Ricette per la crescita

growLa ricetta per l’Italia? ”Semplificare la procedura per aprire un’azienda e ridurre la burocrazia”, parola di John Bruton, l’ex premier irlandese che nel triennio ‘94-’97 ha lanciato il suo Paese verso un tasso di crescita medio annuo dell’11%, invidia di tutta l’Eurozona. Bruton parla a seguito del caso Apple: è di questi giorni infatti la notizia dell’intenzione della Commissione europea di tassare retroattivamente l’azienda che avrebbe goduto di un cosiddetto «ruling», una condizione ad hoc che permette di pagare meno, arrivando ad un’aliquota di appena lo 0,005 per cento.

I vertici della Apple si affrettano a smentire e a dipingere il colosso americano come uno dei più grandi contribuenti al mondo, ma il punto più interessante è la difesa da parte delle istituzioni irlandesi dell’azienda stessa. Eh sì: “nessuno si azzardi a tassare retroattivamente”, sembrano dire in un coro unanime.

Sempre Bruton afferma che la vicenda potrebbe tradursi in un boomerang per l’Europa intera, che finirebbe per attrarre meno investimenti, apparendo come un’area in cui la certezza del diritto non è garantita. Se l’Irlanda ha ripreso una crescita a due cifre in un breve periodo lo si deve ad un regime fiscale conveniente e prevedibile nel lungo periodo, si pensi che per aprire un’attività basta compilare un form online e versare 100 Euro (!).
Il successo irlandese consiste in regole chiare e certe, cui si possa fare riferimento senza venire fagocitati dalla burocrazia.

E qua mi permetto una considerazione da umanista: le regole “chiare e certe” sarebbero una boccata di ossigeno per chi decide di scommettere su una propria idea, con tutti gli entusiasmi, i dubbi e le incertezze che accompagnano una tale decisione.
Purtroppo in Italia questo sembrerebbe il manifesto di un paese chiamato Utopia. E invece non lo è.

A parlare domenica, dalle colonne dell’autorevole Sole 24 ore è il Professor Mauro Ferrari, padovano di origine, americano da oltre 40 anni, presidente e CEO del Methodist Hospital e direttore dell’Istituto di accademia di medicina di Houston che, per dare un’idea, vale più di 4 miliardi di dollari e conta 22 mila dipendenti. Ferrari è un esperto di nanotecnologie e impegnato nella ricerca in biotecnologie mediche, particolarmente dedito al ramo oncologico, tanto da spingersi a dire che lascerà ai suoi figli un mondo in cui il cancro non sarà più un male incurabile.

Pragmatico e posato, si infiamma quando parla dell’implosione cui va soggetta l’Italia, cui ormai i Paesi emergenti fanno da maestri, nonostante il sistema sanitario, l’istruzione e la qualità dei giovani del nostro Paese siano riconosciuti universalmente come paradigmi cui tendere.

Cosa manca allora? Il professore parla di una organizzazione “traslazionale”, ovvero di quell’incubatore capace di fare diventare l’idea impresa. Del resto nel laboratorio in cui lavora a Houston sono nate diverse aziende, tra cui alcune quotate in borsa. Si rivolge allora alla finanza, che potrebbe fungere appunto da facilitatore, e a Milano, capitale economica del Paese, che tramite l’eredità di Expo potrebbe mettere in rete le eccellenze italiane, per evitare che rimangano silenti e sottopotenziate.

Chissà se i vertici politici italiani, tanto impegnati a rimarcare la fine della recessione, di cui ahinoi in pochi si sono resi conto, ascolteranno questi disinteressati quanto semplici appelli, abbandonando il criterio della convenienza personale. Non sarà forse quest’ultima il vero freno alla crescita economica del Paese?

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Europa, possibile ricostruirla?

BrexitL’Inghilterra ha votato per l’uscita dall’Unione europea. In molti sono rimasti sorpresi, ma se si considerano la storia del Regno Unito e l’attuale inoperosità politica dell’UE, le ragioni del voto diventano più che evidenti.

Non dimentichiamo la prova di scarsa coesione che il continente sta dando nel gestire i flussi migratori e, come sottolineava Angelo Panebianco poche settimane fa, l’ulteriore minaccia che potrebbe provenire dall’elezione dell’isolazionista e protezionista Trump.
Le analisi politologiche puntano il dito sul patto sociale europeo, quanto mai atipico: un patto sociale degno di tal nome dovrebbe infatti legarci in doveri, ma anche in diritti comuni quali la sanità e l’istruzione, ma questo in Europa non è né sarà mai possibile, perchè le istituzioni nazionali caratterizzate da storie e impronte culturali differenti non abdicheranno.

Certo è che il progetto deve essere rielaborato, perchè allo stato attuale sembra esercitare sempre meno appeal; vorrei però sottolineare quanto si sia commesso, a mio avviso, un errore marchiano sul piano culturale o, come secondo Joseph Ratzinger, spirituale.
Molto razionalmente e in tempi non sospetti infatti, il papa emerito ragionava insieme al filosofo Marcello Pera su un’Europa simile a Babilonia e, tra le varie cause, additava la tiepidezza dei Cristiani, che incarnano o dovrebbero farlo, i valori fondanti del continente stesso.

Come dargli torto? Abbiamo (i cristiani) ceduto parte importante della nostra identità in nome del pluralismo, che in sé e per sé andrebbe benissimo, a patto di non rinunciare alle nostre radici, fondamento della nostra identità, e a valori quali il rispetto dell’altro, vero tesoro del Vangelo.

E’ scritta infatti nel codice genetico del cristiano la propensione verso il prossimo – simile o dissimile che sia – valore questo che se solo avessimo saputo portare nei consessi politici, avrebbe sventato molte sciagure quali Brexit, che evidentemente nasce dalla paura del diverso.

Ratzinger non vuole tanto affermare un primato culturale dei cristiani, quanto il diritto e l’impegno all’esistenza anche a livello istituzionale, il diritto e l’impegno a non spogliarsi della propria essenza in nome della political correctness, che svuota di significato i concetti, anestetizzando le coscienze.

Non si vuole nemmeno significare ingerenza negli affari di Stato, ma “il cristiano è convinto che la sua fede (…) aiuta la ragione ad essere se stessa, (…) egli può reclamare ciò che appartiene alle basi dell’umanità, accessibili alla ragione”.

Siamo invitati quindi a rispolverare la razionalità e fondamentalità del DNA europeo, necessario per contribuire a ri-costruire l’Unione.

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TTIP: un nuovo schiaffo alle istituzioni?

interior-of-market-hallL’Unione Europea e gli Stati Uniti stanno discutendo (più o meno segretamente) il TTIP, Trattato Transatlantico sul Commercio e sugli Investimenti, che va nella direzione della liberalizzazione commerciale dell’area transatlantica tra Europa e USA. Ciò verrebbe a creare un blocco uniforme contrapposto a un altro costituito dalle economie più “nuove”; la cosa ancora più discutibile è che i leader di questo nuovo spazio di mercato non sarebbero più i governi, ma organismi tecnici sovranazionali, che non ancora è chiaro da chi sarebbero finanziati.

Senza dare un giudizio di valore a tali organismi, si può certamente dire che si tratta di un ennesimo scacco alle istituzioni nazionali, che delegano a dei tecnici un arbitrato su questioni molto importanti quali, in definitiva, la salute dei cittadini degli Stati. America ed Europa hanno regolamentazioni molto differenti in materia di etichettamento del cibo, ad esempio: l’Unione Europea ha da sempre privilegiato una grande trasparenza, che non sembra contraddistinguere gli Stati Uniti. Se tale trattato entrasse in vigore, probabilmente le posizioni europee verrebbero ammorbidite, gli standard abbassati e il consumatore finirebbe per indebolirsi, avendo sempre meno consapevolezza delle componenti o provinenze dei cibi.

Le eventuali controversie che nascessero, sarebbero giudicate da avvocati commerciali superspecializzati che, basandosi solo sul trattato in questione, valuterebbero se si stanno ledendo dei gruppi commerciali. Ergo, qualora uno Stato introducesse una normativa per la salvaguardia del clima, ad esempio, rischierebbe di vedersi negato tale diritto e di dovere anche risarcire l’azienda che eventualmente avesse subito una perdita economica, a seguito dell’introduzione di tale norma.

Vi sarebbe poi un organismo chiamato Regulatory Cooperation Council che, nominato dalla Commissione UE e dal Ministero USA competente, dovrebbe valutare l’impatto commerciale di ogni marchio o etichetta, nonchè i contratti di lavoro e standard di sicurezza vigenti negli Stati.

Insomma, lo scenario sembra quanto meno controverso e mi tornano in mente le lucide analisi che il filosofo Arnold Gehlen faceva negli anni ‘40, riflettendo sull’uomo e sul suo rapporto con le istituzioni. Per Gehlen esse erano necessarie in quanto l’essere umano sta al mondo non come animale, ma con autodisciplina e soprattutto orientando il suo comportamento ad una stabilizzazione del mondo, attraverso le istituzioni. Egli dunque è libero nella misura in cui esiste non come singolo ma come corpo sociale, le istituzioni tutelano lo sviluppo di quest’ultimo e la convivenza fra individui. Gehlen aveva però capito bene ed in anticipo che la società tecnico – industriale avrebbe esautorato tali organi, rendendo l’uomo precario, insicuro, necessitato a fare autonomamente ciò che altri avrebbero dovuto fare per lui. Il TTIP sembra un po’una conferma di questa teoria: si toglie potere agli organismi nazionali, in favore di realtà sovranazionali, certamente meno improntate alla tutela dei cittadini.

Cosa si può fare di positivo? Alcune agenzie dell’ONU quali la FAO e l’UNCTAD stanno lavorando sul rafforzamento dell’agricoltura e dei mercati locali, con programmazioni attente a preservare e rispettare le risorse, lavorando così sia sulla crisi dell’impiego che sul mercato locale. Anche il singolo può fare tanto, con consapevolezza, senza ideologie.

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Nuovi muri, vecchi principi?

AustriaDomani la Commissione Europea presenterà la proposta legislativa per la revisione della Convenzione di Dublino, che sancisce la responsabilità dello Stato accogliente un migrante di esaminare la relativa domanda di asilo. Ciò ha causato un aggravio logistico e burocratico nei Paesi che affacciano sul Mar Mediterraneo, che troppo bene conosciamo, legittimando gli Stati del Nord Europa ad un certo “laissez faire”.

Non è ancora certo invece che si inizierà il processo di valutazione per l’attivazione dell’articolo 26 del Trattato di Schengen, che autorizza le parti contraenti a ripristinare i controlli “per esigenze di ordine pubblico o di sicurezza nazionale”.

Sono sei i paesi che hanno attualmente in corso i controlli alle frontiere interne: Danimarca, Francia (in seguito agli attacchi terroristici), Germania, Austria, Norvegia e Svezia interessati ad ottenere proroghe a tale prassi, attivando l’articolo 26 su menzionato.

L’innalzamento di muri costituisce un ulteriore attentato all’ideantità europea – comune – che ha in Schengen il suo DNA. Ma non parliamo solo di frontiere, muri, confini che dir si voglia, quanto di un valore preciso: la solidarietà. E’ possibile applicarla tra Stati, ci chiediamo, o rimane una sorta di imperativo morale che può valere solo nella vita privata, e neppure di questo siamo troppo sicuri?

A risponderci è Rousseau, che nell’Età dei lumi, credeva nella possibilità di una religione civile, da non confondere con la religione spirituale, i cui dogmi fossero pochi, semplici e accessibili alla ragione umana; tra questi il filosofo annoverava l’esistenza di una divinità saggia che premia i giusti e punisce i colpevoli in una vita futura. Essa doveva essere il fondamento delle leggi, da improntarsi a rispetto e tolleranza reciproca. Ecco, nessuna speculazione teologica intorno a Dio, ma razionalità e buon senso.

Vecchi principi? Forse no, anche Joseph Ratzinger in Senza radici afferma che il cattolico non può imporre i propri valori tramite le leggi, ma deve reclamare “ciò che appartiene alle basi dell’umanità, che sia accessibile alla ragione e necessario per costruire un buon ordinamento giuridico”.

Non si tratta a ben vedere di scomodare un dio o una morale specifici, ma di guardare vicino, capire cosa si possa fare di razionale, e proprio la lucidita nel leggere i contesti, ci porterebbe a soluzioni morali. Ma forse siamo diventati troppo frettolosi e paurosi per capire. L’erosione del pensiero e la necessità della velocità hanno portato a quella che Bauman definsce “società liquida”: la civiltà economica ci ha insegnato infatti che gli altri sono una minaccia, che se li togliamo di mezzo, abbiamo più risorse per noi. E’ chiaro che un’ideologia di questo genere, pret a porter, semplice e vantaggiosa ci tenta e si impadronisce facilmenteanche degli Stati, che poi sono fatti da uomini.

Da qui a mio avviso le difficoltà nel risolvere le crisi internazionali in maniera diplomatica, favorendo misure straordinarie e drastiche, forse momentaneamente risolutive ma cariche di sbagli, che inficiano il nostro modo di pensare e di agire.

L’antidoto? Tanti, ma investire più tempo nella cultura, nel pensiero, nelle relazioni è uno di questi. Certo, è molto inerente alla morale cristiana ma non esclusivamente e il tentativo di ricostruire un uomo maggiormente degno di tale nome, vale bene la fatica di provarci.

Vecchi principi?

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Benedizioni a scuola: la partita si riapre

Benedizioni-a-scuola

L’anziano, depositario di saggezza e buon senso, direbbe: “una benedizione non fa male a nessuno”, ma l’uomo post-moderno sa bene che non è scontato. Poco più di un anno fa veniva proibita attraverso una sentenza del TAR la consueta benedizione pasquale nelle scuole dell’Istituto comprensivo 20 di Bologna – elementari e medie. La partita (importante) non si è chiusa lì e la sentenza è stata sospesa dal Consiglio di Stato, in attesa dell’udienza in Camera di Consiglio, prevista il 28 aprile a Roma.

Episodi come questo interrogano profondamente la società odierna circa la convivenza tra fedi e culture diverse, circa il concetto di tolleranza, di integrazione e di cultura.

Vediamo di fare ordine su alcuni punti fondamentali, su termini che usiamo spesso, senza approfondire troppo: lo Stato è laico. Vero, il principio è sancito dalla Carta costituzionale, tuttavia per laicità non dovrebbe intendersi l’espungere l’ambito religioso dalla sfera pubblica nonchè civile, atto che costituirebbe una chiara negazione della libertà di coscienza di ciascuno. Questo sarebbe laicismo, dal tratto vessatorio e contro il quale ci si potrebbe appellare con facilità.

Viviamo in una società di matrice giudaico-cristiana. E’ un dato di fatto, e volere favorire la convivenza con altre culture non dovrebbe voler dire annientare la propria. Certo, riferendoci al caso da cui siamo partiti, bambini di altre fedi non dovrebbero essere obbligati a partecipare alla benedizione, ma tale eventualità non è mai stata ventilata. Tuttavia sarebbe stato corretto metterli davanti all’evidenza di cosa sia la Pasqua cristiana, festa caratterizzante la società in cui si trovano a vivere. Rispettare gli altri significa tutelare la propria identità e mettere l’altro nella condizione di potere fare altrettanto; si può integrare solo a patto di avere un’identità e di esserne consapevoli.

Viviamo in una liberal-democrazia, il che ha delle implicazioni precise: la politica non deve intervenire nella sfera religiosa e viceversa, ma i due ambiti devono esistere, coesistere e ricercare punti di contatto. Democrazia, come sappiamo, significa governo del popolo, che si esplica nel prendere decisioni a maggioranza, ergo: se vi è una maggioranza di cristiani o di ebrei o di musulmani o di indù sarà questa ad avere peso decisionale più ponderoso rispetto alle minoranze. Non è un concetto facile da praticare proprio perchè spesso confondiamo la maggioranza con la parte che detiene la Verità. Non è così, essa può e deve decidere per favorire il buon funzionamento della società, anche sbagliando. Ciò in generale.

Integrazione: ne parliamo tutti come di un qualcosa di nobile. Ma integrare qualcuno vuol dire dargli un giusto spazio all’interno della propria cultura, e per fare ciò si deve necessariamente passare dalla conoscenza e dal rispetto per la cultura integrante.

Sì, perchè in definitiva si tratta di questo: di conoscenza e di rispetto. Nelle scuole si fa cultura, sapere cosa sia la Pasqua e perchè ad essa si associ una benedizione è un preciso dovere per chiunque viva in Italia, riservandosi ovviamente di non desiderare di festeggiare tale ricorrenza. Ma non si può pretendere di imporre un pensiero unico, neutrale, che faccia tabula rasa di un mondo, di una storia, di un amore in questo caso.

Se vogliamo dirla tutta poi il tentativo di non dare cittadinanza a Dio sembra rispondere più ad un pigrizia esistenziale che ad un sincero anelito di accoglienza. E’ tempo che l’uomo riprenda a interrogarsi sul senso profondo della propria esistenza, tanto più in un momento storico in cui esistere significa essere in relazione. Come sostenne il papa emerito nel discorso di Ratisbona del 2006. Per Joseph Ratzinger è esigenza della stessa ragione, quella del Positivismo per intendersi, interrogarsi sul senso e sui perchè le cose stiano in un certo modo e di favorire nessi che ci permettano di vivere insieme, nel rispetto reciproco.

Anche apparso su: https://mauroleonardi.it/2016/04/19/le-lettere-di-gavina-masala-benedizioni-a-scuola-la-partita-si-riapre/

“Adotta un danese”, l’antidoto all’indifferenza

adopt-a-dane-2.jpg@SaveDenmark e Adopt a Dane, sono due delle iniziative ironiche che smascherano le (crudeli) politiche danesi, ed europee in genere, sui rifugiati.

In Danimarca, infatti, è da poco stato approvato un disegno di legge che autorizza le autorità a sequestrare i beni ai rifugiati, per recuperare i costi del loro asilo, e aumenta i tempi previsti per i ricongiungimenti familiari. E’ inoltre da più di un anno che il governo pubblica spot in danese, libanese e arabo invitando i migranti a trovare alloggio altrove: “Sono stati tagliati i fondi per il diritto di asilo” e coloro “che si trovino nel nostro territorio verranno cacciati via velocemente, se i documenti non saranno giudicati in regola”. Tradotto: restate dove siete.

La Danimarca ha in effetti accolto un elevato numero di rifugiati, oltre 20.000 nell’ultimo anno, il che la rende uno dei Paesi maggiormente impegnati nelle politiche di asilo e, come diversi altri Stati, è preoccupata per i costi che si trova a pagare.

Anche negli Stati Uniti domina la paura dei migranti, utilizzata nella propaganda di alcuni candidati, ma “un approccio di questo genere non può portare da nessuna parte” – si legge nell’editoriale del New York Times di qualche giorno fa – “l’Occidente dovrebbe gestire il fenomeno in conformità agli obblighi internazionali che lo vincolano, nel rispetto di regole anche morali”.

Il vero schiaffo arriva dall’Africa, che superficialmente in molti associanounicamente ad arretratezza e indigenza. Ecco come recita uno spot provocatorio, prodotto da una finta organizzazione umanitaria con sede nel Paese: “migliaia di danesi stanno scrivendo su Facebook che si spendono un sacco di soldi per l’Africa, invece di usarli per le persone anziane in Danimarca. Quando lo abbiamo saputo, abbiamo pensato che avremmo dovuto fare qualcosa. Dobbiamo trovare un posto per Ole, la sua famiglia non va mai a trovarlo”, dice un ragazzo di colore protagonista della Ong fittizia “Danmarks Indsamling” fingendosi ideatore dello spot, mentre Ole sarebbe un’anziano danese, che nessuno cerca più.

Touché: chi può dire di non essere mai stato almeno testimone di una situazione del genere? “Gli anziani non sono un peso ma un dono meraviglioso, noi in Africa amiamo i nostri vecchi – continua Nouwah, altro animatore del video – perché noi possiamo anche avere acque contaminate, epidemie ed essere senza energia elettrica, ma sembra che gli anziani danesi se la passino peggio. Lasciate che ci prendiamo cura di loro”. Appello finale: “Africa apri il tuo cuore, adotta un danese”.

Bergoglio parlerebbe di un antidoto alla cultura dello scarto, come ebbe a dire durante l’udienza generale del giugno 2013: “Se si rompe un computer è una tragedia, ma la povertà, i bisogni, i drammi di tante persone finiscono per entrare nella normalità”. Insomma, nella diagnosi del Papa contano di più i beni materiali di quelli affettivi, esattamente come mette in evidenza Adopt a Dane.

La Danimarca, qui usata come emblema di un mondo mosso unicamente da interessi economici, viene dipinta da organismi internazionali, statistiche sulla felicità e sondaggi come una terra promessa, eppure nasconde tanti angoli bui: non si parla mai di quanto lo Stato sociale sia poco “previdente”: si va in pensione a 67 anni, ma questa ammonta a circa 450 euro netti al mese, se hai lavorato almeno 40 anni. Che tu sia la Regina o un normale impiegato, lo Stato ti fornisce gli stessi servizi previdenziali; è un approccio peculiare per cui si pagano le tasse in proporzione allo stipendio ma i benefit sono uguali per tutti, ivi compresa la pensione. Ed ecco che “the world’s happiest country”, come recita lo spot di una famosa birra prodotta a Copenaghen, diventa la patria di anziani poveri e soli, scartati dall’ideologia della produttività.

E’ qui che può avvenire uno scambio, non economico, ma di valori, tra le nazioni “sviluppate” e quelle in via di sviluppo, ancora sensibili a temi che nelle nostre terre sono in declino almeno dal dopoguerra, quando ebbe il via un boom economico che, spinto elle sue massime conseguenze, ha portato all’inseguimento della produttività ad ogni costo.

Anche apparso su: http://www.interris.it/2016/04/03/90093/posizione-in-primo-piano/schiaffog/adotta-un-danese-lantidoto-allindifferenza.html

L’Europa sta morendo?

vE’ questo un interrogativo che ultimamente ci siamo posti un po’ tutti. Una crisi che ha radici lontane e i suoi epigoni in tre accadimenti recenti: partita con Grexit nel 2015 con la sventata uscita della Grecia dalla moneta unica, continuata con l’esodo dei profughi siriani che fuggono dal regime di Bashar Al Assad e dall’Isis mettendo però in difficoltà la capacità di accoglienza degli Stati membri, e che avrà un grosso banco di prova il 23 giugno con il referendum inglese su Brexit.

I leader visionari che hanno ispirato il progetto europeo: da Shuman a Adenauer, da De Gasperi a Monnet avevano pensato ad uno spazio sovranazionale di mutuo scambio di beni, certo, ma anche politico, di valori e cultura, insomma di un ethos. E’ chiaro che su quest’ultimo fronte siamo molto in ritardo e, come afferma Enrico Letta, ex Premier italiano ed attuale Preside della prestigiosa École des affaires internationales de Sciences Po di Parigi, si tratta di recuperare una relazione virtuosa tra i Paesi membri. Letta individua nel deficit di democrazia condivisa il motivo di stallo del disegno europeo: “Il primo, grave errore, è stato affidarsi al Consiglio Europeo, che ha oggi un ruolo centrale. E’ il luogo in cui sono rappresentati i capi di stato e di governo che, volendo promuovere i rispettivi interessi nazionali hanno incentivato la rinascita degli Stati nazionali”. Ma non possiamo trascurare anche un’evidente mancanza di cultura europea, a partire dalla società civile, per arrivare ai vertici dei governi: Bruxelles è percepita come lontana, nessuno si sente di appartenere ad una comunità, la cui voce peraltro si fa sentire solo in ambito finanziario, per richiamare al rispetto di standard e austerity che non fanno che aumentare la percezione di Europa come di un cavillo burocratico, priva di qualunque anelito ideale e solidaristico, tutto molto lontano dall’idea fondante originaria.

Su questo solco si inseriscono le iniziative intraprese in sinergia da MUN Academy e dalla Biblioteca Europea di Roma: proprio per aumentare la consapevolezza di abitare uno spazio comune in cui abbiamo il dovere, oltre che il piacere, di trovare un’ispirazione comune di vita.

Dalla morte dell’Europa non avremmo da guadagnare: nello scacchiere internazionale conteremmo pochissimo, tutti gli Stati affronterebbero quantomeno lunghe fasi di difficoltà economiche cui si accompagnerebbe una difficoltà di gestione delle crisi internazionali, per non parlare dell’incremento inevitabile dei problemi di sicurezza.

E’ per questo motivo che il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama farà sentire la sua voce al riguardo, il 24 aprile in occasione della promozione della fiera tecnologica di Hannover, quest’anno realizzata con la partnership USA. Obama sfrutterà le sue proverbiali doti retoriche per convincere gli inglesi a non abbandonare l’UE. “Il nostro Presidente cercherà di indebolire le ragioni di coloro che vogliono la Gran Bretagna fuori dall’Europa”, afferma il Senatore con delega agli Affari Esteri Bob Corker. E c’è da giurarci: se intervengono gli Stati Uniti, la posta in gioco è alta.

Anche apparso su: http://www.decennale.it/leuropa-sta-morendo/