matteo Salvini, che se ha avuto il merito di traghettare la Lega verso mete nazionali –  inaspettatamente – troppo spesso si è lasciato andare ad atteggiamenti contraddittori e politicamente scorretti, quando non frutto di demagogia. Esprimo, fin da ora e con chiarezza, scetticismo per questi risultati elettorali, ma l’esercizio proficuo da farsi, a mio avviso, è di leggere il segno dei tempi e cercare di interpretarlo sotto la luce dell’etica, ovvero della responsabilità verso l’altro, o verso il prossimo come diremmo noi cristiani. Chissà che al prossimo turno elettorale non sgorghino altre nuove figure, magari con qualche referenza e connotazione migliore: la speranza è ultima dolcissima dea!

Il lupo e l’agnello

lupagnConfesso che a vedere il teatrino Di Maio versus Renzi e il video messaggio di Berlusconi a commento delle elezioni siriane a fini propagandistici, tanto per cambiare, mi ha preso sconforto e rabbia. Ma siccome dal male nasce il bene, lo credo fermamente, incappo nella sfaccettata figura del neopresidente della Sicilia Nello Musumeci e spero ancora.

Musumeci ha studiato Scienze della comunicazione, è stato banchiere, giornalista, Presidente della Provincia, Eurodeputato, Sottosegretario al Ministero del Lavoro e via dicendo. Insomma uno che si è dato da fare, ma non è questo a colpire, quanto il timbro di persona calma, riflessiva e soprattutto sincera.

Arriva in ritardo ai festeggiamenti, con gli occhi velati di lacrime e si scusa: “Volevo avere la certezza del risultato” – dice – mentre non parla della morte del figlio ma è chiaro il riferimento quando asserisce di non riuscire a festeggiare.

Viva Dio, una persona sincera di contro a un mondo della comunicazione falsa, di chi studia come gabbare il prossimo col sorriso sulle labbra, di chi crede di doversi mostrare sempre performante, felice, sorridente, bello. E mi viene in mente il viso di Di Maio che tronfio annuncia che non avrebbe affrontato il rivale Matteo Renzi, spiegando che ormai quest’ultimo non conterebbe più nulla e che non sarebbe dunque interlocutore degno.

E mi viene da dire: ma lei, caro Di Maio, sceglie i suoi interlocutori in base a quanto contino? No perché qualcosa mi dice che lei (ed anche il suo Movimento per la verità) qualche anno fa contasse proprio poco, per gli standard da lei applicati e spero non sia incappato nello stesso trattamento che ha riservato al povero Renzi che, in questa e poche altre occasioni, suscita immensa simpatia, nel senso etimologico ed etico del termine. Renzi non è più al top, la Sinistra è in difficoltà? Bellissima figura avrebbe fatto ad affrontare il confronto, proprio in virtù della presunta decadenza dell’avversario.

L’ineleganza del suo gesto tradisce, a mio avviso, un’estrema carenza di forma, dunque di pensiero il che spesso si traduce in azioni scadenti. Si è prestato ad essere interpretato come colui che non perde tempo in una cosa che reputi inutile, ma non si possono reputare inutili le persone, perché questo tradisce un’etica inaccettabile per qualcuno che aspiri a governare il Paese. Lei si è certamente giocato credibilità e professionalità con la stessa velocità con cui ha disdetto il suo impegno e spero che questo si traduca in una lezione sonora a sue spese. Lo dico non per ossequio alla “legge del taglione”, ma per forse ingenuo ottimismo: sono certa infatti che l’Italia sia un Paese di persone educate, attente, eticamente formate, portate a stare dalla parte dell’agnello, non di quella del lupo. Che tutti o prima o poi diventiamo agnello, anche lei. E grazie Musumeci, a lei che nella sera in cui è lupo, si presenta da agnello.