Abortite perché femmine. Le “non volute” del Montenegro.

Schermata-2017-11-22-alle-16.38.45Nezeljena significa non voluta in montenegrino, non voluta come migliaia di bambine abortite perché femmine. Nezeljena è la campagna lanciata dalla Ong montenegrina Centro per i Diritti delle Donne, che denuncia il fenomeno degli aborti selettivi nel Paese. Stando alle statistiche ed in particolare al rapporto ONU sulle popolazioni asiatiche del 2012, sarebbero state centodiciassette milioni le donne mai nate. Potrei andare avanti citando i Paesi che praticano e suggeriscono di non portare avanti la gravidanza dopo le prime ecografie che rivelino il sesso del nascituro, ma mi fermo, se stessi parlando direi che vorrei tacere un po’. Pensare.

Pensare che un fenomeno del genere deva avere delle radici profonde: nessuna donna abortirebbe a cuor leggero e chi è donna lo sa. Ipotizzo che la radice può profonda sia la povertà che renda le potenziali mamme fragili di fronte alla prospettiva di un futuro per sé e per la propria bimba ingrato, magari simile al loro presente scandito da fame, impossibilità di studiare, malattie e solitudine. Un’altra radice potrebbe rinvenirsi nell’indiscutibile androcrazia che caratterizza tutto il mondo: Paesi ricchi e non mettono solo uomini in posti di potere politico ed economico, con la conseguente diffusa mancanza di carità, di psicologismo, di cura, che pervade il mondo post moderno, che ama favorire attitudini più pratiche e orientate al profitto.

Ed ecco che il panorama fosco che tratteggiavo all’inizio non può lasciarci indifferenti o farci pensare che siano Paesi lontani lo scenario di quest’orrore, perché le precondizioni le creiamo noi, il nostro consumismo che favorisce sacche di povertà, la nostra superficialità che ci fa guardare al piccolo quotidiano fatto di minute conquiste personali a discapito di chi ci sta intorno. Possiamo negarlo? Io credo di no, mi pare evidente che stiamo andando verso una deresponsabilizzazione dell’essere umano che sempre meno accetta i limiti, che la vita stessa impone. Non voglio tuttavia strumentalizzare la questione per un ragionamento personale e preferisco limitarmi ad una piccola ulteriore considerazione: giorni fa si è riunito il Pontificio Consiglio della Cultura, sotto la presidenza del Cardinale Ravasi per trattare di questioni inerenti la genetica, le neuroscienze e l’intelligenza artificiale. In agenda la flessibilità del DNA che consentirebbe da un lato la cura per alcune malattie genetiche e dall’altro di creare esseri umani “su ordinazione”, dico io.

Mi viene da pensare che per gestire questioni di tale complessità quali “l’opportunità” o meno di avere figlie femmine in Paesi segnati dalla miseria e la potenzialità di modificare l’uomo, immagino per renderlo più intelligente e performante, richiedano una capacità di discernimento – come disse Papa Francesco pochi giorni fa riguardo alla questione del “fine vita” –  che mi domando se si possa accompagnare ad un’umanità sempre più tesa al profitto ad ogni costo. Un uomo sempre più avaro di valori, cultura, principii, sempre più volatile o, come si ama dire, liquido potrà mantenere quel criterio di proporzionalità e di benessere complessivo della persona, di cui sempre Papa Francesco ha detto?

Anche apparso su https://mauroleonardi.it/2017/11/23/le-lettere-di-gavina-masala-abortite-perche-femmine-le-non-volute-del-montenegro/

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Heidegger e Papa Francesco

PapaFr“La tentazione di insistere è insidiosa, è moralmente lecito rinunciare all’applicazione di mezzi terapeutici, o sospenderli, quando il loro impiego non corrisponde a quel criterio etico ed umanistico che si definisce proporzionalità delle cure”. Va dritto al punto Papa Francesco nel convegno sul “fine vita” alla Pontificia Academia Pro Vita, come nel suo stile non lascia zone buie, spiega bene cosa intenda: parla di supplemento di saggezza necessario a quanti chiamati a discernere – usa bene questo termine, sulla scorta di Sant’Ignazio di Loyola – sull’opportunità o meno di proseguire con interventi terapeutici che non promuovano la salute integrale della persona; parla di proporzionalità delle cure.

Chiarissimo e chiarissimi anche i riferimenti a quanto affermato nel catechismo della Chiesa Cattolica e da Pio XII nel 1957 nonché dall’ex Sant’Uffizio nel 1980.

Heidegger, filosofo controverso, sottile e difficilissimo, si interrogò sull’essere e sul rapporto che questo ha con la tecnica. Vediamo: l’uomo per Heidegger è luogo dell’essere, l’unico essere che sa di esistere e che abbia la capacità di interrogarsi sullo stesso, di rielaborarlo, di trarre un quid che stia dietro ad ogni cosa; lo percepisce, anche se rimane come sorta di fondo oscuro ma al quale ci avviciniamo costantemente ed incessantemente. Bene, agendo attraverso la tecnica l’uomo svela l’essere, ovvero sia: se l’artigiano fa una sedia lo fa perché questa abbia uno scopo, dunque con la tecnica porta alla luce l’essere della sedia. Ma la questione nel caso dell’uomo e della tecnica può essere assai più complessa, quando non si producano solo oggetti ma ove si susciti la natura in qualcosa che altrimenti non farebbe da sé, come nel caso di farmaci o macchine o energie, per trarne un vantaggio o profitto, specifico che a quanto io ne sappia il filosofo non affrontò questioni inerenti precipuamente la medicina.

Se l’artigiano plasmando la materia dà ad essa una finalità che non avrebbe potuto essere altrimenti che quella, dall’altro c’è la tecnica moderna che attraverso la creazione di macchine, computer, medicine, mass media crea un sistema che sprigiona energie che interrogano l’essere stesso. Insomma, se costruisco una macchina che tenga in vita l’essere umano sto interpellando l’essere stesso sulla vita, sul suo senso, sul limite, sull’accettazione, e chi più ne ha più ne metta. Esattamente a questo punto, in questa riserva di significati, l’uomo perde la sua signoria sulla tecnica, non è più artigiano ma rischia di essere sopraffatto dai mezzi che crea, interpellato da essi di non saper rispondere.

Bene fa Papa Francesco a ricordare che serve un supplemento di saggezza e, soprattutto, di discernimento perché pare che se siamo diventati così bravi a creare oggetti o medicine, viva Dio, non siamo altrettanto bravi ad applicarli come e quando serva. Non che sia semplice, tutt’altro, ma ho il timore che la tendenza a vedere profitto e leggi del successo ovunque offuschi l’uomo sul suo vero essere creatura o, se si preferisce, mera unità biologica, finita. Nasciamo, viviamo e moriamo. Tutti. La sensazione che ho, però, è che viviamo per dimenticarcelo e sfuggiamo all’approfondimento che l’applicazione di certa tecnica richiede. In definitiva perdiamo il senso del reale.

Solo briciole

briciole.PNGWilly Herteleer muore nel febbraio 2015, papa Francesco ne chiede la sepoltura. Nessuno sa chi sia Willy, non fa parte del jet set, né della scena politica internazionale, ma a Piazza San Pietro era conosciuto: aveva amicizie importanti, tra cui un noto giurista rotale, che si fermava spesso a pregare con lui.

Willy era un clochard, di quelli che non mancano mai, le guardie svizzere lo avevano soprannominato l’araldo di Sant’Anna, vai a sapere perché, che differenza fa? Quello che sappiamo è che Willy era importante, al punto che il Papa ne richiese la sepoltura.

Sarebbe bello affrontassimo con questo spirito la morte delle ventisei donne migranti giunte a Salerno su nave spagnola già morte e invece ho come la sensazione che ci si sia un po’ abituati, che sia l’ennesimo sbarco cui ormai neppure i mass media diano troppo peso, meglio il viaggio di Trump in Giappone o, peggio, gli investimenti alle Cayman della regina Elisabetta, che non la morte di poveracci senza nome.

E invece a volte le briciole dicono di più dei bocconi, ci dicono che sono sbarcati duemilacinquecento migranti in tre giorni, che si sono registrate trentasette vittime recuperate da tre eventi, che vi è un numero imprecisabile di dispersi e che solo ieri a Crotone sono sbarcati trecentosettantotto persone, salvate, in un barcone fatiscente.

Le briciole ci dicono che ci sono aree del pianeta che marciscono in povertà, mentre l’altra parte naviga nello spreco infelice di risorse e di cibo. Le briciole ci dicono che tutto ciò che non porti benessere ci fa schifo, non lo vogliamo, lo evitiamo. Ma se fosse lì invece l’occasione, la vita? Papa Francesco lo sa, ecco perché chiede la sepoltura di un clochard che altrimenti chissà dove sarebbe finito: immagino lo abbia fatto cercare non vedendolo in Piazza San Pietro per qualche giorno.

Bello sarebbe che andassimo a cercare queste bricioline, il nostro prossimo, e potessimo manifestargli voglia di incontro, comprensione, compassione, integrazione. Purtroppo non possiamo influenzare il contesto macro, per quello ci sono i governi, ma tanto possiamo fare nel quotidiano, nel piccolo e dobbiamo farlo. Che poi tutti noi diventiamo briciole, o prima o poi.

Giornalisti e verità: un binomio possibile?

aristotele“Tutti gli esseri umani hanno innato desiderio di sapere”, così scriveva Aristotele nella Metafisica, aggiungendo: “Tutte le altre scienze saranno più necessarie di questa (la filosofia), ma superiore nessuna”.

Nella stessa opera, il filosofo sottolineava la specificità degli uomini nei confronti degli animali, individuata nel loro essere dotati di ragione, e l’importanza della facoltà astrattiva della ragione per raggiungere il livello della conoscenza scientifica, intesa come verità certa (episteme).

Perchè rivangare oggi lo stagirita? Mai come in questo momento i mass media sono oggetto di attenzione da parte degli ambienti più eterogenei: giovedì scorso, durante un incontro con i giornalisti, il Papa ha richiamato l’importanza di dire la verità: “La questione qui non è essere o non essere un credente. La questione qui è essere o non essere onesti con se stessi. (…) Auspico che il giornalismo sia sempre più e dappertutto uno strumento di costruzione, un fattore di bene comune, un acceleratore di processi di ricostruzione”.

In maniera molto meno rispettosa, ieri ha tuonato Beppe Grillo: “Non capiscono nulla, è una battaglia persa, sanno solo contare quanti peli ha la Raggi…”. I pentastellati sul pratone del Circo Massimo di Palermo hanno applaudito soddisfatti, quasi sbeffeggiando i numerosi giornalisti sparsi tra loro.

E’ innegabile che la professione giornalistica risenta di una crisi senza precedenti, ma è altrettanto vero che richiedere la verità rende necessarie alcuni punti che è bene non tralasciare.

Tornando ad Aristotele, egli premetteva che la verità pratica (di cui fanno parte l’etica e la filosofia) non ha e non deve avere la stessa certezza delle scienze, in quanto le premesse da cui si muove sono valide per lo più, non tout court.

Così circoscritta la questione, l’appello alla verità giornalistica si può intendere come un obbligo etico, e il metodo per confutarlo, ovvero la bussola per capire se siamo sulla giusta strada, è il seguente: si parte da premesse ritenute vere, si sviluppano le conseguenze e si verifica se queste entrino in contrasto o meno con gli endoxa, ovvero le opinioni più autorevoli e veritiere.

Oggi gli studiosi più accreditati sono portati a considerare come endoxa i princìpi contenuti nelle costituzioni degli stati democratici e le dichiarazioni internazionali, in quanto opinioni della maggioranza. Ovvero, i diritti umani (diritto alla vita, diritto all’istruzione, diritto di asilo, etc.) sono gli endoxa attuali, e tutti non fanno altro che rispettare la comune natura umana, ovvero la dignità dell’essere umano inserito in una cultura o civiltà.

Allora come commentare gli appelli differenti nella forma, ma simili nei contenuti, di Papa Francesco e Beppe Grillo all’etica della comunicazione? Tali appelli sembrano collegarsi al concetto di tutela della dignità della persona, che è qualcosa di almeno in parte opinabile. Infatti, l’etica lascia sempre un margine di interpretabilità, tuttavia ciò non vuol dire che una verità non esista.

Se si intende svolgere con dignità la professione del giornalista, e in generale del comunicatore, va dunque necessariamente posta in primo piano la tutela dei diritti e della dignità di coloro di cui si parla o scrive, senza la pretesa di esaurire un tema o una problematica in maniera incontrovertibile, ma con l’intento di descrivere la realtà rispettando il prossimo. Parola di Aristotele.

Anche apparso su: https://mauroleonardi.it/2016/09/28/le-lettere-di-gavina-masala-giornalisti-e-verita-un-binomio-possibile/ e http://www.simoneventurini.com/it/giornalisti-e-verita-un-binomio-possibile/

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Europa, possibile ricostruirla?

BrexitL’Inghilterra ha votato per l’uscita dall’Unione europea. In molti sono rimasti sorpresi, ma se si considerano la storia del Regno Unito e l’attuale inoperosità politica dell’UE, le ragioni del voto diventano più che evidenti.

Non dimentichiamo la prova di scarsa coesione che il continente sta dando nel gestire i flussi migratori e, come sottolineava Angelo Panebianco poche settimane fa, l’ulteriore minaccia che potrebbe provenire dall’elezione dell’isolazionista e protezionista Trump.
Le analisi politologiche puntano il dito sul patto sociale europeo, quanto mai atipico: un patto sociale degno di tal nome dovrebbe infatti legarci in doveri, ma anche in diritti comuni quali la sanità e l’istruzione, ma questo in Europa non è né sarà mai possibile, perchè le istituzioni nazionali caratterizzate da storie e impronte culturali differenti non abdicheranno.

Certo è che il progetto deve essere rielaborato, perchè allo stato attuale sembra esercitare sempre meno appeal; vorrei però sottolineare quanto si sia commesso, a mio avviso, un errore marchiano sul piano culturale o, come secondo Joseph Ratzinger, spirituale.
Molto razionalmente e in tempi non sospetti infatti, il papa emerito ragionava insieme al filosofo Marcello Pera su un’Europa simile a Babilonia e, tra le varie cause, additava la tiepidezza dei Cristiani, che incarnano o dovrebbero farlo, i valori fondanti del continente stesso.

Come dargli torto? Abbiamo (i cristiani) ceduto parte importante della nostra identità in nome del pluralismo, che in sé e per sé andrebbe benissimo, a patto di non rinunciare alle nostre radici, fondamento della nostra identità, e a valori quali il rispetto dell’altro, vero tesoro del Vangelo.

E’ scritta infatti nel codice genetico del cristiano la propensione verso il prossimo – simile o dissimile che sia – valore questo che se solo avessimo saputo portare nei consessi politici, avrebbe sventato molte sciagure quali Brexit, che evidentemente nasce dalla paura del diverso.

Ratzinger non vuole tanto affermare un primato culturale dei cristiani, quanto il diritto e l’impegno all’esistenza anche a livello istituzionale, il diritto e l’impegno a non spogliarsi della propria essenza in nome della political correctness, che svuota di significato i concetti, anestetizzando le coscienze.

Non si vuole nemmeno significare ingerenza negli affari di Stato, ma “il cristiano è convinto che la sua fede (…) aiuta la ragione ad essere se stessa, (…) egli può reclamare ciò che appartiene alle basi dell’umanità, accessibili alla ragione”.

Siamo invitati quindi a rispolverare la razionalità e fondamentalità del DNA europeo, necessario per contribuire a ri-costruire l’Unione.

Anche apparso su: https://mauroleonardi.it/2016/06/28/lettera-di-gavina-europa-possibile-ricostruirla/

Benedizioni a scuola: la partita si riapre

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L’anziano, depositario di saggezza e buon senso, direbbe: “una benedizione non fa male a nessuno”, ma l’uomo post-moderno sa bene che non è scontato. Poco più di un anno fa veniva proibita attraverso una sentenza del TAR la consueta benedizione pasquale nelle scuole dell’Istituto comprensivo 20 di Bologna – elementari e medie. La partita (importante) non si è chiusa lì e la sentenza è stata sospesa dal Consiglio di Stato, in attesa dell’udienza in Camera di Consiglio, prevista il 28 aprile a Roma.

Episodi come questo interrogano profondamente la società odierna circa la convivenza tra fedi e culture diverse, circa il concetto di tolleranza, di integrazione e di cultura.

Vediamo di fare ordine su alcuni punti fondamentali, su termini che usiamo spesso, senza approfondire troppo: lo Stato è laico. Vero, il principio è sancito dalla Carta costituzionale, tuttavia per laicità non dovrebbe intendersi l’espungere l’ambito religioso dalla sfera pubblica nonchè civile, atto che costituirebbe una chiara negazione della libertà di coscienza di ciascuno. Questo sarebbe laicismo, dal tratto vessatorio e contro il quale ci si potrebbe appellare con facilità.

Viviamo in una società di matrice giudaico-cristiana. E’ un dato di fatto, e volere favorire la convivenza con altre culture non dovrebbe voler dire annientare la propria. Certo, riferendoci al caso da cui siamo partiti, bambini di altre fedi non dovrebbero essere obbligati a partecipare alla benedizione, ma tale eventualità non è mai stata ventilata. Tuttavia sarebbe stato corretto metterli davanti all’evidenza di cosa sia la Pasqua cristiana, festa caratterizzante la società in cui si trovano a vivere. Rispettare gli altri significa tutelare la propria identità e mettere l’altro nella condizione di potere fare altrettanto; si può integrare solo a patto di avere un’identità e di esserne consapevoli.

Viviamo in una liberal-democrazia, il che ha delle implicazioni precise: la politica non deve intervenire nella sfera religiosa e viceversa, ma i due ambiti devono esistere, coesistere e ricercare punti di contatto. Democrazia, come sappiamo, significa governo del popolo, che si esplica nel prendere decisioni a maggioranza, ergo: se vi è una maggioranza di cristiani o di ebrei o di musulmani o di indù sarà questa ad avere peso decisionale più ponderoso rispetto alle minoranze. Non è un concetto facile da praticare proprio perchè spesso confondiamo la maggioranza con la parte che detiene la Verità. Non è così, essa può e deve decidere per favorire il buon funzionamento della società, anche sbagliando. Ciò in generale.

Integrazione: ne parliamo tutti come di un qualcosa di nobile. Ma integrare qualcuno vuol dire dargli un giusto spazio all’interno della propria cultura, e per fare ciò si deve necessariamente passare dalla conoscenza e dal rispetto per la cultura integrante.

Sì, perchè in definitiva si tratta di questo: di conoscenza e di rispetto. Nelle scuole si fa cultura, sapere cosa sia la Pasqua e perchè ad essa si associ una benedizione è un preciso dovere per chiunque viva in Italia, riservandosi ovviamente di non desiderare di festeggiare tale ricorrenza. Ma non si può pretendere di imporre un pensiero unico, neutrale, che faccia tabula rasa di un mondo, di una storia, di un amore in questo caso.

Se vogliamo dirla tutta poi il tentativo di non dare cittadinanza a Dio sembra rispondere più ad un pigrizia esistenziale che ad un sincero anelito di accoglienza. E’ tempo che l’uomo riprenda a interrogarsi sul senso profondo della propria esistenza, tanto più in un momento storico in cui esistere significa essere in relazione. Come sostenne il papa emerito nel discorso di Ratisbona del 2006. Per Joseph Ratzinger è esigenza della stessa ragione, quella del Positivismo per intendersi, interrogarsi sul senso e sui perchè le cose stiano in un certo modo e di favorire nessi che ci permettano di vivere insieme, nel rispetto reciproco.

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Tre anni di pontificato di Papa Francesco

PortaSantaBangui-1-1068x694Il Pontificato di Papa Francesco compie tre anni in pieno Giubileo della Misericordia. Ma che volto ha per Bergoglio quest’aspetto della vita cristiana? Padre Antonio Spadaro, tra le persone a lui più vicine, Direttore de La Civiltà Cattolica, ha parlato di diplomazia della misericordia e di misericordia come processo politico. Come tradurre però una categoria dello Spirito in Politica? A ben vedere sembra un ossimoro, tuttavia è proprio qui che il Santo Padre ci insegna a intendere il segno dei tempi, incarnando un’intelligenza geopolitica concreta e positiva, guidando le relazioni tra gli Stati da una posizione di “vantaggio”, quella della misericordia, appunto.

“Bergoglio non considera mai nulla e nessuno come perduto”, afferma Padre Spadaro spiegando gli intendimenti di Francesco: riapre i margini del determinismo e la Chiesa diventa così concretamente madre dei popoli, anche di quelli tradizionalmente additati come nemici. Bergoglio non manca di darci segni plastici del “suo” sentire: così è da leggere l’apertura della prima Porta Santa a Bangui, in Centrafrica, sconvolta da una strage di Cristiani avvenuta pochi giorni prima dell’inizio del Giubileo, facendo diventare la città “capitale spirituale del mondo”- come aveva dichiarato.
Sì, perchè Dio parla proprio lì, nella storia e negli eventi sia belli che brutti, ed è in quelli brutti che il suo respiro accarezza, cura, risana.

Il Papa parte dunque, va a toccare le ferite della Chiesa, non si presta a chi vuole mettere Cristiani contro Musulmani, buoni contro cattivi. No, quello è il regno dell’interesse, l’ottica del clash of civilizations ma la Chiesa è chiamata a ben altro, come ci dimostra Francesco. Così intraprende i suoi viaggi apostolici: con benevolenza, col cuore di chi non dà torto o ragione, ma di chi va incontro con apertura, con un’empatia intelligente che lo fa amare anche dai non credenti. Volendo ripercorrere alcune tappe delle sue relazioni internazionali non si può che rimanere colpiti per tanti passi compiuti: con la sua apparente semplicità, riceve il Presidente iraniano Rohani: “spero nella pace”, aveva detto Bergoglio alla fine dell’incontro, “le chiedo di pregare per me” aveva chiosato Rohani; rilascia la prima intervista storica sulla Cina e sul popolo cinese: “la Cina è una terra benedetta in molti modi e la Chiesa cattolica ha tra i suoi compiti il rispetto di tutte le civiltà. La Chiesa ha un grande potenziale nel ricevere cultura”, aveva dichiarato; primo Papa latino-americano della storia, favorisce la ripresa delle relazioni diplomatiche tra Washington e l’Avana dopo 54 anni; e poi l’incontro col Patriarca ortodosso Kirill: “con gioia ci siamo ritrovati come fratelli nella fede cristiana che si incontrano per «parlare a viva voce», da cuore a cuore, e discutere dei rapporti reciproci tra le Chiese”, si legge nella dichiarazione congiunta.

Si fa definire Papa delle periferie, a rimarcare quanto la Chiesa sia dei deboli, degli ultimi, quelli che lui va a visitare, a toccare: anziani, malati, Paesi disagiati: questi gli interlocutori di Francesco, questo il suo servizio. Così facendo il Papa sta svuotando la retorica del Cristianesimo inteso come impero, seppure del bene: non vi è più un potere buono, perchè sempre di potere si tratterebbe e porterebbe sempre a uno scontro con un nemico. No, vi è disponibilità, incontro, servizio o diaconia per dirla in termini ecclesiastici.

In questo scenario non vi è neppure spazio per una profezia di fine del mondo: come spiega Lucio Caraccio nell’editoriale dell’ultimo numero di Limes, “la geopolitica di Francesco scruta i segni oscuri dei tempi non per rassegnarvisi, ma per intenderli e, per quanto possibile, sovvertirli. La terza guerra mondiale non si sarà. Se non la vorremo”.

Interessante come Francesco sia così diventato interlocutore di un mondo, quello delle relazioni internazionali, che con lui sono appunto relazioni prima di tutto: tra persone, tra mondi e modi di interpretare. Come ci riesce? Semplicemente abbracciando lo spirito profondo della fede cristiana: “Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri. (Gv 13, 34) e ancora: “Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori (Mt 5, 44). A Papa Francesco, da buon sacerdote, interessano le persone: ecco il suo schiaffo gentile ai politici che si lasciano guidare da strategie poco lungimiranti, dimenticando di avere a che fare con uomini.

Anche apparso su: http://www.interris.it/2016/03/13/88351/posizione-in-primo-piano/schiaffog/tre-anni-di-misericordia-con-papa-francesco.html e su: https://mauroleonardi.it/2016/03/15/gavina-masala-tre-anni-di-pontificato/

Click to pray: l’app che ti permette di pregare con il Papa

fotopapaipad1-696x365Click to pray: clicca per pregare, si chiama così la piattaforma digitale per pregare secondo le intenzioni mensili del Santo Padre. L’iniziativa è stata portata avanti dall’Apostolato della preghiera, la rete mondiale di preghiera del Papa affidata ai Gesuiti, e verrà presentata a Radio Vaticana in occasione dell’evento “24 ore per il Signore”, che si terrà a Roma il 4 e 5 marzo.

Non si tratta di una novità: la piattaforma digitale esisteva già da tempo, ma era indirizzata ai giovani dell’Apostolato per la Preghiera del Portogallo. Date le migliaia di adesioni e il crescente successo, si è pensato di trasformarla in una App internazionale, per onorare la preghiera speciale in occasione del Giubileo della Misericordia.

Padre Frédéric Fornos, Direttore internazionale dell’Apostolato per la preghiera, sottolinea che non si tratta solo di un’applicazione per cellulare, ma anche per i social media, di un blog e di una newsletter. L’ app è per ora disponibile in portoghese, spagnolo, francese e inglese, ma presto lo sarà anche in italiano.

E’ un modo per aiutare i fedeli a pregare, il concetto è che “la preghiera è universale ed evangelizzatrice”, sottolinea padre Fornos. Si potrà pregare in tre distinti momenti della giornata; si riceverà una notifica che ricorda gli orari e le intenzioni, attraverso una citazione biblica o un esercizio per la nostra vita, e si potrà scrivere la propria intenzione.

Il Papa, che non perde occasione per invitare i fedeli alla preghiera in comunione con lui, si è detto contento dell’iniziativa, tanto più in questo anno giubilare. Il Pontefice infatti durante la Giornata delle Comunicazioni Sociali aveva affermato che “la comunicazione serve a creare ponti”. Questa piattaforma va in tale direzione, per aiutare tutti a pregare, anche tra i tanti impegni della giornata, creando una comunità globale unita al Papa.

Anche apparso su: http://www.interris.it/2016/03/04/87633/cronache/papa/click-to-pray-lapp-che-ti-permette-di-pregare-con-il-papa.html

Islam e Cristianesimo, alle radici del conflitto. Intervista al Prof. Massimo De Leonardis

Cristiani-e-musulmaniPer scoprire le origini di un fenomeno complesso come quello del jihad bisogna tornare alle origini dell’Islam. Una religione particolare, perché è l’unica che abbia avuto un “fondatore (Maometto ndr), che sia stato un capo militare e abbia condotto i fedeli in battaglia”. Lo spiega a Interris.it il professor Massimo De Leonardis, direttore del Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, a margine del Convegno organizzato dalla Pontificia Università Antonianum sulla testimonianza a Dio di Cristiani e Musulmani. Ogni giorno sentiamo parlare di Islam e Cristianesimo, talvolta in termini di contrapposizione, talaltra di dialogo interreligioso, ma spesso non capiamo le radici dell’attuale scenario geopolitico attuale. De Leonardis ci dà un contributo per comprendere, al di là del politicamente corretto, il rapporto tra queste due fedi.

Oggi si pensa spesso al rapporto Cristianesimo-Islam in termini conflittuali; quanto influiscono su questo la figura di Maometto, il Corano e le vicende storiche relative alla costituzione dell’Islam?

Mentre l’Islam, da subito, ha fatto ricorso alla forza per fare proselitismo, il Cristianesimo “si è diffuso nei primi tre secoli grazie al sangue dei martiri, la fede richiede un consenso volontario e non può essere imposta con la forza. La Chiesa non ha utilizzato il potere temporale come braccio per propagare la fede, ma per difendere la società cristiana contro i suoi perturbatori”. San Tommaso d’Aquino precisa che ci sono degli increduli, come i giudei e i pagani, i quali non hanno mai abbracciata la fede. E questi non si devono costringere a credere in nessuna maniera: perché credere è un atto volontario. Tuttavia i fedeli hanno il dovere di costringerli, se ne hanno la facoltà, a non impedire la fede in Cristo. Da qui l’argomento usato da molti sulla presunta violenza del Cristianesimo, storicamente esistita, ma non fondata nei testi sacri né applicata dal suo ‘fondatore’”.

L’Islam è improntato a un forte monofisismo che si presta all’interpretazione in favore della guerra santa, per diffondere il culto di Allah. Pensa che oltre a questo vi siano “rancori storici” dell’Islam rispetto al Cristianesimo e viceversa?

“Recentemente il giurista Carlo Cardia ha ricordato un episodio avvenuto durante gli infruttuosi colloqui per la firma di una convenzione tra lo Stato italiano e le comunità islamiche. Un esponente di queste ultime chiese di inserire nella relazione una dichiarazione a favore della restituzione della ex moschea di Granada. Cardia rispose ironicamente: ‘voi rivolete Granada e noi Costantinopoli’ e la cosa finì lì. Resta il fatto che non si può mettere tutto sullo stesso piano. L’espansione armata prima araba e poi turca conquistò tutta l’Africa Settentrionale, il Medio Oriente, la Spagna, la Sicilia e i Balcani. Le Crociate furono un tentativo di riconquista ed il colonialismo europeo dei secoli XIX e XX, fu dovuto a motivazioni non religiose. I francesi, ad esempio, seguivano il principio ‘il Vangelo ai coloni, il Corano agli indigeni’. Condivido pienamente quanto ha scritto recentemente Ernesto Galli della Loggia: ‘In conclusione non sembra proprio, se i fatti contano qualcosa, che gli occidentali e l’Europa abbiano qualcosa da farsi perdonare dal mondo islamico’”.

L’enciclica Pacem in terris, la prima di un papa rivolta a tutti gli uomini di buona volontà, afferma che la pace tra i popoli si fonda su verità, giustizia, amore e libertà. E’ questa una possibile chiave di lettura per cambiare la storia di conflittualità tra cristiani e musulmani?

“Il Magistero costante della Chiesa non ha mai predicato la pace a qualunque prezzo. Recentemente Joseph Ratzinger ha richiamato tale dottrina. ‘La pace e il diritto, la pace e la giustizia sono inseparabilmente interconnessi. Quando il diritto è distrutto, quando l’ingiustizia prende il potere, la pace è sempre minacciata ed è già, almeno in parte, compromessa. Certamente la difesa del diritto può e deve, in alcune circostanze, far ricorso a una forza commisurata. Un pacifismo assoluto, che neghi al diritto l’uso di qualunque mezzo coercitivo, si risolverebbe in una capitolazione davanti all’iniquità, ne sanzionerebbe la presa del potere e abbandonerebbe il mondo al diktat della violenza’. Un ‘dialogo’ sul tema della pace tra Cattolicesimo e Islam può certamente ricercarsi sulla base del principio che non bisogna uccidere in nome di Dio, ma andare oltre su un piano teologico mi pare arduo. ‘Se la pace è un dono del cielo, una grazia’, l’utilità di preghiere per la pace che accomunano rappresentanti di diverse religioni può forse essere politica o diplomatica, ma non certo avere un valore soprannaturale”.

E’ possibile e vale la pena riscoprire elementi comuni tra Cristianesimo e Islam nell’attuale mondo secolarizzato?

“In effetti, abbiamo una situazione con alcuni elementi contraddittori. Nei Paesi musulmani i cristiani sono soggetti a vari gradi di persecuzione o emarginazione, tanto da essere costretti a espatriare. Allo stesso tempo il Cattolicesimo e l’Ortodossia condividono con l’Islam la difesa di alcuni fondamenti del diritto naturale e l’opposizione ad alcune degenerazioni come appunto i rapporti sessuali tra persone dello stesso sesso. Tuttavia l’Islam ammette le pratiche anticoncezionali, ad esempio attivamente promosse in Iran, e la distruzione degli embrioni in soprannumero a fini di ricerca sulle cellule staminali, mentre la condanna dell’aborto non è per nulla totale. Ritengo quindi che in alcune sedi internazionali dove si manifesta virulento il pensiero laicista possano verificarsi convergenze tattiche tra Santa Sede e Paesi islamici in opposizione ad esso, il resto è tutto da costruire”.

Anche apparso su: http://www.interris.it/2016/02/23/86602/posizione-in-primo-piano/schiaffog/islam-e-cristianesimo-alle-radici-del-conflitto.html e su: http://www.vangeloedemocrazia.it/?p=2392

A Zanzibar Cristiani e Musulmani insieme per la pace

Cristiani-e-musulmaniL’esito delle elezioni del prossimo marzo, sarà importante per la convivenza tra musulmani e la minoranza di cristiani presenti a Zanzibar, nell’arcipelago della Tanzania. E’ monsignor Augustine Shao, vescovo di Zanzibar, a sollevare la questione della delicata tornata elettorale per eleggere le autorità locali e i rappresentanti al parlamento nazionale. Il voto precedente, il 25 ottobre, era stato annullato dopo le proteste dell’opposizione, facendo temere disordini.

Il problema principale che intravede monsignor Shao è il pericolo che un cambiamento di guardia possa turbare la convivenza tra musulmani e cristiani, già nel 2013 infatti alcuni attacchi a chiese e a religiosi hanno creato timore nella piccola comunità cristiana. “Abbiamo sempre lavorato insieme ai nostri fratelli musulmani” e aggiunge che quando le elezioni sono state annullate al primo turno, cristiani e musulmani insieme hanno lanciato un appello alle autorità locali, affinché si impegnassero ad evitare conflitti, finora si è riusciti nell’intento.

La condivisione del potere tra il Chama cha Mapinduzi, al governo nella parte continentale della Tanzania, e il Civic United Front, importante nell’arcipelago ha permesso di mantenere bassa la tensione “ma se si interromperà le prospettive potrebbero essere più pessimistiche” rivela monsignor Shao. E’ dunque necessario che i due partiti giungano ad un accordo affinché la pacifica convivenza tra musulmani e cristiani prosegua.

Anche apparso su: http://www.interris.it/2016/02/11/85525/cronache/religioni/zanzibar-cristiani-e-musulmani-lavorano-insieme-per-la-pace.html