Prospettiva a 5 stelle?

Schermata-2018-03-15-alle-10.41.55-1024x450.pngDati i risultati dell’ultima tornata elettorale, mi sono soffermata ad analizzare se questi siano dovuti al programma del MoVimento 5 stelle, scaricabile dal sito, o se invece siano espressione di altre istanze.

Vediamo alcuni capitoli essenziali delle promesse grilline come spunto di riflessione: per quanto riguarda il tema economia, riporto fedelmente quanto scritto: «misure immediate per il rilancio della piccola e media impresa sul modello francese», «ripristino dei fondi tagliati alla sanità e alla scuola pubblica con tagli alle Grandi Opere inutili come la Tav». Il  programma poi si sofferma sui capitoli del risparmio energetico e delle energie rinnovabili e chiede l’applicazione di norme già in essere, ma disattese; risulta un po’ impreciso per la verità. Passiamo al tema dei temi: il mercato del lavoro; troviamo al riguardo la proposta di abolizione della legge Biagi e quella di un «sussidio di disoccupazione garantito». Si continua con l’intento di abolire i «monopoli di fatto, e col mettere in opera «disincentivi alle aziende che generano un danno sociale (per esempio distributori di acqua in bottiglia)».

Dopo questi brevi cenni, il programma è molto più lungo per la verità, possiamo dire che esso si presta ad essere letto in molteplici modi, uno di questi è in chiave estrema: sembra infatti mirare ad abolire ingiustizie sia economiche che di principio e a tagliare con le politiche del passato; seppure tutto sia privo di argomentazioni articolate, questo si può tranquillamente evincere.

In effetti però l’unico dato di fatto è che il MoVimento ha grosse e inaspettate possibilità davanti a sé, da non sperperare: come Micromega sottolinea da tempo, in Europa ormai risultano credibili ed apprezzate solo due tipologie di politiche prive di vie intermedie. Una di queste va in favore dell’uguaglianza economica e sociale di cittadini stanchi di sperequazioni sempre più evidenti, l’altra in direzione dell’individuazione di capri espiatori, quali i migranti ad esempio. Posto che chi scrive non ritiene nè l’una nè l’altra vie buone, mi sembra un’analisi realistica e credo che Grillo & co. stiano cavalcando la prima opzione.

Ciò potrebbe avvenire anche in maniera positiva: Di Maio e gli altri potrebbero ora tranquillamente scegliere di occupare la scena da veri innovatori, proponendo a Mattarella nomi eccellenti non appartenenti all’establishment, tagliando così de facto con le vecchie logiche, andando verso quell’estremismo che i tempi richiedono e verso cui il loro programma sembra muovere, interpretandolo in maniera finalmente costruttiva. Tuttavia i nomi presentati dal MoVimento prima delle elezioni sembrano andare verso una direttrice di sostanziale mediocrità e il candidato premier sembra farsi consigliare da figure di basso calibro. La speranza però rimane: i pentastellati hanno l’occasione di incarnare un radicalismo anche buono e di associarsi a personalità sì radicali come il loro DNA richiede, ma valide e “pulite”. Servirebbero però coraggio, competenza e soprattutto umiltà. Per sgomberare il campo: chi scrive non crede in una linea estremista, tuttavia se di tinte forti la politica odierna ha bisogno, facciamo almeno che siano i colori di una tela di Kandinsky, non di un dilettante e del buono – speriamo – arriverà.

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Un’Italia senza padri

Schermata-2018-03-07-alle-16.25.38-1-400x450All’indomani delle elezioni italiane che il quotidiano Le Monde definisce “cataclisma” ed il Corriere della sera “onda anomala che tutto spazza via”, medito.

Sant’Ignazio di Loyola diceva che si deve “buscar Dios en todas las cosas”, dunque cerco di interpretare questo sommovimento politico alla luce di Cristo, in dialogo con lui e col suo amore per noi creature. E mi chiedo: qual è il segno di Dio in questo tempo apparentemente così sciagurato?

Lungi dal darmi per vinta nella ricerca, trovo un barlume: l’Italia è sempre stata il Paese del voto di scambio, forse più al sud che non al nord, ma l’Italiano medio ha quasi sempre votato per ottenere qualcosa in cambio.

Giustamente ricorda Gian Antonio Stella, che la Sicilia è la terra in cui si è tutti parenti pur senza esserlo, come scriveva Rabelais, da qui il clientelismo.

Ma questa volta è tutto diverso, in quanto gli italiani dicono che non ci stanno più, che non interessa più il piccolo orticello, che non interessa più dare il voto all’amico per avere il posticino di lavoro. Quello che ci dicono queste elezioni è che abbiamo bisogno di individui apparentemente liberi e con le idee chiare, magari anche un po’ esibizionisti ma scevri da logiche vecchie. Insomma, gli italiani non vogliono più un padre con tutto ciò che in positivo ed in negativo questo comporta, perchè hanno poco da chiedere, perchè sanno che nulla otterranno; e dunque preferiscono ritornare liberi. Non so se questo tipo di libertà da vecchi schemi sia raggiungibile e in virtù di quali nuove mete sia auspicabile; ma questo sembra il messaggio! Anche solo visivamente Matteo Salvini e Luigi Di Maio rimandano all’immagine di un Paese che vuole tornare a sentirsi giovane e vivo, anche se, ahimè, spesso aggressivo e con istanze ancora mal definite.

Alla parte costruttiva del mio discorso fa da chiosa una parte meno positiva e più concreta, forse, che non posso ignorare. Se è vero che queste elezioni sono state un taglio netto col passato, con tante pecche che si portava dietro, è anche vero che le prospettive offerte dalle forze vincitrici sono davvero scarse: io stessa, molto modestamente, avevo scritto quanto l’atteggiamento di Di Maio sia sempre stato improntato ad una fulgida ed esibita arroganza che poca fiducia mi ha sempre portato a riporre sulla sua figura politica.

Ora, alla mia riflessione, si aggiunge Matteo Salvini, che se ha avuto il merito di traghettare la Lega verso mete nazionali –  inaspettatamente – troppo spesso si è lasciato andare ad atteggiamenti contraddittori e politicamente scorretti, quando non frutto di demagogia. Esprimo, fin da ora e con chiarezza, scetticismo per questi risultati elettorali, ma l’esercizio proficuo da farsi, a mio avviso, è di leggere il segno dei tempi e cercare di interpretarlo sotto la luce dell’etica, ovvero della responsabilità verso l’altro, o verso il prossimo come diremmo noi cristiani. Chissà che al prossimo turno elettorale non sgorghino altre nuove figure, magari con qualche referenza e connotazione migliore: la speranza è ultima dolcissima dea!

Il DNA del Cristiano e la politica

Schermata-2018-01-21-alle-21.08.51Nel ‘900, con la relatività di Einstein in campo scientifico, col crollo delle ideologie totalitarie in campo politico e le due guerre mondiali a corollario, si è messa in crisi la capacità onnicomprensiva della ragione. Tutto ciò che era certo – dai confini territoriali alla nozione di tempo e molto altro ancora – non lo è stato più. Ciò ha suggerito all’uomo moderno che non tutto si può comprendere definitivamente, perchè la realtà è più forte del pensiero, lo supera sempre.

Tradotto in termini antropologici, ciò si è tradotto nell’assenza di certezze univoche per l’individuo, costretto a rivedere i valori come prodotto storico e le forme di comprensione tradizionali come inadeguate, e resosi vulnerabile. Senza l’autodifesa razionale, l’Io non ha un modello cui appellarsi e non gli resta che vivere ciò che gli si presenta davanti: il reale, così com’è, svuotandosi delle sicurezze che aveva.

Ma non è codesta la condizione in cui si è trovato Cristo fatto uomo? Cristo che rinuncia alla sua divinità per vivere come noi, non si (auto)limita ad avere a che fare con la realtà, ma in maniera nuova e del tutto specifica? A mio avviso sì. La vita è relazione, lo diciamo sempre, è politica dunque, perchè il termine sottende sia una dimensione sociale relazionale che una dimensione di spazio pubblico. Come orientarci dunque? Cito San Paolo:

E se avessi il dono della profezia
e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza,
e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne,
ma non avessi l’amore,
non sarei nulla” 

Bene, quindi? Quindi a livello politico il Cristiano non può che vivere la chenosi di Cristo praticando l’amore agapico, nostro unico, vero DNA. Il Cristiano deve farsi debole, stare con i deboli, vivere per i deboli. Per parlare chiaro e pragmaticamente, credo che i tempi della DC siano finiti e neppure debbano ricominciare: l’uomo è cambiato, ha forse gli stessi bisogni materiali ma non spirituali. Il Cristiano autentico d’oggi non si sente rappresentato in una serie di istanze propagandistamente esposte, ma chiede un impegno di verità al singolo delegato, che deve essere Cristiano in senso forte, autentico. Se dovessi votare qualcuno in quanto Cristiana vorrei si trattasse di un uomo (o donna) in carne ed ossa, capace di incarnare consapevolmente un ethos Cristiano, non un’ideologia. Il che tradotto in programmi vuol dire: attenzione al prossimo più emarginato, investire in formazione di qualità per favorire la crescita della persona, credere nel dialogo interreligioso, tenere toni bassi, evitare uno stile aggressivo e molto altro, ovviamente. In definitiva vuole dire “sporcarsi le mani” con quanto nessuno vuole fare perchè ritenuto antieconomico o poco appealing. Parliamoci chiaro, togliere una tassa o togliere le barriere architettoniche da una città come Roma – patrimonio mondiale e Cristiano per eccellenza – presume scelte di fondo molto differenti. Ancora, cosa dovrebbe chiedersi un politico cristiano? A mio avviso solo una cosa: “Come faccio a farti stare meglio?”. Abbiamo un tesoro che è quello della “logica” – paradossale – dell’amore, del servizio verso il prossimo e dovremmo rispolverarla in tutti gli ambiti per la verità, ognuno nel suo piccolo o grande che sia.

L’economia ha preso il sopravvento sulla politica. Si pensava che questo avrebbe prodotto benefici, mentre sappiamo che così non è stato; per invertire il segno dei tempi occorre leggere l’opportunità di vivere un Cristianesimo originario, improntato a quanto più ci contraddistingue, ovvero l’amore per l’altro. Questo significa farsi deboli, come Cristo? Sì, e solo con l’aiuto di Cristo lo si può fare veramente, ma solo questo c’è da fare.

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Italiano, tirati su!

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Italiani afflosciati? Cinquantunesimo rapporto CENSIS sulla situazione sociale del Paese.

Poliedrico il ritratto dell’italiano che si staglia dal Rapporto CENSIS uscito in questi giorni: l’economia è in crescita, più che in altri Stati europei, aumentano le spese per il tempo libero, ma emerge una povertà di miti e idee che hanno caratterizzato le grandi riprese economiche di cui il nostro Paese è stato protagonista, dal dopo guerra ad oggi.

Vorrei fare due osservazioni in merito: nel trattare la notizia i mass media hanno dato grande rilievo a quanto le spese per smartphone, musei, cinema, mostre e parrucchieri siano aumentate. A mio avviso leggere questi dati insieme è profondamente sbagliato e rischia di divulgare un messaggio fallace, mi spiego: spendere per uno smartphone significa spendere per una dimensione che non esiste, pagare per vivere in un mondo nel quale non c’è spazio né tempo. Pagare per una mostra significa volere capire, comprendere e vivere il proprio tempo. I due fenomeni sono profondamente diversi e come tali vanno trattati, la mia non è una crociata contro le tecnologie, che uso ma cerco di non abusare, ma un’osservazione che mi porta ad avere coraggio di sperare in un’Italia del futuro migliore: l’italiano che spende in cultura, quella con la “C” maiuscola, ha ancora il coraggio di sperare che l’uomo non sia solo carne, materia, orizzonte piano, ma che sia fatto di una dimensione spirituale che vada alimentata, viva Dio. Questo si sarebbe dovuto mettere in rilievo maggiormente, per dipingere a tratti marcati e decisi un Paese in ripresa, non solo dal punto di vista economico, ammesso che quest’ultima notizia sia vera.

Si mette poi in risalto quanto l’Italiano sia diventato povero di miti, di grandi ideologie che lo spingano in avanti, ciò a mio avviso nasconde un lato positivo ed uno negativo. Inizio dal negativo: non avere ispirazioni significa in un certo senso vivere alla giornata, tirare a campare, arrendersi, che contrasterebbe con quanto detto prima. Tuttavia sappiamo anche bene quanto le ideologie nel ‘900 abbiano nuociuto al genere umano: Comunismo e Capitalismo si sono scontrati lasciando morte e deserto interiore dietro di sé. Dunque, forse, l’Italiano è semplicemente alla ricerca di una nuova narrazione che possa ispirare la sua vita, fino ad ora troppo stretta da necessità primarie a causa della recente crisi economica, possibile questa lettura del Rapporto? Forse troppo ottimistica ma se provassimo a sospendere il giudizio, a puntare su quella cultura che sembra essere sempre più interessante, beh forse da lì potrebbe partire la vera rinascita dopo l’evo oscuro che stiamo o abbiamo vissuto. Platone lo sapeva bene: per riformare lo Stato non basta cambiare forma politica, bisogna cambiare gli intelletti, forse noi lo abbiamo compreso, inconsapevolmente.

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Heidegger e Papa Francesco

PapaFr“La tentazione di insistere è insidiosa, è moralmente lecito rinunciare all’applicazione di mezzi terapeutici, o sospenderli, quando il loro impiego non corrisponde a quel criterio etico ed umanistico che si definisce proporzionalità delle cure”. Va dritto al punto Papa Francesco nel convegno sul “fine vita” alla Pontificia Academia Pro Vita, come nel suo stile non lascia zone buie, spiega bene cosa intenda: parla di supplemento di saggezza necessario a quanti chiamati a discernere – usa bene questo termine, sulla scorta di Sant’Ignazio di Loyola – sull’opportunità o meno di proseguire con interventi terapeutici che non promuovano la salute integrale della persona; parla di proporzionalità delle cure.

Chiarissimo e chiarissimi anche i riferimenti a quanto affermato nel catechismo della Chiesa Cattolica e da Pio XII nel 1957 nonché dall’ex Sant’Uffizio nel 1980.

Heidegger, filosofo controverso, sottile e difficilissimo, si interrogò sull’essere e sul rapporto che questo ha con la tecnica. Vediamo: l’uomo per Heidegger è luogo dell’essere, l’unico essere che sa di esistere e che abbia la capacità di interrogarsi sullo stesso, di rielaborarlo, di trarre un quid che stia dietro ad ogni cosa; lo percepisce, anche se rimane come sorta di fondo oscuro ma al quale ci avviciniamo costantemente ed incessantemente. Bene, agendo attraverso la tecnica l’uomo svela l’essere, ovvero sia: se l’artigiano fa una sedia lo fa perché questa abbia uno scopo, dunque con la tecnica porta alla luce l’essere della sedia. Ma la questione nel caso dell’uomo e della tecnica può essere assai più complessa, quando non si producano solo oggetti ma ove si susciti la natura in qualcosa che altrimenti non farebbe da sé, come nel caso di farmaci o macchine o energie, per trarne un vantaggio o profitto, specifico che a quanto io ne sappia il filosofo non affrontò questioni inerenti precipuamente la medicina.

Se l’artigiano plasmando la materia dà ad essa una finalità che non avrebbe potuto essere altrimenti che quella, dall’altro c’è la tecnica moderna che attraverso la creazione di macchine, computer, medicine, mass media crea un sistema che sprigiona energie che interrogano l’essere stesso. Insomma, se costruisco una macchina che tenga in vita l’essere umano sto interpellando l’essere stesso sulla vita, sul suo senso, sul limite, sull’accettazione, e chi più ne ha più ne metta. Esattamente a questo punto, in questa riserva di significati, l’uomo perde la sua signoria sulla tecnica, non è più artigiano ma rischia di essere sopraffatto dai mezzi che crea, interpellato da essi di non saper rispondere.

Bene fa Papa Francesco a ricordare che serve un supplemento di saggezza e, soprattutto, di discernimento perché pare che se siamo diventati così bravi a creare oggetti o medicine, viva Dio, non siamo altrettanto bravi ad applicarli come e quando serva. Non che sia semplice, tutt’altro, ma ho il timore che la tendenza a vedere profitto e leggi del successo ovunque offuschi l’uomo sul suo vero essere creatura o, se si preferisce, mera unità biologica, finita. Nasciamo, viviamo e moriamo. Tutti. La sensazione che ho, però, è che viviamo per dimenticarcelo e sfuggiamo all’approfondimento che l’applicazione di certa tecnica richiede. In definitiva perdiamo il senso del reale.

La polvere sotto il tappeto

migr“Siamo orgogliosi perché non alziamo muri e non chiudiamo porti”, così esordisce il Premier Paolo Gentiloni Silveri intervenuto al meeting di Medici con l’Africa Cuamm, ad Assago alle porte di Milano, che registra tra gli altri presenti il Presidente della BCE Mario Draghi e l’ex Premier Romano Prodi. Prosegue Gentiloni: “L’unica cosa che mi viene da dire è semplicemente: grazie. Grazie a tutti voi, grazie per quello che fate e per l’esempio che date, che fa bene all’Italia, oltre che a voi stessi”.  “Date un esempio meraviglioso – aggiunge – e fate quello che credo nel corso della vita dovrebbero fare tutte le persone di buona volontà”.

Il Premier ha ragione, l’associazione Medici per l’Africa Cuamm è la prima che si occupi “della tutela e della salute delle popolazioni africane portando cure e servizi agli abitanti del Paese”, così si legge nello statuto, “sporcandosi le mani” dico io, al fianco di medici e infermieri locali; ma si tratta di un’organizzazione non governativa e immagino abbia pochi mezzi rispetto alle macro contesto.

Gentiloni, figura a mio modesto avviso ottima, conosce bene la diplomazia: discende infatti da Vincenzo Ottorino Gentiloni, noto per il Patto Gentiloni Silveri, che sancì l’ingresso dei cattolici nella vita politica italiana. Per essere buoni politici, nel senso letterale della parola, non si però “nascondere la polvere sotto il tappeto”: quella non è più politica, non dovrebbe.

Sappiamo bene infatti che sebbene trionfalisticamente il Viminale abbia annunciato un ingente calo degli sbarchi provenienti dal nord Africa, frutto dell’accordo fra la Libia di Fayez Al-Serraj e l’Italia, i dubbi sull’efficacia dell’accordo e sulle pratiche intraprese dalle milizie libiche siano tanti. Viene infatti da chiedersi cosa ne sia di quanti non sbarchino più, domanda che Emma Bonino pone dalle colonne di Repubblica, mettendo in dubbio la sinergia tra governo italiano e libico.

Pare infatti che in Libia sia incrementata l’attività dei lagher, che vengano pagate le milizie locali per non fare partire i migranti e che questi poveracci finiscano vittime di traffico d’organi, violenza, abuso e intimazione verso i familiari, costretti a pagare per avere i loro cari indietro. In effetti gli ultimi eventi: lo sbarco di ventisei donne arrivate morte a Salerno e l’ultima tragedia avvenuta a trentacinque miglia dalla Libia il sei novembre, in cui hanno perso la vita almeno cinque persone sono emblematici. Tanto più che il video dell’ultima sciagura dimostra come la Guardia costiera libica non si sia fermata nemmeno all’allarme della Marina Militare Italiana: un uomo era rimasto in acqua attaccato ad una cima della motovedetta libica, gridavano gli italiani.

Verrebbe da dire che la liaison Libia – Italia non sia così perfetta e che le istituzioni, anziché fregiarsi di numeri, avrebbero il dovere di ammettere tutte le criticità in gioco nella vicenda.

Certo che l’azione delle Ong va lodata, certo che il Premier fa bene a sottolineare quanto l’Italia spesso ob torto collo faccia in campo migratorio, ma il rischio di praticare una politica il cui sottotesto sia “ammazzatevi pure, basta che non diate fastidio” è concreto.

Gentiloni ha un substrato culturale, anche cattolico, solido e profondo e oltre a lodare le “persone di buona volontà”, bene farebbe ad ammettere quanto la situazione sia problematica, che lo stesso premier del paese africano sia troppo debole per essere valido interlocutore e a sottolineare non tanto quanti non partano più, ma quanti muoiano restando in patria.

Il primo dovere per un uomo delle istituzioni del rango del Premier è quello di esaminare la realtà in tutte le sue parti e di renderne partecipe il Paese. Questo è quello che ci si aspetta dai grandi.

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Amare

Schermata-2017-11-10-alle-12.51.58.pngCarissimo don Guidotti,

mi piacerebbe riportarla alla sublimità del servizio che presta come parroco presso la chiesa di San Domenico Savio, nella diocesi di Bologna. Lei dovrebbe annunciare la Buona Notizia: dovrebbe girare per strada col cuore gonfio di amore a gridare che Nostro Signore è morto e risorto per tutti noi in Gesù Cristo, ovvero che siamo stati salvati (Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi. [9]A maggior ragione ora, giustificati per il suo sangue, saremo salvati dall’ira per mezzo di lui. [10]Se infatti, quand’eravamo nemici, siamo stati riconciliati con Dio per mezzo della morte del Figlio suo, molto più ora che siamo riconciliati, saremo salvati mediante la sua vita.. San Paolo, Lettera ai Romani, 2, La Salvezza.). Invece spreca il suo ministero sparando invettive su una povera adolescente abusata sessualmente in un vagone di treno, dopo essersi ubriacata con gli “amici” in una notte disgraziata di novembre, qualche giorno fa. Per giunta lo fa con toni aggressivi e volgari che non si addicono a nessun Cristiano, tanto meno prete, lesinando alla poveretta la sua pietà.

Forse pesa sulle sue modalità il credo politico che professa, in nome del quale evidentemente scrive e si accende di toni polemici, esortando la malcapitata a guardarsi bene dall’accompagnarsi con un maghrebino dato che notoriamente non sono bella gente; continua scrivendo che svegliarsi seminuda era il minimo che potesse accadere alla giovane. Chiaramente non dice questo in qualità di ministro di Dio, in nome di Dio avrebbe potuto richiamare alla prudenza, all’amore e all’amicizia virtuosi, non quelli delle bevute notturne. Come Ministro di Dio avrebbe avuto mille e più argomenti per amare quell’anima ferita, perché questo sarebbe bello facesse un diacono, un servitore.

Saprà meglio di me che, in particolare dal Concilio Vaticano II e grazie a teologi quali Karl Rahner ma non solo, si parla di svolta antropologica della teologia cristiana. Rahner teorizzò che le anime fossero tutte portatrici di verità, anche quelle più lontane da Dio, le definiva animae naturaliter christianae, richiamando fonti quali Sant’Ambrogio che già parlava di battesimo del desiderio, per riferirsi a quanti non avendo ancora ricevuto il battesimo fossero comunque attratti da Dio dunque per ciò stesso salvi, seppure non parte della Chiesa.

Secondo questa “svolta”, non da tutti accettata perché poterebbe a un certo relativismo e a togliere importanza a riti e sacramenti – io non sono d’accordo ma questo è irrilevante – tutti siamo in Grazia di Dio fino al punto in cui seguiamo la nostra coscienza. In generale, se un Cristiano pecchi senza piena coscienza non ha colpa e questo è chiaro e lampante da secoli, altrimenti che senso avrebbe la riconciliazione?

In questo caso, trattandosi di una ragazza in tenerissima età è molto probabile che sia stata condizionata o plagiata e comunque che abbia seguito una coscienza non ancora ben formata, dunque scevra di colpa.

Ovviamente non è questa la sede, né io la persona che possa “assolvere” o meno la giovane vittima, che a mio parere resta tale sebbene si sia esposta a una situazione pericolosa, ma la prego a nome di tanti Cristiani che credono alla misericordia di Nostro Signore, a nome di tanti suoi “colleghi” che recuperano ladri e prostitute dai margini delle vie, recuperi la bellezza del Signore in cui crede che sa solo amare, le farà bene!

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Il lupo e l’agnello

lupagnConfesso che a vedere il teatrino Di Maio versus Renzi e il video messaggio di Berlusconi a commento delle elezioni siriane a fini propagandistici, tanto per cambiare, mi ha preso sconforto e rabbia. Ma siccome dal male nasce il bene, lo credo fermamente, incappo nella sfaccettata figura del neopresidente della Sicilia Nello Musumeci e spero ancora.

Musumeci ha studiato Scienze della comunicazione, è stato banchiere, giornalista, Presidente della Provincia, Eurodeputato, Sottosegretario al Ministero del Lavoro e via dicendo. Insomma uno che si è dato da fare, ma non è questo a colpire, quanto il timbro di persona calma, riflessiva e soprattutto sincera.

Arriva in ritardo ai festeggiamenti, con gli occhi velati di lacrime e si scusa: “Volevo avere la certezza del risultato” – dice – mentre non parla della morte del figlio ma è chiaro il riferimento quando asserisce di non riuscire a festeggiare.

Viva Dio, una persona sincera di contro a un mondo della comunicazione falsa, di chi studia come gabbare il prossimo col sorriso sulle labbra, di chi crede di doversi mostrare sempre performante, felice, sorridente, bello. E mi viene in mente il viso di Di Maio che tronfio annuncia che non avrebbe affrontato il rivale Matteo Renzi, spiegando che ormai quest’ultimo non conterebbe più nulla e che non sarebbe dunque interlocutore degno.

E mi viene da dire: ma lei, caro Di Maio, sceglie i suoi interlocutori in base a quanto contino? No perché qualcosa mi dice che lei (ed anche il suo Movimento per la verità) qualche anno fa contasse proprio poco, per gli standard da lei applicati e spero non sia incappato nello stesso trattamento che ha riservato al povero Renzi che, in questa e poche altre occasioni, suscita immensa simpatia, nel senso etimologico ed etico del termine. Renzi non è più al top, la Sinistra è in difficoltà? Bellissima figura avrebbe fatto ad affrontare il confronto, proprio in virtù della presunta decadenza dell’avversario.

L’ineleganza del suo gesto tradisce, a mio avviso, un’estrema carenza di forma, dunque di pensiero il che spesso si traduce in azioni scadenti. Si è prestato ad essere interpretato come colui che non perde tempo in una cosa che reputi inutile, ma non si possono reputare inutili le persone, perché questo tradisce un’etica inaccettabile per qualcuno che aspiri a governare il Paese. Lei si è certamente giocato credibilità e professionalità con la stessa velocità con cui ha disdetto il suo impegno e spero che questo si traduca in una lezione sonora a sue spese. Lo dico non per ossequio alla “legge del taglione”, ma per forse ingenuo ottimismo: sono certa infatti che l’Italia sia un Paese di persone educate, attente, eticamente formate, portate a stare dalla parte dell’agnello, non di quella del lupo. Che tutti o prima o poi diventiamo agnello, anche lei. E grazie Musumeci, a lei che nella sera in cui è lupo, si presenta da agnello.

Solo briciole

briciole.PNGWilly Herteleer muore nel febbraio 2015, papa Francesco ne chiede la sepoltura. Nessuno sa chi sia Willy, non fa parte del jet set, né della scena politica internazionale, ma a Piazza San Pietro era conosciuto: aveva amicizie importanti, tra cui un noto giurista rotale, che si fermava spesso a pregare con lui.

Willy era un clochard, di quelli che non mancano mai, le guardie svizzere lo avevano soprannominato l’araldo di Sant’Anna, vai a sapere perché, che differenza fa? Quello che sappiamo è che Willy era importante, al punto che il Papa ne richiese la sepoltura.

Sarebbe bello affrontassimo con questo spirito la morte delle ventisei donne migranti giunte a Salerno su nave spagnola già morte e invece ho come la sensazione che ci si sia un po’ abituati, che sia l’ennesimo sbarco cui ormai neppure i mass media diano troppo peso, meglio il viaggio di Trump in Giappone o, peggio, gli investimenti alle Cayman della regina Elisabetta, che non la morte di poveracci senza nome.

E invece a volte le briciole dicono di più dei bocconi, ci dicono che sono sbarcati duemilacinquecento migranti in tre giorni, che si sono registrate trentasette vittime recuperate da tre eventi, che vi è un numero imprecisabile di dispersi e che solo ieri a Crotone sono sbarcati trecentosettantotto persone, salvate, in un barcone fatiscente.

Le briciole ci dicono che ci sono aree del pianeta che marciscono in povertà, mentre l’altra parte naviga nello spreco infelice di risorse e di cibo. Le briciole ci dicono che tutto ciò che non porti benessere ci fa schifo, non lo vogliamo, lo evitiamo. Ma se fosse lì invece l’occasione, la vita? Papa Francesco lo sa, ecco perché chiede la sepoltura di un clochard che altrimenti chissà dove sarebbe finito: immagino lo abbia fatto cercare non vedendolo in Piazza San Pietro per qualche giorno.

Bello sarebbe che andassimo a cercare queste bricioline, il nostro prossimo, e potessimo manifestargli voglia di incontro, comprensione, compassione, integrazione. Purtroppo non possiamo influenzare il contesto macro, per quello ci sono i governi, ma tanto possiamo fare nel quotidiano, nel piccolo e dobbiamo farlo. Che poi tutti noi diventiamo briciole, o prima o poi.

Giornalisti e verità: un binomio possibile?

aristotele“Tutti gli esseri umani hanno innato desiderio di sapere”, così scriveva Aristotele nella Metafisica, aggiungendo: “Tutte le altre scienze saranno più necessarie di questa (la filosofia), ma superiore nessuna”.

Nella stessa opera, il filosofo sottolineava la specificità degli uomini nei confronti degli animali, individuata nel loro essere dotati di ragione, e l’importanza della facoltà astrattiva della ragione per raggiungere il livello della conoscenza scientifica, intesa come verità certa (episteme).

Perchè rivangare oggi lo stagirita? Mai come in questo momento i mass media sono oggetto di attenzione da parte degli ambienti più eterogenei: giovedì scorso, durante un incontro con i giornalisti, il Papa ha richiamato l’importanza di dire la verità: “La questione qui non è essere o non essere un credente. La questione qui è essere o non essere onesti con se stessi. (…) Auspico che il giornalismo sia sempre più e dappertutto uno strumento di costruzione, un fattore di bene comune, un acceleratore di processi di ricostruzione”.

In maniera molto meno rispettosa, ieri ha tuonato Beppe Grillo: “Non capiscono nulla, è una battaglia persa, sanno solo contare quanti peli ha la Raggi…”. I pentastellati sul pratone del Circo Massimo di Palermo hanno applaudito soddisfatti, quasi sbeffeggiando i numerosi giornalisti sparsi tra loro.

E’ innegabile che la professione giornalistica risenta di una crisi senza precedenti, ma è altrettanto vero che richiedere la verità rende necessarie alcuni punti che è bene non tralasciare.

Tornando ad Aristotele, egli premetteva che la verità pratica (di cui fanno parte l’etica e la filosofia) non ha e non deve avere la stessa certezza delle scienze, in quanto le premesse da cui si muove sono valide per lo più, non tout court.

Così circoscritta la questione, l’appello alla verità giornalistica si può intendere come un obbligo etico, e il metodo per confutarlo, ovvero la bussola per capire se siamo sulla giusta strada, è il seguente: si parte da premesse ritenute vere, si sviluppano le conseguenze e si verifica se queste entrino in contrasto o meno con gli endoxa, ovvero le opinioni più autorevoli e veritiere.

Oggi gli studiosi più accreditati sono portati a considerare come endoxa i princìpi contenuti nelle costituzioni degli stati democratici e le dichiarazioni internazionali, in quanto opinioni della maggioranza. Ovvero, i diritti umani (diritto alla vita, diritto all’istruzione, diritto di asilo, etc.) sono gli endoxa attuali, e tutti non fanno altro che rispettare la comune natura umana, ovvero la dignità dell’essere umano inserito in una cultura o civiltà.

Allora come commentare gli appelli differenti nella forma, ma simili nei contenuti, di Papa Francesco e Beppe Grillo all’etica della comunicazione? Tali appelli sembrano collegarsi al concetto di tutela della dignità della persona, che è qualcosa di almeno in parte opinabile. Infatti, l’etica lascia sempre un margine di interpretabilità, tuttavia ciò non vuol dire che una verità non esista.

Se si intende svolgere con dignità la professione del giornalista, e in generale del comunicatore, va dunque necessariamente posta in primo piano la tutela dei diritti e della dignità di coloro di cui si parla o scrive, senza la pretesa di esaurire un tema o una problematica in maniera incontrovertibile, ma con l’intento di descrivere la realtà rispettando il prossimo. Parola di Aristotele.

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