Iniziamo dalle piccole cose

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Come evidenziato da Angelo Panebianco, le elezioni del 4 marzo hanno decretato vincitore il partito anti società aperta per definizione: il MoVimento 5 Stelle; dal giorno delle elezioni mi pare però che stiamo rasentando l’inerzia, per non dire la vacuità.

Forse in un altro momento storico le consultazioni, le pratiche rituali, i riflettori puntati sul premier in pectore e gli ammiccamenti di Berlusconi sarebbero passati come qualcosa di ordinario, ma allo stato attuale a me sembra che si stia solo perdendo tempo e che ciò, purtroppo, porterà alla famosa montagna che partorisce un sassolino.

Insomma, azzardo: forse gli italiani cercavano novità, un cambio di pagina, un’onda nuova ma si ritroveranno a navigare in un mare piatto.

Tuttavia, nell’attuale scenario paludoso mi sono imbattuta in una semplice quanto efficace iniziativa del Corriere della Sera, ottima nei contenuti e facilmente applicabile, che voglio sottolineare per evidenziare quanto sia semplice cambiare con azioni piccole.

Il quotidiano suggerisce da qui a maggio una proposta legislativa a settimana che sia lineare, motivata e documentata in maniera esaustiva.

Nello specifico si parte dall’istruzione: si richiede il tempo pieno per le elementari, così pure per le medie e la modifica dell’orario per le scuole superiori che dovrebbero spostare la lancetta di inizio alle 9 anzichè alle 8. Il ragionamento scaturisce alla luce degli ormai studiatissimi ritmi circadiani scoperti da Jeffrey Hall, Michael Rosbash e Michael Young. Le lezioni delle scuole primarie dovrebbero svolgersi quindi al mattino, a partire dall’ora di educazione motoria (il primo giorno è il momento migliore per potenziare i fattori trofici scoperti da Rita Levi Montalcini), per proseguire fino al pomeriggio con laboratori atti a sedimentare quanto appreso nelle ore precedenti. Questo assetto verrebbe incontro alle esigenze di famiglie in cui ambedue i genitori lavorano a tempo pieno; i bimbi che escono all’ora di pranzo, purtroppo, sono spesso una preoccupazione per chi non ha nonni o babysitter. Si tratterebbe peraltro di un’ istruzione più focalizzata sull’esperienza di quanto lo sia quella attuale, nella quale gli insegnanti lavorerebbero di più certo, ma verrebbero pagati meglio.

Anche per le medie si propone il tempo pieno, che servirebbe però a fare i compiti

insieme a compagni ed insegnanti, mettendo a disposizione reciprocamente i talenti: chi è  bravo in matematica aiuta chi lo è meno e viceversa; questo consentirebbe alle famiglie ore di tranquillità e un risparmio su lezioni private e dopo scuola varii.

Infine si propone un differimento dell’inizio delle lezioni per le scuole superiori, poichè il naturale ritmo circadiano dei ragazzi li porta a riposare tardi e a svegliarsi più tardi, cosa che consente loro di dormire il sonno cosiddetto paradosso, che facilita il sedimentarsi delle nozioni apprese nelle ore precedenti. Sic et simpliciter.

Sono idee piccole che partono da dati di fatto certi e da buon senso quelle di cui l’Italia ha bisogno oggi; siamo ad un punto in cui a mio avviso non servono grandi statisti ma uomini concreti ed illuminati dalla voglia di fare bene, nel piccolo. Purtroppo mi pare ve ne siano pochi, ma dalle pagine di un giornale o dalla società civile può, a mio avviso, nascere qualcosa di meglio che non da quanti sono accecati dal prestigio personale.

Anche apparso su https://mauroleonardi.it/2018/03/25/le-lettere-gavina-masala-iniziamo-dalle-piccole-cose/ 

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Un’Italia senza padri

Schermata-2018-03-07-alle-16.25.38-1-400x450All’indomani delle elezioni italiane che il quotidiano Le Monde definisce “cataclisma” ed il Corriere della sera “onda anomala che tutto spazza via”, medito.

Sant’Ignazio di Loyola diceva che si deve “buscar Dios en todas las cosas”, dunque cerco di interpretare questo sommovimento politico alla luce di Cristo, in dialogo con lui e col suo amore per noi creature. E mi chiedo: qual è il segno di Dio in questo tempo apparentemente così sciagurato?

Lungi dal darmi per vinta nella ricerca, trovo un barlume: l’Italia è sempre stata il Paese del voto di scambio, forse più al sud che non al nord, ma l’Italiano medio ha quasi sempre votato per ottenere qualcosa in cambio.

Giustamente ricorda Gian Antonio Stella, che la Sicilia è la terra in cui si è tutti parenti pur senza esserlo, come scriveva Rabelais, da qui il clientelismo.

Ma questa volta è tutto diverso, in quanto gli italiani dicono che non ci stanno più, che non interessa più il piccolo orticello, che non interessa più dare il voto all’amico per avere il posticino di lavoro. Quello che ci dicono queste elezioni è che abbiamo bisogno di individui apparentemente liberi e con le idee chiare, magari anche un po’ esibizionisti ma scevri da logiche vecchie. Insomma, gli italiani non vogliono più un padre con tutto ciò che in positivo ed in negativo questo comporta, perchè hanno poco da chiedere, perchè sanno che nulla otterranno; e dunque preferiscono ritornare liberi. Non so se questo tipo di libertà da vecchi schemi sia raggiungibile e in virtù di quali nuove mete sia auspicabile; ma questo sembra il messaggio! Anche solo visivamente Matteo Salvini e Luigi Di Maio rimandano all’immagine di un Paese che vuole tornare a sentirsi giovane e vivo, anche se, ahimè, spesso aggressivo e con istanze ancora mal definite.

Alla parte costruttiva del mio discorso fa da chiosa una parte meno positiva e più concreta, forse, che non posso ignorare. Se è vero che queste elezioni sono state un taglio netto col passato, con tante pecche che si portava dietro, è anche vero che le prospettive offerte dalle forze vincitrici sono davvero scarse: io stessa, molto modestamente, avevo scritto quanto l’atteggiamento di Di Maio sia sempre stato improntato ad una fulgida ed esibita arroganza che poca fiducia mi ha sempre portato a riporre sulla sua figura politica.

Ora, alla mia riflessione, si aggiunge Matteo Salvini, che se ha avuto il merito di traghettare la Lega verso mete nazionali –  inaspettatamente – troppo spesso si è lasciato andare ad atteggiamenti contraddittori e politicamente scorretti, quando non frutto di demagogia. Esprimo, fin da ora e con chiarezza, scetticismo per questi risultati elettorali, ma l’esercizio proficuo da farsi, a mio avviso, è di leggere il segno dei tempi e cercare di interpretarlo sotto la luce dell’etica, ovvero della responsabilità verso l’altro, o verso il prossimo come diremmo noi cristiani. Chissà che al prossimo turno elettorale non sgorghino altre nuove figure, magari con qualche referenza e connotazione migliore: la speranza è ultima dolcissima dea!