Giornalisti e verità: un binomio possibile?

aristotele“Tutti gli esseri umani hanno innato desiderio di sapere”, così scriveva Aristotele nella Metafisica, aggiungendo: “Tutte le altre scienze saranno più necessarie di questa (la filosofia), ma superiore nessuna”.

Nella stessa opera, il filosofo sottolineava la specificità degli uomini nei confronti degli animali, individuata nel loro essere dotati di ragione, e l’importanza della facoltà astrattiva della ragione per raggiungere il livello della conoscenza scientifica, intesa come verità certa (episteme).

Perchè rivangare oggi lo stagirita? Mai come in questo momento i mass media sono oggetto di attenzione da parte degli ambienti più eterogenei: giovedì scorso, durante un incontro con i giornalisti, il Papa ha richiamato l’importanza di dire la verità: “La questione qui non è essere o non essere un credente. La questione qui è essere o non essere onesti con se stessi. (…) Auspico che il giornalismo sia sempre più e dappertutto uno strumento di costruzione, un fattore di bene comune, un acceleratore di processi di ricostruzione”.

In maniera molto meno rispettosa, ieri ha tuonato Beppe Grillo: “Non capiscono nulla, è una battaglia persa, sanno solo contare quanti peli ha la Raggi…”. I pentastellati sul pratone del Circo Massimo di Palermo hanno applaudito soddisfatti, quasi sbeffeggiando i numerosi giornalisti sparsi tra loro.

E’ innegabile che la professione giornalistica risenta di una crisi senza precedenti, ma è altrettanto vero che richiedere la verità rende necessarie alcuni punti che è bene non tralasciare.

Tornando ad Aristotele, egli premetteva che la verità pratica (di cui fanno parte l’etica e la filosofia) non ha e non deve avere la stessa certezza delle scienze, in quanto le premesse da cui si muove sono valide per lo più, non tout court.

Così circoscritta la questione, l’appello alla verità giornalistica si può intendere come un obbligo etico, e il metodo per confutarlo, ovvero la bussola per capire se siamo sulla giusta strada, è il seguente: si parte da premesse ritenute vere, si sviluppano le conseguenze e si verifica se queste entrino in contrasto o meno con gli endoxa, ovvero le opinioni più autorevoli e veritiere.

Oggi gli studiosi più accreditati sono portati a considerare come endoxa i princìpi contenuti nelle costituzioni degli stati democratici e le dichiarazioni internazionali, in quanto opinioni della maggioranza. Ovvero, i diritti umani (diritto alla vita, diritto all’istruzione, diritto di asilo, etc.) sono gli endoxa attuali, e tutti non fanno altro che rispettare la comune natura umana, ovvero la dignità dell’essere umano inserito in una cultura o civiltà.

Allora come commentare gli appelli differenti nella forma, ma simili nei contenuti, di Papa Francesco e Beppe Grillo all’etica della comunicazione? Tali appelli sembrano collegarsi al concetto di tutela della dignità della persona, che è qualcosa di almeno in parte opinabile. Infatti, l’etica lascia sempre un margine di interpretabilità, tuttavia ciò non vuol dire che una verità non esista.

Se si intende svolgere con dignità la professione del giornalista, e in generale del comunicatore, va dunque necessariamente posta in primo piano la tutela dei diritti e della dignità di coloro di cui si parla o scrive, senza la pretesa di esaurire un tema o una problematica in maniera incontrovertibile, ma con l’intento di descrivere la realtà rispettando il prossimo. Parola di Aristotele.

Anche apparso su: https://mauroleonardi.it/2016/09/28/le-lettere-di-gavina-masala-giornalisti-e-verita-un-binomio-possibile/ e http://www.simoneventurini.com/it/giornalisti-e-verita-un-binomio-possibile/

English version here: http://www.simoneventurini.com/en/journalists-and-truth-a-possible-combination/

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Europa, possibile ricostruirla?

BrexitL’Inghilterra ha votato per l’uscita dall’Unione europea. In molti sono rimasti sorpresi, ma se si considerano la storia del Regno Unito e l’attuale inoperosità politica dell’UE, le ragioni del voto diventano più che evidenti.

Non dimentichiamo la prova di scarsa coesione che il continente sta dando nel gestire i flussi migratori e, come sottolineava Angelo Panebianco poche settimane fa, l’ulteriore minaccia che potrebbe provenire dall’elezione dell’isolazionista e protezionista Trump.
Le analisi politologiche puntano il dito sul patto sociale europeo, quanto mai atipico: un patto sociale degno di tal nome dovrebbe infatti legarci in doveri, ma anche in diritti comuni quali la sanità e l’istruzione, ma questo in Europa non è né sarà mai possibile, perchè le istituzioni nazionali caratterizzate da storie e impronte culturali differenti non abdicheranno.

Certo è che il progetto deve essere rielaborato, perchè allo stato attuale sembra esercitare sempre meno appeal; vorrei però sottolineare quanto si sia commesso, a mio avviso, un errore marchiano sul piano culturale o, come secondo Joseph Ratzinger, spirituale.
Molto razionalmente e in tempi non sospetti infatti, il papa emerito ragionava insieme al filosofo Marcello Pera su un’Europa simile a Babilonia e, tra le varie cause, additava la tiepidezza dei Cristiani, che incarnano o dovrebbero farlo, i valori fondanti del continente stesso.

Come dargli torto? Abbiamo (i cristiani) ceduto parte importante della nostra identità in nome del pluralismo, che in sé e per sé andrebbe benissimo, a patto di non rinunciare alle nostre radici, fondamento della nostra identità, e a valori quali il rispetto dell’altro, vero tesoro del Vangelo.

E’ scritta infatti nel codice genetico del cristiano la propensione verso il prossimo – simile o dissimile che sia – valore questo che se solo avessimo saputo portare nei consessi politici, avrebbe sventato molte sciagure quali Brexit, che evidentemente nasce dalla paura del diverso.

Ratzinger non vuole tanto affermare un primato culturale dei cristiani, quanto il diritto e l’impegno all’esistenza anche a livello istituzionale, il diritto e l’impegno a non spogliarsi della propria essenza in nome della political correctness, che svuota di significato i concetti, anestetizzando le coscienze.

Non si vuole nemmeno significare ingerenza negli affari di Stato, ma “il cristiano è convinto che la sua fede (…) aiuta la ragione ad essere se stessa, (…) egli può reclamare ciò che appartiene alle basi dell’umanità, accessibili alla ragione”.

Siamo invitati quindi a rispolverare la razionalità e fondamentalità del DNA europeo, necessario per contribuire a ri-costruire l’Unione.

Anche apparso su: https://mauroleonardi.it/2016/06/28/lettera-di-gavina-europa-possibile-ricostruirla/

Benedizioni a scuola: la partita si riapre

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L’anziano, depositario di saggezza e buon senso, direbbe: “una benedizione non fa male a nessuno”, ma l’uomo post-moderno sa bene che non è scontato. Poco più di un anno fa veniva proibita attraverso una sentenza del TAR la consueta benedizione pasquale nelle scuole dell’Istituto comprensivo 20 di Bologna – elementari e medie. La partita (importante) non si è chiusa lì e la sentenza è stata sospesa dal Consiglio di Stato, in attesa dell’udienza in Camera di Consiglio, prevista il 28 aprile a Roma.

Episodi come questo interrogano profondamente la società odierna circa la convivenza tra fedi e culture diverse, circa il concetto di tolleranza, di integrazione e di cultura.

Vediamo di fare ordine su alcuni punti fondamentali, su termini che usiamo spesso, senza approfondire troppo: lo Stato è laico. Vero, il principio è sancito dalla Carta costituzionale, tuttavia per laicità non dovrebbe intendersi l’espungere l’ambito religioso dalla sfera pubblica nonchè civile, atto che costituirebbe una chiara negazione della libertà di coscienza di ciascuno. Questo sarebbe laicismo, dal tratto vessatorio e contro il quale ci si potrebbe appellare con facilità.

Viviamo in una società di matrice giudaico-cristiana. E’ un dato di fatto, e volere favorire la convivenza con altre culture non dovrebbe voler dire annientare la propria. Certo, riferendoci al caso da cui siamo partiti, bambini di altre fedi non dovrebbero essere obbligati a partecipare alla benedizione, ma tale eventualità non è mai stata ventilata. Tuttavia sarebbe stato corretto metterli davanti all’evidenza di cosa sia la Pasqua cristiana, festa caratterizzante la società in cui si trovano a vivere. Rispettare gli altri significa tutelare la propria identità e mettere l’altro nella condizione di potere fare altrettanto; si può integrare solo a patto di avere un’identità e di esserne consapevoli.

Viviamo in una liberal-democrazia, il che ha delle implicazioni precise: la politica non deve intervenire nella sfera religiosa e viceversa, ma i due ambiti devono esistere, coesistere e ricercare punti di contatto. Democrazia, come sappiamo, significa governo del popolo, che si esplica nel prendere decisioni a maggioranza, ergo: se vi è una maggioranza di cristiani o di ebrei o di musulmani o di indù sarà questa ad avere peso decisionale più ponderoso rispetto alle minoranze. Non è un concetto facile da praticare proprio perchè spesso confondiamo la maggioranza con la parte che detiene la Verità. Non è così, essa può e deve decidere per favorire il buon funzionamento della società, anche sbagliando. Ciò in generale.

Integrazione: ne parliamo tutti come di un qualcosa di nobile. Ma integrare qualcuno vuol dire dargli un giusto spazio all’interno della propria cultura, e per fare ciò si deve necessariamente passare dalla conoscenza e dal rispetto per la cultura integrante.

Sì, perchè in definitiva si tratta di questo: di conoscenza e di rispetto. Nelle scuole si fa cultura, sapere cosa sia la Pasqua e perchè ad essa si associ una benedizione è un preciso dovere per chiunque viva in Italia, riservandosi ovviamente di non desiderare di festeggiare tale ricorrenza. Ma non si può pretendere di imporre un pensiero unico, neutrale, che faccia tabula rasa di un mondo, di una storia, di un amore in questo caso.

Se vogliamo dirla tutta poi il tentativo di non dare cittadinanza a Dio sembra rispondere più ad un pigrizia esistenziale che ad un sincero anelito di accoglienza. E’ tempo che l’uomo riprenda a interrogarsi sul senso profondo della propria esistenza, tanto più in un momento storico in cui esistere significa essere in relazione. Come sostenne il papa emerito nel discorso di Ratisbona del 2006. Per Joseph Ratzinger è esigenza della stessa ragione, quella del Positivismo per intendersi, interrogarsi sul senso e sui perchè le cose stiano in un certo modo e di favorire nessi che ci permettano di vivere insieme, nel rispetto reciproco.

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Tre anni di pontificato di Papa Francesco

PortaSantaBangui-1-1068x694Il Pontificato di Papa Francesco compie tre anni in pieno Giubileo della Misericordia. Ma che volto ha per Bergoglio quest’aspetto della vita cristiana? Padre Antonio Spadaro, tra le persone a lui più vicine, Direttore de La Civiltà Cattolica, ha parlato di diplomazia della misericordia e di misericordia come processo politico. Come tradurre però una categoria dello Spirito in Politica? A ben vedere sembra un ossimoro, tuttavia è proprio qui che il Santo Padre ci insegna a intendere il segno dei tempi, incarnando un’intelligenza geopolitica concreta e positiva, guidando le relazioni tra gli Stati da una posizione di “vantaggio”, quella della misericordia, appunto.

“Bergoglio non considera mai nulla e nessuno come perduto”, afferma Padre Spadaro spiegando gli intendimenti di Francesco: riapre i margini del determinismo e la Chiesa diventa così concretamente madre dei popoli, anche di quelli tradizionalmente additati come nemici. Bergoglio non manca di darci segni plastici del “suo” sentire: così è da leggere l’apertura della prima Porta Santa a Bangui, in Centrafrica, sconvolta da una strage di Cristiani avvenuta pochi giorni prima dell’inizio del Giubileo, facendo diventare la città “capitale spirituale del mondo”- come aveva dichiarato.
Sì, perchè Dio parla proprio lì, nella storia e negli eventi sia belli che brutti, ed è in quelli brutti che il suo respiro accarezza, cura, risana.

Il Papa parte dunque, va a toccare le ferite della Chiesa, non si presta a chi vuole mettere Cristiani contro Musulmani, buoni contro cattivi. No, quello è il regno dell’interesse, l’ottica del clash of civilizations ma la Chiesa è chiamata a ben altro, come ci dimostra Francesco. Così intraprende i suoi viaggi apostolici: con benevolenza, col cuore di chi non dà torto o ragione, ma di chi va incontro con apertura, con un’empatia intelligente che lo fa amare anche dai non credenti. Volendo ripercorrere alcune tappe delle sue relazioni internazionali non si può che rimanere colpiti per tanti passi compiuti: con la sua apparente semplicità, riceve il Presidente iraniano Rohani: “spero nella pace”, aveva detto Bergoglio alla fine dell’incontro, “le chiedo di pregare per me” aveva chiosato Rohani; rilascia la prima intervista storica sulla Cina e sul popolo cinese: “la Cina è una terra benedetta in molti modi e la Chiesa cattolica ha tra i suoi compiti il rispetto di tutte le civiltà. La Chiesa ha un grande potenziale nel ricevere cultura”, aveva dichiarato; primo Papa latino-americano della storia, favorisce la ripresa delle relazioni diplomatiche tra Washington e l’Avana dopo 54 anni; e poi l’incontro col Patriarca ortodosso Kirill: “con gioia ci siamo ritrovati come fratelli nella fede cristiana che si incontrano per «parlare a viva voce», da cuore a cuore, e discutere dei rapporti reciproci tra le Chiese”, si legge nella dichiarazione congiunta.

Si fa definire Papa delle periferie, a rimarcare quanto la Chiesa sia dei deboli, degli ultimi, quelli che lui va a visitare, a toccare: anziani, malati, Paesi disagiati: questi gli interlocutori di Francesco, questo il suo servizio. Così facendo il Papa sta svuotando la retorica del Cristianesimo inteso come impero, seppure del bene: non vi è più un potere buono, perchè sempre di potere si tratterebbe e porterebbe sempre a uno scontro con un nemico. No, vi è disponibilità, incontro, servizio o diaconia per dirla in termini ecclesiastici.

In questo scenario non vi è neppure spazio per una profezia di fine del mondo: come spiega Lucio Caraccio nell’editoriale dell’ultimo numero di Limes, “la geopolitica di Francesco scruta i segni oscuri dei tempi non per rassegnarvisi, ma per intenderli e, per quanto possibile, sovvertirli. La terza guerra mondiale non si sarà. Se non la vorremo”.

Interessante come Francesco sia così diventato interlocutore di un mondo, quello delle relazioni internazionali, che con lui sono appunto relazioni prima di tutto: tra persone, tra mondi e modi di interpretare. Come ci riesce? Semplicemente abbracciando lo spirito profondo della fede cristiana: “Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri. (Gv 13, 34) e ancora: “Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori (Mt 5, 44). A Papa Francesco, da buon sacerdote, interessano le persone: ecco il suo schiaffo gentile ai politici che si lasciano guidare da strategie poco lungimiranti, dimenticando di avere a che fare con uomini.

Anche apparso su: http://www.interris.it/2016/03/13/88351/posizione-in-primo-piano/schiaffog/tre-anni-di-misericordia-con-papa-francesco.html e su: https://mauroleonardi.it/2016/03/15/gavina-masala-tre-anni-di-pontificato/

Click to pray: l’app che ti permette di pregare con il Papa

fotopapaipad1-696x365Click to pray: clicca per pregare, si chiama così la piattaforma digitale per pregare secondo le intenzioni mensili del Santo Padre. L’iniziativa è stata portata avanti dall’Apostolato della preghiera, la rete mondiale di preghiera del Papa affidata ai Gesuiti, e verrà presentata a Radio Vaticana in occasione dell’evento “24 ore per il Signore”, che si terrà a Roma il 4 e 5 marzo.

Non si tratta di una novità: la piattaforma digitale esisteva già da tempo, ma era indirizzata ai giovani dell’Apostolato per la Preghiera del Portogallo. Date le migliaia di adesioni e il crescente successo, si è pensato di trasformarla in una App internazionale, per onorare la preghiera speciale in occasione del Giubileo della Misericordia.

Padre Frédéric Fornos, Direttore internazionale dell’Apostolato per la preghiera, sottolinea che non si tratta solo di un’applicazione per cellulare, ma anche per i social media, di un blog e di una newsletter. L’ app è per ora disponibile in portoghese, spagnolo, francese e inglese, ma presto lo sarà anche in italiano.

E’ un modo per aiutare i fedeli a pregare, il concetto è che “la preghiera è universale ed evangelizzatrice”, sottolinea padre Fornos. Si potrà pregare in tre distinti momenti della giornata; si riceverà una notifica che ricorda gli orari e le intenzioni, attraverso una citazione biblica o un esercizio per la nostra vita, e si potrà scrivere la propria intenzione.

Il Papa, che non perde occasione per invitare i fedeli alla preghiera in comunione con lui, si è detto contento dell’iniziativa, tanto più in questo anno giubilare. Il Pontefice infatti durante la Giornata delle Comunicazioni Sociali aveva affermato che “la comunicazione serve a creare ponti”. Questa piattaforma va in tale direzione, per aiutare tutti a pregare, anche tra i tanti impegni della giornata, creando una comunità globale unita al Papa.

Anche apparso su: http://www.interris.it/2016/03/04/87633/cronache/papa/click-to-pray-lapp-che-ti-permette-di-pregare-con-il-papa.html

Islam e Cristianesimo, alle radici del conflitto. Intervista al Prof. Massimo De Leonardis

Cristiani-e-musulmaniPer scoprire le origini di un fenomeno complesso come quello del jihad bisogna tornare alle origini dell’Islam. Una religione particolare, perché è l’unica che abbia avuto un “fondatore (Maometto ndr), che sia stato un capo militare e abbia condotto i fedeli in battaglia”. Lo spiega a Interris.it il professor Massimo De Leonardis, direttore del Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, a margine del Convegno organizzato dalla Pontificia Università Antonianum sulla testimonianza a Dio di Cristiani e Musulmani. Ogni giorno sentiamo parlare di Islam e Cristianesimo, talvolta in termini di contrapposizione, talaltra di dialogo interreligioso, ma spesso non capiamo le radici dell’attuale scenario geopolitico attuale. De Leonardis ci dà un contributo per comprendere, al di là del politicamente corretto, il rapporto tra queste due fedi.

Oggi si pensa spesso al rapporto Cristianesimo-Islam in termini conflittuali; quanto influiscono su questo la figura di Maometto, il Corano e le vicende storiche relative alla costituzione dell’Islam?

Mentre l’Islam, da subito, ha fatto ricorso alla forza per fare proselitismo, il Cristianesimo “si è diffuso nei primi tre secoli grazie al sangue dei martiri, la fede richiede un consenso volontario e non può essere imposta con la forza. La Chiesa non ha utilizzato il potere temporale come braccio per propagare la fede, ma per difendere la società cristiana contro i suoi perturbatori”. San Tommaso d’Aquino precisa che ci sono degli increduli, come i giudei e i pagani, i quali non hanno mai abbracciata la fede. E questi non si devono costringere a credere in nessuna maniera: perché credere è un atto volontario. Tuttavia i fedeli hanno il dovere di costringerli, se ne hanno la facoltà, a non impedire la fede in Cristo. Da qui l’argomento usato da molti sulla presunta violenza del Cristianesimo, storicamente esistita, ma non fondata nei testi sacri né applicata dal suo ‘fondatore’”.

L’Islam è improntato a un forte monofisismo che si presta all’interpretazione in favore della guerra santa, per diffondere il culto di Allah. Pensa che oltre a questo vi siano “rancori storici” dell’Islam rispetto al Cristianesimo e viceversa?

“Recentemente il giurista Carlo Cardia ha ricordato un episodio avvenuto durante gli infruttuosi colloqui per la firma di una convenzione tra lo Stato italiano e le comunità islamiche. Un esponente di queste ultime chiese di inserire nella relazione una dichiarazione a favore della restituzione della ex moschea di Granada. Cardia rispose ironicamente: ‘voi rivolete Granada e noi Costantinopoli’ e la cosa finì lì. Resta il fatto che non si può mettere tutto sullo stesso piano. L’espansione armata prima araba e poi turca conquistò tutta l’Africa Settentrionale, il Medio Oriente, la Spagna, la Sicilia e i Balcani. Le Crociate furono un tentativo di riconquista ed il colonialismo europeo dei secoli XIX e XX, fu dovuto a motivazioni non religiose. I francesi, ad esempio, seguivano il principio ‘il Vangelo ai coloni, il Corano agli indigeni’. Condivido pienamente quanto ha scritto recentemente Ernesto Galli della Loggia: ‘In conclusione non sembra proprio, se i fatti contano qualcosa, che gli occidentali e l’Europa abbiano qualcosa da farsi perdonare dal mondo islamico’”.

L’enciclica Pacem in terris, la prima di un papa rivolta a tutti gli uomini di buona volontà, afferma che la pace tra i popoli si fonda su verità, giustizia, amore e libertà. E’ questa una possibile chiave di lettura per cambiare la storia di conflittualità tra cristiani e musulmani?

“Il Magistero costante della Chiesa non ha mai predicato la pace a qualunque prezzo. Recentemente Joseph Ratzinger ha richiamato tale dottrina. ‘La pace e il diritto, la pace e la giustizia sono inseparabilmente interconnessi. Quando il diritto è distrutto, quando l’ingiustizia prende il potere, la pace è sempre minacciata ed è già, almeno in parte, compromessa. Certamente la difesa del diritto può e deve, in alcune circostanze, far ricorso a una forza commisurata. Un pacifismo assoluto, che neghi al diritto l’uso di qualunque mezzo coercitivo, si risolverebbe in una capitolazione davanti all’iniquità, ne sanzionerebbe la presa del potere e abbandonerebbe il mondo al diktat della violenza’. Un ‘dialogo’ sul tema della pace tra Cattolicesimo e Islam può certamente ricercarsi sulla base del principio che non bisogna uccidere in nome di Dio, ma andare oltre su un piano teologico mi pare arduo. ‘Se la pace è un dono del cielo, una grazia’, l’utilità di preghiere per la pace che accomunano rappresentanti di diverse religioni può forse essere politica o diplomatica, ma non certo avere un valore soprannaturale”.

E’ possibile e vale la pena riscoprire elementi comuni tra Cristianesimo e Islam nell’attuale mondo secolarizzato?

“In effetti, abbiamo una situazione con alcuni elementi contraddittori. Nei Paesi musulmani i cristiani sono soggetti a vari gradi di persecuzione o emarginazione, tanto da essere costretti a espatriare. Allo stesso tempo il Cattolicesimo e l’Ortodossia condividono con l’Islam la difesa di alcuni fondamenti del diritto naturale e l’opposizione ad alcune degenerazioni come appunto i rapporti sessuali tra persone dello stesso sesso. Tuttavia l’Islam ammette le pratiche anticoncezionali, ad esempio attivamente promosse in Iran, e la distruzione degli embrioni in soprannumero a fini di ricerca sulle cellule staminali, mentre la condanna dell’aborto non è per nulla totale. Ritengo quindi che in alcune sedi internazionali dove si manifesta virulento il pensiero laicista possano verificarsi convergenze tattiche tra Santa Sede e Paesi islamici in opposizione ad esso, il resto è tutto da costruire”.

Anche apparso su: http://www.interris.it/2016/02/23/86602/posizione-in-primo-piano/schiaffog/islam-e-cristianesimo-alle-radici-del-conflitto.html e su: http://www.vangeloedemocrazia.it/?p=2392

A Zanzibar Cristiani e Musulmani insieme per la pace

Cristiani-e-musulmaniL’esito delle elezioni del prossimo marzo, sarà importante per la convivenza tra musulmani e la minoranza di cristiani presenti a Zanzibar, nell’arcipelago della Tanzania. E’ monsignor Augustine Shao, vescovo di Zanzibar, a sollevare la questione della delicata tornata elettorale per eleggere le autorità locali e i rappresentanti al parlamento nazionale. Il voto precedente, il 25 ottobre, era stato annullato dopo le proteste dell’opposizione, facendo temere disordini.

Il problema principale che intravede monsignor Shao è il pericolo che un cambiamento di guardia possa turbare la convivenza tra musulmani e cristiani, già nel 2013 infatti alcuni attacchi a chiese e a religiosi hanno creato timore nella piccola comunità cristiana. “Abbiamo sempre lavorato insieme ai nostri fratelli musulmani” e aggiunge che quando le elezioni sono state annullate al primo turno, cristiani e musulmani insieme hanno lanciato un appello alle autorità locali, affinché si impegnassero ad evitare conflitti, finora si è riusciti nell’intento.

La condivisione del potere tra il Chama cha Mapinduzi, al governo nella parte continentale della Tanzania, e il Civic United Front, importante nell’arcipelago ha permesso di mantenere bassa la tensione “ma se si interromperà le prospettive potrebbero essere più pessimistiche” rivela monsignor Shao. E’ dunque necessario che i due partiti giungano ad un accordo affinché la pacifica convivenza tra musulmani e cristiani prosegua.

Anche apparso su: http://www.interris.it/2016/02/11/85525/cronache/religioni/zanzibar-cristiani-e-musulmani-lavorano-insieme-per-la-pace.html

Rafforzato l’impegno della Chiesa contro gli abusi sui minori

Gallagher_3Si è riunita nei giorni scorsi a Roma La Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori, guidata dal cardinale statunitense O’Malley, che prosegue il proprio lavoro di prevenzione della pedofilia. In una riunione durata sette giorni, la Commissione ha fatto il punto della collaborazione avviata nel 2014 per volere del Papa, con i rappresentanti della Chiesa provenienti da tutto il mondo.

Nella nota del Vaticano si legge che “gli incontri dei sei gruppi di lavoro si sono concentrati sull’ aggiornamento dei progetti correnti e sullo sviluppo e la stesura di proposte per il futuro”.

Hanno presenziato anche gruppi di lavoro esterni quali il Catholic Fund for Overseas Development ed un esperto di Diritto penale canonico. Le iniziative intraprese si svolgeranno durante tutto l’anno, particolare attenzione verrà data alla modalità per aumentare la trasparenza nei processi canonici, attraverso la partecipazione di collaboratori esterni ed all’elaborazione di un sito web per mettere in comune buone pratiche.

La nota della sala stampa vaticana riferisce che la Commissione tornerà a riunirsi a settembre 2016 con “l’obiettivo strategico di tutelare i minori nelle scuole cattoliche, richiedendo contributi di esperti di America Latina, Inghilterra e Galles”.

Questa serie di iniziative a livello mondiale sono improntate ad un’ottica della comunione dei mezzi per sradicare la pedofilia all’interno della Chiesa, e si accompagnano al recente discorso del pontefice sull’opportuna decentralizzazione rispetto alla Curia romana, definita “salutare” per la riforma della Curia stessa.

Anche apparso su: http://www.interris.it/2016/02/12/85321/cronache/religioni/rafforzato-impegno-della-chiesa-contro-gli-abusi-sui-minori.html

Il Santo Padre conferma: nel 2017 la visita in Colombia

PAPAPapa Francesco ha rilasciato l’usuale conferenza stampa in aereo prima di atterrare a Cuba, per lo storico incontro col Patriarca ortodosso russo Kirill, nel suo dodicesimo viaggio apostolico internazionale.

“Farete un viaggio impegnativo, troppo serrato, ma tanto voluto: tanto voluto dal mio fratello Cirillo, da me e anche dai messicani”, così esordisce il Pontefice con i 70 giornalisti provenienti da tutto il mondo, che lo accompagnano. Il clima è disteso, il Santo Padre rivela il desiderio di “pregare davanti alla Madonna di Guadalupe”, ricordando il miracolo dell’icona acherotipa della Madonna donata ad un umile Indi: “si studia, si studia, ma non ci sono spiegazioni umane” – ha detto Bergoglio. Ha posto così l’accento su quanto questa sia una cosa di Dio, al punto che alcuni messicani si sentono atei ma guadalupani.

E’ stata poi la decana messicana Valentina Alzrak, che segue i viaggi papali dal 1979,  a rispondere al saluto del Papa, gli ha donato un sombrero con una storia particolare: le venne infatti affidato da una famiglia messicana che lo aveva portato a Cuba, per regalarlo a Francesco durante la sua visita lo scorso settembre, senza riuscire a consegnarglielo.

Il Santo Padre esprime poi gratitudine per l’organizzatore dei viaggi papali, che lascia l’incarico per motivi di età e scherza su quanti anni il dottor Gasbarri abbia lavorato in Vaticano: “da 47 anni lavora in Vaticano, cioè è entrato quando aveva 3 o 4 anni, Lo dico perché possiamo, durante questi giorni, esprimergli la nostra gratitudine”.

Ha così presentato Mauricio Rueda Beltz, il sacerdote colombiano della Segreteria di Stato che lo sostituirà, di cui scherzosamente sottolinea l’efficienza con un modo di dire colombiano: “non è della pasta del quinto”, ha detto. Parlando poi con un giornalista colombiano, è stato confermato che nel 2017 sarà in Colombia per la firma degli accordi di pace tra governo e i ribelli delle Farc.

E’ il turno di un giornalista messicano, Noel Diaz, di rispondere al saluto: “Se non avessi fatto il lustrascarpe non avrei potuto ricevere la prima Comunione” – scherza Diaz, spiegando di venire da una famiglia povera e che se non avesse fatto il lustrascarpe non avrebbe potuto comprare il vestito per la prima comunione.

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“Imparare a vedere l’invisibile”: alla Gregoriana sei incontri su arte e misericordia

gregoriana“Imparare a vedere l’invisibile”, questo il filo rosso degli incontri sul tema arte e misericordia che partiranno il 29 febbraio alla Pontificia Università Gregoriana, tenutidai docenti del Dipartimento di Beni culturali dell’ateneo.

Il Santo Padre ha indetto il Giubileo pronunciando queste parole: “Siamo chiamati a tenere fisso lo sguardo sulla misericordia per diventare noi stessi segno efficace dell’agire del Padre”, questo il ponte che lega il ciclo di incontri programmati alla Gregoriana con l’intenzione del Papa, che sembra volerci richiamare alla tangibilità della misericordia di Dio, e alla necessità di essere allenati per riconoscerla e per diventarne segno.

Gli incontri saranno un percorso compiuto attraverso le epoche più rilevanti ed un vero pellegrinaggio, come sottolineano i promotori,  attraverso i segni della bellezza: dall’icona del Buon Pastore il 29 febbraio, all’architettura medioevale il 7 marzo, dal trionfo pittorico di Rinascimento e Barocco il 14 marzo, ai tormenti del Romanticismo il 4 aprile, passando per le modulazioni del canore del “Miserere” previsto l’11 aprile, e dai gesti che scandiscono i tempi della misericordia: lo sguardo, il cammino, l’abbraccio il 18 aprile.

“L’arte è una palestra – spiega l’ideatrice del percorso Barbara Aniello– un esercizio per acuire i sensi che, se sintonizzati verso la radice della nostra speranza, possono offrire ottimi frutti nel cammino spirituale di ogni cristiano. L’arte cristiana riesce a tradurre ossimori come vedere l’invisibile, dire l’ineffabile, percepire l’inudibile, orientando tutto il nostro essere verso il senso recondito e profondo delle cose”.

Anche apparso su: http://www.interris.it/2016/02/11/85332/cronache/cultura/85332.html