Chiara Corbella Petrillo e la domanda su Dio

cPPDa poco ho letto ed apprezzato una lettera pubblicata sul blog Come Gesù dallo scrittore Renato Pierri, che metteva in discussione la comprensione del Vangelo da parte di Chiara Corbella Petrillo.

Interessante l’immagine, ancor di più considerato che a sei anni dalla morte la diocesi di Roma ha pubblicato l’Editto che dà il via al processo di beatificazione: «La sua oblazione rimane come faro di luce della speranza, testimonianza della fede in Dio, Autore della vita, esempio dell’amore più grande della paura e della morte» – recita il comunicato stampa.

Penso che la vicenda in questione, con molte altre e come momenti storici “nullificanti” quali Auschwitz, ci rimandino alla domanda fondamentale di Giobbe, che chiede a Dio dove sia finito a fronte del suo dolore. Si può provare a rispondere con un testo di Elie Wiesel, scrittore Nobel per la pace, rinchiuso nel ghetto e poi sopravvissuto ad Auschwitz. Ne La notte, Wiesel evoca l’impiccagione di tre prigionieri tra cui un bambino, “l’angelo dagli occhi tristi”.

La notte

I tre condannati salirono insieme sulle loro seggiole. I tre colli vennero introdotti contemporaneamente nei nodi scorsi.

– Viva la libertà! – gridarono i due adulti.

Il piccolo, lui, taceva.

– Dov’è il Buon Dio? Dov’è? – domandò qualcuno dietro di me.

A un cenno del capo del campo le tre seggiole vennero tolte.

Silenzio assoluto. All’orizzonte il sole tramontava.

Scopritevi! – urlò il capo del campo. La sua voce era rauca. Quanto a noi, noi piangevamo.

– Copritevi!

Poi cominciò la sfilata. I due adulti non vivevano più. La lingua pendula, ingrossata, bluastra. Ma la terza corda non era immobile: anche se lievemente il bambino viveva ancora…

Più di una mezz’ora restò così, a lottare fra la vita e la morte, agonizzando sotto i nostri occhi. E noi dovevamo guardarlo bene in faccia. Era ancora vivo quando gli passai davanti. La lingua era ancora rossa, gli occhi non ancora spenti.

Dietro di me udii il solito uomo domandare:

Dov’è dunque Dio?

E io sentivo in me una voce che gli rispondeva:

– Dov’è? Eccolo: è appeso lì, a quella forca…

Dio è lì, in quel bambino impiccato che non rivendica, non fa nulla, perché Dio è incapace di male, nemmeno la morte stessa è male per Lui.

Allora forse Dio non è morto, come annuncia il folle di Nietzsche ne La gaia scienza, ma va ri-concettualizzato in un’esperienza di bontà infinita, una manifestazione di bene ad oltranza, paradossale ad occhio umano, incapace di vedere il male anche in una morte ingiusta.

Se così fosse, forse la giovane avrebbe capito il Vangelo più di tutti noi: semplicemente vivendo anche la morte come un bene. Perché Dio è solo bene, questo il lieto annuncio. Dunque forse non resta che fermarsi, valutare quanto ogni teologia che possiamo proferire sia una morte di Dio, la cui verità può solo essere testimoniata da un’esistenza scevra di male, come quella di Chiara.

Advertisements

La guerra e il volto dell’amore

Schermata-2018-04-17-alle-10.32.31-400x450Masa e Malaz sono due gemelline (bellissime) di sette anni, siriane; da quando sono nate hanno conosciuto solo la guerra, iniziata appunto sette anni fa.

La mamma Amani, vestita di nero nella foto, ha raccontato ad un reporter del Sunday Times i particolari dell’attacco chimico mosso, secondo le fonti ufficiali, da al-Assad: “Il gas era piccante in gola, come peperoncino, le persone intorno a me cadevano a terra”, “ho visto un medico in lacrime perchè aveva solo tre medicine per quaranta pazienti”.

Ora leggiamo Macron, gongolante, che si dipinge come regista dell’attacco USA in risposta alla sopra citata vicenda siriana e l’ambasciatrice ONU Nikki Haley che promette di “punire ancora la Russia”, parlando con Fox News.

E mi soffermo a guardare questa foto per dei minuti, ma continuerei per ore se non fosse per i bimbi e gli studi che chiamano. Tuttavia faccio in tempo a domandarmi cosa mi dicano questi volti meravigliosi: quegli occhi verdi, quei due orsetti, quella mamma reclina sulla bimba a curarla, quella postura elegante di Malaz, la piccola a destra.

Mi dicono che l’uomo, nonostante tutto, è per natura capace di andare oltre la contingenza, di trascendere se stesso per muoversi verso l’Altro: amiamo in qualunque condizione, sempre. Così ha fatto Amani, che sentito il gas ha preso per mano le gemelline, è scappata, ha cercato il marito e insieme sono fuggiti in ospedale. Così, come avrei fatto io nella sua situazione, come faccio io quando i miei bimbi non stanno bene: cerco il papà e corriamo a curarli.

Ecco, io e Amani, i miei bimbi e Masa e Malaz, siamo tutti intrinsecamente uguali e i nostri volti ci restituiscono quest’intuizione originaria. I nostri volti, infatti, spesso dimostrano quello che non riusciamo a dire, ovvero che ci costituiamo sempre nella relazione con l’altro.

Emmanuel Levinas, meraviglioso filosofo dell’etica, sosteneva che l’uomo fosse solo di fronte alla propria esistenza, tanto inalienabile quanto pesante, ma che nel rapporto con l’Altro trovasse soddisfatta quell’istanza di trascendenza altrettanto propria dell’essere umano. La foto, in definitiva, mi dice che queste tre donne si trovano obtorto collo a vivere una condizione quasi inesplicabile per quanto sia complicata, ma la vivono insieme, nell’amore che le unisce, nella solidarietà con le vittime del massacro in cui quotidianamente si trovano.

Dunque, l’umano è capace del meglio come del peggio, ma guardando il bene anche il peggio diventa migliore, per quel sentore di umanità (amore) che per essenza risiede in lui. Speriamo che Trump, Putin, al-Assad e tutti noi guardiamo bene questi tre volti: parlano di tutti loro, così come di tutti noi. Forse potranno cambiare il cuore di qualcuno.

Anche apparso su https://mauroleonardi.it/2018/04/19/le-lettere-di-gavina-masala-la-guerra-e-il-volto-dellamore/

L’incontro con l’altro, sulla soglia del divino

friendship-with-Hug-LoveSove“Il chassidismo insegna che la gioia che si prova a contatto con il mondo conduce, se la santifichiamo con tutto il nostro essere, alla gioia in Dio

Potrei sottoscrivere con convinzione quest’affermazione espressa da Martin Buber nel suo scritto Il cammino dell’uomo, splendido simposio di teologia e filosofia.

Il problema dell’uomo, di come studiarlo e interpretarlo è indubbiamente il più affascinante di tutti, poichè la peculiarità è che chi indaga è l’indagato: oggetto dell’antropologia, scienza che studia l’uomo, è infatti l’uomo stesso. Fu Kant a enunciare brillantemente che i problemi morali, gnoseologici e spirituali trovassero risposta nella definizione di uomo ma non si spinse oltre nell’indagine. Il ‘900 ci offre degli spunti preziosi, quali quelli del filosofo e teologo ebreo Martin Buber appunto, per accostarci al tema dell’umano visto non più come un oggetto da esaminare, come sostanza quale fu per Aristotele, ma come soggetto di relazioni e alle relazioni; conferendo così sia una connotazione attiva che passiva il soggetto diventa persona, trama di rapporti, esistenza.

Buber, nel tentativo di decifrare l’uomo, ci parla di esistenza dialogica, ovvero: abbiamo come prerogativa la capacità di relazionarci con l’altro, col prossimo secondo i Cristiani, ma è la natura di questa relazione ad essere speciale e a conferire sostanza e dignità all’uomo.

Possiamo infatti ravvisare almeno due modi di proporci nella sfera sociale: da un lato oggettivando chi abbiamo di fronte, ovvero indagandolo da osservatori esterni – un po’ come farebbe uno scienziato – rendendolo strumento di nostre riflessioni, quando non addirittura di calcoli personali, al fine di farne un mezzo utile al nostro percorso. Questa relazione è falsa, purtroppo agevolata dallo sviluppo delle tecnologie, che ci permettono di comunicare senza andare incontro realmente. In questa modalità non c’è uomo, non c’è umanità, non ci siamo noi. Oppure, auspicabilmente, può avvenire un incontro autentico, gratuito, non autoreferenziale, reciproco: esempio di fautori di questo secondo tipo di dialogo furono certamente Socrate e Gesù. Il primo perchè seppe usare la propria acuta intelligenza per educare gli altri ed accostarli al loro vero bene, il secondo perchè usò la Grazia del Padre per salvare l’umanità.

In queste due esperienze l’Io accetta chi ha di fronte ed ha il coraggio di incontrarlo veramente, lì dove c’è bisogno, lì dove si fa fatica ad entrare, lì dove bisogna aprirsi reciprocamente per potersi “vedere”, in un rapporto di mutualità.

Buber mette a fuoco quanto quella soglia – la chiama proprio così – in cui sostiamo per un incontro vero col prossimo, senza invaderlo, senza appropriarcene, ma solo accogliendo e donando con delicatezza, è riflesso della Grazia ed è possibile solo grazie a un rapporto con Dio improntato alla mutualità, meno asimmetrico di quanto forse siamo abituati a pensarlo.

Lo zwischen (letteralmente “tra”), soglia o interrelazione nella quale incontriamo l’altro come Dio, ovvero come ulteriorità, e Dio come l’Altro irriducibile a noi, è l’unica via per la realtà cui si arriva, a mio avviso, percependo l’indigenza di ciascuno e la reciproca ricchezza che l’uno è per l’altro. L’interrelazione con l’Altro e con Dio diventano dunque luogo in cui si esplica l’essenza dell’uomo.

Nelle parole di Buber: “Come potrebbe esistere l’uomo se Dio non ne avesse necessità? (…) Dio ha bisogno di te e tu di Dio per esistere, questo è il significato della vita”.

Questa filosofia dà luogo ad una definizione di persona molto diversa dall’individualismo, perchè la persona è nella relazione, non tanto e non solo in quella contingente, ma in quella divina, con quel “Tu eterno” che diviene precondizione per rapporti buoni, fecondi e non strumentali.

Sorge la domanda: come coltivare questo buon rapporto con Dio e col Tu che ho di fronte? Sottomettendo il proprio volere quotidiano, piccolo e minuto al Grande Volere, ovvero al desiderio di Dio. Avendo sete di Dio, mettendo questa sete a fondamento del nostro essere, rapporti interpersonali e relazione con Colui che è, saranno improntati al bene vero, che non può che essere carità, sovrabbondanza, eccedenza. Come diceva Agostino d’Ippona “ama e fa ciò che vuoi”, intendendo con ciò ravvisare l’essenza dell’uomo nella responsabilità per il bene altrui, responsabilità relazionale che riusciamo a sentire solo per Grazia.

Il cristianesimo ha un’essenza?

Schermata-2018-02-12-alle-14.07.12

Da tempo mi accompagna una domanda circa la verità, o Verità, del Cristianesimo; nelle mie poche esperienze, approfondimenti ed incontri infatti mi imbatto in quanti come me si professano Cristiani, ma pensano o dicono o fanno cose completamente differenti da me.

Allora, esiste un’essenza del Cristianesimo? Esiste un fare Cristiano? Provo a rispondermi, specialmente attraverso il meraviglioso lavoro di Adolf Von Harnack che si intitola L’essenza del Cristianesimo.

Cosa sia il Cristianesimo a livello storico è tutto sommato ben delineato: compare l’uomo storico Gesù, la sua predicazione diventa dirompente e questa viene incardinata all’interno del pensiero greco dai primi apologeti, proprio per contenerne la forza e per permetterle di non estinguersi. Il resto, tra tanti eventi controversi, è storia.

Ma il Cristianesimo è – suggerisce Harnack – fondamentalmente Gesù Cristo, il Vangelo e l’azione che questi hanno svolto sull’uomo singolo determinato nel tempo e nello spazio.

Cristo, come ogni personaggio storico, ha fatto qualcosa di grande ma soprattutto ha lasciato un’eredità, che all’interno dell’animo umano continua a germogliare da quando Egli è stato. Se è vero che le grandi personalità si distinguono per i comportamenti che suscitano in quanti li eleggono a loro signori, questo quid che risiede nella parte più spirituale e intima di noi e che ci fa agire in maniera così “atipica”, è l’essenza del Cristianesimo.

A mio avviso e con Harnack, bisogna scavare ancora un po’ per chiarire meglio una risposta alla domanda su chi sia realmente un Cristiano, sia perchè essa risiede nel profondo dell’essere, sia perchè la religione spesso diventa fatto istituzionale e politico, il che non è deprecabile in sé e per sé, ma bisogna esserne consci per evitare di attribuire a Cesare quanto è di Dio e viceversa.

Mi si conceda di mettere a fuoco a questo punto un tratto fondamentale del Cristianesimo che ci aiuta nella ricostruzione, ovvero il tono utilizzato da Gesù, che a dispetto di scribi e farisei “predicava come avendo autorità”, e cosa ha annunciato il Figlio, sulla cui predicazione autorevole si fonda il nostro credo? Il Vangelo: Il regno del Padre. Più precisamente il suo “avvento interno” – potremmo dire interiore con Sant’Agostino – per quanti abbraccino l’etica Cristiana.

Sarà allora importante capire quale sia questa etica, così essenziale al vivere una vita cristiana; ebbene, quella del primato dell’intenzione. Infatti la morale farisaica, in relazione ed in opposizione alla quale predicò il Salvatore, era zeppa di riferimenti a casi particolari, piena di rituali, era prescrittiva. Per il Cristiano la rigida legge diventa l’amore di Dio, quell’amore cui conformarsi quando si agisce, quell’amore che si riversa sulle creature tramite il Cristo per Grazia, e che esse a loro volta donano sempre per Grazia al prossimo, con carità. Il Cristianesimo è etica di carità nella sua dimensione interiore, dunque un’azione è eticamente cristiana se sinceramente prende le mosse dall’amore cristiano.

Questa è certamente la cifra del Sermone sulla montagna, in cui costantemente si fa riferimento al primato dell’intenzione in qualunque attività umana: i beati infatti non sono quanti abbiano adempiuto a dei precetti, ma quanti abbiano obbedito alla coscienza del Bene. Come sappiamo Gesù recise ogni legame col culto esterno ed ebbe parole nette di condanna per quanti facevano vacillare il prossimo sotto il peso di un ideale di bene, mandando poi offerte al tempio. In questo Egli fu nitido: l’amore Cristiano è agapico, smisurato, ha il suo scopo in sé, è puro servizio per l’altro; per ciò stesso pertiene a una dimensione nascosta e intima dell’essere. Se questo è il Cristianesimo, chi sono coloro che possono amare in questo modo così esigente? Gli umili, ovvero i beati poveri di spirito, quanti si trovino nello stato dell’anima di implorare Dio – non a caso iniziamo le preghiere con l’invocazione: “O Dio vieni presto a salvarmi” – che è il grido dell’indigente.

Questo grido che sgorga in preghiera ci porta a impetrare la Grazia, che ci rende imitazione di Cristo, nel profondo dello spirito. Dunque l’essenza del Cristianesimo è questa somiglianza, che per i tratti con cui abbiamo descritta, sembra essere sondabile solo da Dio…

Anche apparso su https://mauroleonardi.it/2018/02/16/le-lettere-gavina-masala-cristianesimo-unessenza/

Ma si può usare Dio?

Schermata-2018-01-09-alle-10.33.12.pngDa molto tempo studio, da un po’ di anni studio filosofia, da sempre “so di non sapere”, ma questo mi crea sempre meno problemi. Da diversi anni vivo nel perimetro di un’esperienza di fede cristiano-cattolica con assidua convinzione, ma da altrettanto tempo non sono più certa di cosa sia l’ortodossia, né questo ora, mi crea problema.

Mi spiego e dichiaro a priori che alla base di quanto sto per scrivere vi è uno studioso molto solido, che si è salvato dalla depressione grazie al Cristianesimo: William James, medico, filosofo e psicologo che operò a cavallo tra la fine dell’‘800 e i primi del ‘900, che ha svolto gran parte della sua carriera ad Harvard, Presidente della Society for Psychological Research nel 1894-95. James ha scritto due opere cardine in materia di analisi del fenomeno religioso, in particolare i miei studi mi hanno portata ad approfondire Le varietà dell’esperienza religiosa.

Come facilmente verificabile, non prendo a paradigma un insipiente o relativista banale, ma uno scienziato approdato alla psicologia passando per la filosofia; già dal titolo dell’opera che ho citato si desume quanto William James sia interessato a una dimensione fattiva, personale e pratica del fenomeno religioso. L’assunto di base è che l’uomo è volto per sua natura al bene, in primis personale, poi degli amati e poi della società. Chiunque, per perseguire tale bene, abbraccia delle credenze per potere compiere scelte ed agire: se non credessi di potere tornare a casa sana e salva non uscirei di casa tutte le mattine, ovviamente. Allo stesso modo pensa anche la scienza, che con la sua forma mentis empirista mira a risolvere dei problemi basandosi su degli assunti di base, assimilabili a delle credenze. Ricordiamo tutti, ad esempio, il principio di inerzia di Newton:

Un corpo mantiene il proprio stato di quiete o di moto rettilineo uniforme, finché una forza non agisce su di esso“.

Sappiamo però che questo enunciato si basa su una condizione, che un corpo possa non essere sottoposto a delle forze, dunque procedere con moto rettilineo uniforme all’infinito, che nel reale non si dà né si è mai data.

Ergo, per analizzare, capire, risolvere ed agire dobbiamo credere, e questo ci porta a imboccare strade, creativamente e fattivamente. Sappiamo bene quanto esimi scienziati, quali Galileo, Copernico, Einstein solo per citarne alcuni, abbiano sfidato il buon senso postulando tesi ritenute impensabili e quanto questo abbia portato a progressi immensi in ogni ambito.

Bene, James – lo scienziato, psicologo e filosofo – osserva che in definitiva l’uomo religioso fa lo stesso: crede per agire, per preservarsi dal male e coltivare il bene che identifica in primis nella sopravvivenza e poi nel perseguimento di quanto ritenga degno di valori.

Sorgono almeno due criticità: da un lato la possibilità di un atteggiamento dogmatico, quanto di più esecrabile per lo scienziato in oggetto, dall’altro il rischio di uno svuotamento della religione dalla sua pretesa di verità assoluta.

A questo punto è importante precisare che James intende con religione un qualunque sistema di credenze, che ci fornisca un apparato teorico – pratico sulla scorta del quale approcciare la realtà. Non mi soffermerò sulla prima criticità per necessità di brevità, ma mi interessa capire se pensare alla religione in modo pragmatista come fa il Nostro, la svuoti veramente del suo contenuto, del suo statuto ontologico. Io credo di no, affatto. J.H. Leuba si spinse a dire che nella misura in cui gli uomini possono servirsi di Dio non interessa loro del fatto che Egli esista o meno nè di chi sia. Se Dio si dimostra utile, in definitiva, l’uomo gli si affida o forse lo usa, senza indagare oltre. Leuba dirà anche “La religione è ciò che la religione fa”, va giudicata insomma in base alla sua efficacia pratica e psicologica, ovvero dalla sua capacità di perseguire la salvezza, o materiale o psicologica dell’individuo.

Mi rendo conto delle criticità di questo ragionamento, che a tratti risulta urticante e posto su terreno umbratile, ma ad un’analisi onesta non posso dire che i due studiosi siano troppo lontani da una parte di vero. La religione in effetti, penso al Cristianesimo, postula un atto di fede in un’entità non verificabile, e in cambio promette salvezza e guarigione, sia materiale che spirituale. Ma questo non equivale a dire che in definitiva non è sommamente importante capire Dio, dato che nessuno lo conosce, ma usarlo? Usarlo per salvarsi, usarlo per salvare, usarlo per amare? Quando facciamo la comunione non Gli stiamo forse chiedendo di essere un tutt’uno con Lui e con i nostri fratelli? Certo, dire che la religione risieda in un terreno psichico innato, non è scevro da implicazioni, e affermare che la bontà di una religione si giudichi dai frutti, nemmeno. Tuttavia si leggono a mio avviso degli anfratti di verità da non trascurare. Ciò ci richiama infatti alla responsabilità dell’atto pratico che scaturisce da un credo religioso, vero biglietto da visita dell’essere umano.

Allora, si può usare Dio? Perchè no, se il nostro stare bene in lui sia fecondo per la nostra vita, la protegga e la faccia fiorire; se questo comporti un atteggiamento pieno di Grazia verso l’altro, ma perchè no? Non ci chiede forse questo il “nostro” Dio, che si è fatto esperienza personale?

Anche apparso su https://mauroleonardi.it/2018/01/09/le-lettere-gavina-masala-si-puo-usare-dio/

I ragazzi e quel fuoco da accendere

A21A700D-0613-4AD3-9513-017508AEBA58

Pochi giorni fa mi sono imbattuta in un articolo particolarmente costruttivo sulla scuola e sulle tecniche di insegnamento rivolte ai ragazzi. A scrivere è un neuroscienziato, Lamberto Maffei, già presidente dell’Accademia nazionale dei Lincei, che propone “la scuola della parola”.

Maffei, dalle colonne di Avvenire, afferma quanto una scuola della parola possa forgiare la struttura dell’essere umano: il discorso infatti fa capo all’emisfero della razionalità, quello del dialogo, della riflessione, del tempo lento, quello che se adeguatamente coltivato suggerisce il pensiero prima dell’azione. Da qui l’esortazione agli insegnanti a proporre temi su cui dibattere in classe con i discenti ricordando che, come diceva Voltaire, i ragazzi non sono vasi da riempire di nozioni, ma fuochi da accendere di entusiasmo e di interesse.

In questo modo, anzichè dare un ruolo passivo all’alunno che spesso viene inondato di dogmi, gli si dà la possibilità di conquistare il suo sapere, di maturare un’opinione suffragata dal metodo e dalle conoscenze del docente.

Mi sono ritrovata a mio agio in questa proposta forse perchè ho la fortuna di studiare in un ateneo dove questo già si fa, forse perchè la descrizione del Prof. Maffei mi ha fatto ritornare all’accademia platonica, all’insegnamento tramite dialoghi che ivi si praticava e a Gesù, il maestro della Parola.

Socrate, l’educatore per eccellenza e colui che sa di non sapere, aveva intuito che conoscere non significa possedere, ma costruire, che cosa? La verità, in un dialogo continuo maestro – discepolo: in sostanza il sapere diviene una relazione, asimmetrica, che accenda una scintilla derivante da due punti di vista che si incontrano.

Imparare per i Greci significava mettere in discussione, combattere in un agone, per togliere il sapere dalla vuota opinione e farlo arrivare alla verità, che è in continuo divenire, prospettica e contingente.

Allora mi soffermo a pensare quanto l’avvento e predominio della scienza, benedetto per molti versi, ci abbia tolto il piacere per questo tipo di sapere e di argomentare, perchè vale solo ciò che è scientifico, indiscutibile.

Ma siamo sicuri? La realtà è più complessa di come il prezioso assioma scientifico ce la proponga, la maggior parte delle esperienze che viviamo sono prive di logica ma dotate di massimo senso, che va riscoperto e ridonato in ogni istante.

Un sapere “malleabile” non ci fa attaccati al nostro punto di vista, ma sempre pronti a partire per un nuovo viaggio: quello della riscoperta del significato, alla luce della relazione che si ha con l’evento e con l’Altro, sommamente importante in questa prospettiva.

Aleteia, verità in greco, si riferisce a quanto dischiudendosi dalla tenebra riconosciamo come nostro, impossibile a mio avviso non trovare un parallelismo anche con l’insegnamento cristiano, che mai deve imporre ma accogliere un’ispirazione. Gesù parlava, si ritirava in preghiera, suggeriva tramite parabole, per lasciare liberi gli uditori di abbracciare il suo messaggio o meno, tanto è vero che spesso era oggetto di domande e usava fare ottime domande, ricordiamo: “Pietro, mi ami tu?” riportata nel Vangelo di Giovanni. Il Cristiano “indottrinato” a mio avviso non può definirsi tale, dato che Cristo è stato maestro protrettico, ovvero ha suscitato dall’interno la conoscenza della Verità, parlando.

Bello sarebbe che questa “scuola della parola” proposta da Maffei venisse presa in considerazione, più di mille vuote riforme che sono sempre in agenda e che non fanno che girare intorno al problema: andiamo a scuola per imparare, per mettere in crisi idee ricevute, ma per farlo dobbiamo essere accesi di entusiasmo e riconoscere quanto ci venga insegnato come affine a noi, altrimenti il massimo piacere sarà la rimozione di quest’ultimo.

Bello che l’esortazione al dialogo, con tutta la sua fecondità di implicazioni umane, questa volta giunga da uno scienziato; la filosofia e la fede già lo sapevano…

Heidegger e Papa Francesco

PapaFr“La tentazione di insistere è insidiosa, è moralmente lecito rinunciare all’applicazione di mezzi terapeutici, o sospenderli, quando il loro impiego non corrisponde a quel criterio etico ed umanistico che si definisce proporzionalità delle cure”. Va dritto al punto Papa Francesco nel convegno sul “fine vita” alla Pontificia Academia Pro Vita, come nel suo stile non lascia zone buie, spiega bene cosa intenda: parla di supplemento di saggezza necessario a quanti chiamati a discernere – usa bene questo termine, sulla scorta di Sant’Ignazio di Loyola – sull’opportunità o meno di proseguire con interventi terapeutici che non promuovano la salute integrale della persona; parla di proporzionalità delle cure.

Chiarissimo e chiarissimi anche i riferimenti a quanto affermato nel catechismo della Chiesa Cattolica e da Pio XII nel 1957 nonché dall’ex Sant’Uffizio nel 1980.

Heidegger, filosofo controverso, sottile e difficilissimo, si interrogò sull’essere e sul rapporto che questo ha con la tecnica. Vediamo: l’uomo per Heidegger è luogo dell’essere, l’unico essere che sa di esistere e che abbia la capacità di interrogarsi sullo stesso, di rielaborarlo, di trarre un quid che stia dietro ad ogni cosa; lo percepisce, anche se rimane come sorta di fondo oscuro ma al quale ci avviciniamo costantemente ed incessantemente. Bene, agendo attraverso la tecnica l’uomo svela l’essere, ovvero sia: se l’artigiano fa una sedia lo fa perché questa abbia uno scopo, dunque con la tecnica porta alla luce l’essere della sedia. Ma la questione nel caso dell’uomo e della tecnica può essere assai più complessa, quando non si producano solo oggetti ma ove si susciti la natura in qualcosa che altrimenti non farebbe da sé, come nel caso di farmaci o macchine o energie, per trarne un vantaggio o profitto, specifico che a quanto io ne sappia il filosofo non affrontò questioni inerenti precipuamente la medicina.

Se l’artigiano plasmando la materia dà ad essa una finalità che non avrebbe potuto essere altrimenti che quella, dall’altro c’è la tecnica moderna che attraverso la creazione di macchine, computer, medicine, mass media crea un sistema che sprigiona energie che interrogano l’essere stesso. Insomma, se costruisco una macchina che tenga in vita l’essere umano sto interpellando l’essere stesso sulla vita, sul suo senso, sul limite, sull’accettazione, e chi più ne ha più ne metta. Esattamente a questo punto, in questa riserva di significati, l’uomo perde la sua signoria sulla tecnica, non è più artigiano ma rischia di essere sopraffatto dai mezzi che crea, interpellato da essi di non saper rispondere.

Bene fa Papa Francesco a ricordare che serve un supplemento di saggezza e, soprattutto, di discernimento perché pare che se siamo diventati così bravi a creare oggetti o medicine, viva Dio, non siamo altrettanto bravi ad applicarli come e quando serva. Non che sia semplice, tutt’altro, ma ho il timore che la tendenza a vedere profitto e leggi del successo ovunque offuschi l’uomo sul suo vero essere creatura o, se si preferisce, mera unità biologica, finita. Nasciamo, viviamo e moriamo. Tutti. La sensazione che ho, però, è che viviamo per dimenticarcelo e sfuggiamo all’approfondimento che l’applicazione di certa tecnica richiede. In definitiva perdiamo il senso del reale.

Buffon, eroi e cavalieri

Qualche sera fa mi è capitato di ascoltare le dichiarazioni del capitano della Nazionale Italiana Gianluigi Buffon in occasione della sconfitta dell’Italia ad opera della Svezia, costata agli Azzurri la qualificazione al Mondiale 2018.
Gigi, l’uomo che ha vinto tutto, compreso una notorietà globale e tanto affetto da parte di tifosi e non, perde la possibilità di giocare un ultimo Mondiale, ma fin qui nulla di nuovo e c’est la vie.
Eppure Buffon dà una spolverata di valore anche ai suoi ultimi attimi da capitano della Nazionale: le sue parole e lacrime per il deludente risultato aprono scenari molto più ampi di quelli di uno stadio di calcio: «Dispiace non per me, ma per il movimento – dice il numero uno della Nazionale – Abbiamo fallito qualcosa che poteva essere importante a livello sociale. Questo è l’unico rammarico che ho, perché il tempo passa ed è tiranno ed è giusto che sia così. Dispiace che la mia ultima gara sia coincisa con l’eliminazione dal Mondiale».
Poi, il commiato definitivo: «Futuro del calcio italiano? C’è, perché noi abbiamo forza. Donnarumma, Perin e gli altri non mi faranno rimpiangere. Un abbraccio a tutti quelli che mi hanno sostenuto»
Come non volare verso quella che i Greci chiamavano aretè, ovvero la virtù, che diventerà poi la paideia o cultura ellenica, ripresa dall’Umanesimo, da tanta parte della civiltà germanica nonchè concetto su cui la filosofia ha lavorato e lavora tanto?
Alcuni saranno già saltati sulla seggiola a leggere di un calciatore associato a cotanto patrimonio intellettuale ma vediamo, per quanto possibile, cosa sia questa aretè. Sappiamo che l’uomo greco era zoon politikon: il singolo, spiccatamente fino al quarto secolo, traeva la sua essenza dal vivere in un contesto politico, in una comunità – la polis – ove si discuteva, si domandava, si imparava, si faceva ginnastica, in definitiva si viveva. Per dare una dimensione, il campo di azione di Socrate erano i ginnasii, ovvero le palestre. Ciò detto, si contraddistingueva come aristos, ovvero virtuoso e valente in Omero, colui che aveva la forza fisica e l’intelligenza – doti estremamente relate – di fare qualcosa, di compiere un dovere e il naturale risultato di ciò era di ricavarne stima e riconoscimento sociale.
Inoltre, sempre dai poemi di Omero, ma anche dalla più tarda filosofia, apprendiamo che il bello, kalon, è un valore ovvero è un bello ideale che contrasta con termini quali piacevole e utile. Il supremo sentimento dell’amicizia era kalon poichè si basava non tanto su una stima personale quanto su una simpatia per l’umano in generale, era l’ammirazione per quanto di umano vi fosse nel singolo e un rispetto per il valore di quest’ultimo.
Infine la bellezza esteriore, quando riferita ad un uomo, era riflesso di quanto questo ideale venisse incarnato: non esisteva bellezza che non si accompagnasse a virtù.
Bene, siamo ancora lontani da Buffon? Non mi pare, sembra invece che le ultime dichiarazioni del capitano siano una gloriosa chiosa emblema del suo valore umano. La sua attenzione all’Italia, il senso di responsabilità per un obiettivo non raggiunto, che avrebbe potuto essere importante per tutti, gli amici che gli daranno seguito; ecco che si staglia una meravigliosa figura di quarant’enne a metà tra un valente eroe greco e un cavaliere che accetta onori e oneri, che passa volentieri il testimone della propria bravura ai compagni.
Dunque perché no? Un calciatore può diventare manifestazione di quanto di più nobile l’essere umano possa incarnare, ovvero la virtù ed il valore dell’umano che i Greci ci hanno tramandati e di cui il Cristianesimo ha fatto tesoro. Bravo ancora una volta, soprattutto questa volta Gigi, che vince meritando la dignità di un eroe cavaliere.

Anche apparso su https://mauroleonardi.it/2017/11/18/le-lettere-di-gavina-masala-buffon-eroi-e-cavalieri/

Né con speranza né con timore

sunset-1997643_960_720Alessio il Sinto, Mario Seferovic nella realtà, è un ragazzo bosniaco di vent’anni nato a Napoli, Rom, residente nel campo nomadi di via Salone a Roma, che un bruttissimo e nefasto giorno decide, insieme all’amico Maikon Bilomante Halovic, di violentare due ragazzine di quattordici anni conosciute su Facebook.

Le responsabilità sono tante, di tanti, l’elenco è veramente lungo: Roma è una città abbandonata, alla faccia di quanto cerchi di affermare il Prefetto Paola Basilone che assicura in preparazione un nuovo “piano sicurezza”. Attualmente la città è degradata, sporca e questo favorisce degenerazione ad alti livelli. Non ammetterlo è penoso e colpevole. I parchi sono terra di nessuno ed io, mamma di due bimbi in tenerissima età, non li porto mai volentieri. Il web, che è una possibilità di conoscenza, ma che va saputo utilizzare e soprattutto che deve rimanere strumento, non fine. Ma le due ragazze erano veramente troppo giovani per potere fare questo distinguo, e si sono trovate impantanate in qualcosa che non hanno saputo gestire, appena uscite dall’età dei giochi. I campi rom, realtà che nasconde sacche di delinquenza della più deteriore, le autorità tollerano e le forze dell’ordine non sono un numero tale da potere controllare quanto vi avvenga. I genitori? Beh, sebbene Maria Latella dalle colonne del Messaggero di ieri lo faccia, con motivazioni più che valide a mio avviso, proprio non me la sento di puntare il dito contro di loro. Certo, avrebbero dovuto e potuto controllare, magari lo hanno fatto senza esito o magari non lo hanno fatto perché lavorano troppo o semplicemente non sanno farlo. Chissà. Sta di fatto che sono vittime loro, in un certo senso al pari delle figlie.

Purtroppo insomma, con concorso di cause e di colpe, è avvenuto quanto non dovrebbe mai avvenire, e da qualcosa di positivo si deve ripartire. Per ricostruire, in primis la vita di queste due giovanissime e delle loro famiglie.

Mi commuove molto pensare che il papà di una delle due le abbia aiutate a identificare l’energumeno autore dello stupro, cercando delle foto da fornire ai carabinieri. Altrettanto mi commuove pensare al blitz delle forze dell’ordine nel campo Rom in cui alloggiava il figuro: pare sia l’anticamera dell’inferno, dove odore mefitico e facce omertose abbiano “accolto” i carabinieri, biascicando di non sapere nulla. Immagino non sia stato semplice, neppure per loro, che lo fanno di mestiere.

Questa è la realtà: che accanto alla melma cresce il buono, che potrà togliere le due vittime dal pattume in cui sono state gettate. E’ vero tutto: l’immigrazione va gestita meglio, i genitori sono poco presenti, le tecnologie hanno risvolti imprevedibili ed atroci, le città sono abbandonate, nessuno si assume la responsabilità di quanto accade e potrei andare avanti.

Ma proviamo per queste incolpevoli a non dare colpe ed a partire dal buono: dalla vicinanza con le loro famiglie che potranno sperimentare, dall’aiuto che potranno ricevere e che stanno già ricevendo, da quanto – purtroppo – la loro storia potrà fare riflettere altri adolescenti che saranno portati a pensarci prima di conoscere il fidanzatino della chat.

Certo, è troppo poco per voi che non c’entravate nulla, pagate un fio davvero troppo oneroso, ma puntare il dito questa volta sarebbe fuori luogo, credo. Che la società, che tanta colpa ha in casi come questo, si assuma la responsabilità di curare le due piccole anime. E forza, ragazze, “né con speranza né con timore” – dicevano i latini – che la realtà la contemplavano, la conoscevano.

Anche apparso su https://mauroleonardi.it/2017/11/05/le-lettere-di-gavina-masala-etica-del-limite/

Etica del limite

IMG_6668Premetto che scrivere di disforia di genere mi interpella profondamente, che non sono né medico né psicologo, ma che vorrei provare a ragionare.

La disforia di genere è quel disturbo per il quale una persona, spesso anche un bambino molto piccolo, non si riconosce nel proprio genere biologico, indipendentemente dal proprio orientamento sessuale che, spesso, non è ancora stato maturato, ove si tratti di individui molto giovani.

Ieri su RAI2 è stato mandato in onda un servizio che ha avuto, a mio modesto avviso, il merito di dare visibilità al tema in questione, e le interviste ai genitori che raccontano quanto vivano in famiglia, affiancando i loro bimbi in difficoltà, sono state delicate e chiarificatrici.

Posto che il fenomeno esiste, che viene diagnosticato e catalogato fra i disturbi mentali, mi è meno chiaro invece con quali esiti ed eventuali controindicazioni si intraprendano delle cure certamente molto invasive, fino ad arrivare alla sostituzione degli organi biologici.

Se è vero che cercare un rimedio ad un disturbo sia meritorio e doveroso, ciò non va fatto a qualunque costo né, si spera, per promuovere o legittimare altre ideologie quali quella del gender, peraltro impropriamente perché con questi casi non ha nulla a che fare.

Purtroppo invece ho la sensazione che, se sicuramente esistano medici e psicologi encomiabili che seguano le famiglie in questi lunghi e dolorosi percorsi, esistano pure correnti di pensiero che se ne servano per legittimare quanto non possa essere legittimato, ovvero che il sesso sia un’opzione, il risultato di una scelta. Questo è un discorso profondamente diverso.

Nascere maschi piuttosto che femmine è un dato biologico, di fatto, e se esistono casi di disturbo che prescindano da un orientamento sessuale questo merita attenzione, cura e amore ma non necessariamente credo questo deva legarsi con ideologie né con uno sminuire il dolore delle famiglie di questi ragazzi. La psicologa interpellata dalla trasmissione ha detto di lavorare con i genitori per fare loro accettare il disturbo dei figli, il che è meraviglioso, ma che in buona sostanza non ci si deve fare bloccare dal pregiudizio del vicino di casa.

Giusto? Sono scettica. Problematizzare una tale situazione è il minimo che si possa fare e comprendere un genitore che se ne vergogni, altrettanto. Certo che prevale il diritto del fanciullo alla serenità, ma tutti siamo esseri umani e partiamo da dei dati, naturali, che quando si alterano purtroppo creano grande sofferenza. Questo anche nel caso di una Sindrome di Down, ad esempio. Sofferenza punto e basta. Perché rifiutarla? Il negativo fa parte inevitabilmente del vivere autentico.

Inoltre, il rischio che tali situazioni, malattie, diventino viatico per una giustificazione di altro è reale e disgustoso. Credo ci sia un’etica del limite, che imponga di accettare le cose per quello che sono, le malattie per quello che sono, senza spingersi oltre per soddisfare altre istanze, frutto di interpretazione più che di necessità. Insomma, un disforico è un paziente, da non mettere sullo stesso piano di un transgender – che è un’altra realtà, meritoria di attenzione. Il politicamente corretto di certe voci che mirano a togliere significato ed eccezionalità ad eventi seri e peculiari non è positivo per chi si trova nel cuore di situazioni come queste. Credo.

Anche apparso su https://mauroleonardi.it/2017/11/06/le-lettere-di-gavina-masala-ne-con-speranza-ne-con-timore/