Chiara Corbella Petrillo e la domanda su Dio

cPPDa poco ho letto ed apprezzato una lettera pubblicata sul blog Come Gesù dallo scrittore Renato Pierri, che metteva in discussione la comprensione del Vangelo da parte di Chiara Corbella Petrillo.

Interessante l’immagine, ancor di più considerato che a sei anni dalla morte la diocesi di Roma ha pubblicato l’Editto che dà il via al processo di beatificazione: «La sua oblazione rimane come faro di luce della speranza, testimonianza della fede in Dio, Autore della vita, esempio dell’amore più grande della paura e della morte» – recita il comunicato stampa.

Penso che la vicenda in questione, con molte altre e come momenti storici “nullificanti” quali Auschwitz, ci rimandino alla domanda fondamentale di Giobbe, che chiede a Dio dove sia finito a fronte del suo dolore. Si può provare a rispondere con un testo di Elie Wiesel, scrittore Nobel per la pace, rinchiuso nel ghetto e poi sopravvissuto ad Auschwitz. Ne La notte, Wiesel evoca l’impiccagione di tre prigionieri tra cui un bambino, “l’angelo dagli occhi tristi”.

La notte

I tre condannati salirono insieme sulle loro seggiole. I tre colli vennero introdotti contemporaneamente nei nodi scorsi.

– Viva la libertà! – gridarono i due adulti.

Il piccolo, lui, taceva.

– Dov’è il Buon Dio? Dov’è? – domandò qualcuno dietro di me.

A un cenno del capo del campo le tre seggiole vennero tolte.

Silenzio assoluto. All’orizzonte il sole tramontava.

Scopritevi! – urlò il capo del campo. La sua voce era rauca. Quanto a noi, noi piangevamo.

– Copritevi!

Poi cominciò la sfilata. I due adulti non vivevano più. La lingua pendula, ingrossata, bluastra. Ma la terza corda non era immobile: anche se lievemente il bambino viveva ancora…

Più di una mezz’ora restò così, a lottare fra la vita e la morte, agonizzando sotto i nostri occhi. E noi dovevamo guardarlo bene in faccia. Era ancora vivo quando gli passai davanti. La lingua era ancora rossa, gli occhi non ancora spenti.

Dietro di me udii il solito uomo domandare:

Dov’è dunque Dio?

E io sentivo in me una voce che gli rispondeva:

– Dov’è? Eccolo: è appeso lì, a quella forca…

Dio è lì, in quel bambino impiccato che non rivendica, non fa nulla, perché Dio è incapace di male, nemmeno la morte stessa è male per Lui.

Allora forse Dio non è morto, come annuncia il folle di Nietzsche ne La gaia scienza, ma va ri-concettualizzato in un’esperienza di bontà infinita, una manifestazione di bene ad oltranza, paradossale ad occhio umano, incapace di vedere il male anche in una morte ingiusta.

Se così fosse, forse la giovane avrebbe capito il Vangelo più di tutti noi: semplicemente vivendo anche la morte come un bene. Perché Dio è solo bene, questo il lieto annuncio. Dunque forse non resta che fermarsi, valutare quanto ogni teologia che possiamo proferire sia una morte di Dio, la cui verità può solo essere testimoniata da un’esistenza scevra di male, come quella di Chiara.

Advertisements

Sentenza contro “No Vax”, pro-buon senso

provax-770x465Per la prima volta in Italia è arrivata la condanna penale per un’esponente del movimento “No Vax”, con l’imputazione di “procurato allarme”. Così decide il gip di Modena Losavio a seguito dell’affissione di cartelli, di fronte al Policlinico della città, riportanti numeri falsi rispetto ai bambini danneggiati dai vaccini (21.658 nel triennio 2014-2016). Tali cifre si riferivano invece alle segnalazioni pervenute all’Aifa, non a casi accertati di patologie conseguenti ad una vaccinazione. La reazione dell’Ausl è stata immediata e netta, in quanto «la diffusione di tali contenuti fa leva su false informazioni in grado di disorientare immotivatamente i cittadini».

Questa sentenza è una pietra miliare nella ricostruzione di una cultura del buon senso e dell’alfabetismo funzionale in Italia.

La paventata dannosità dei vaccini, infatti, viene sostenuta non sulla base di dati certi e verificabili, ma di suggestioni personali che diventano cultura di massa e fake news, ove invece l’evidenza è di malattie completamente debellate grazie alla pratica vaccinale e di un tasso di mortalità infantile fra i più bassi al mondo. Il tutto a costo zero per il cittadino.

Perchè allora l’ondata “Anti Vaccini” continua a mietere vittime, tra cui il nostro Ministro dell’Interno Matteo Salvini, che dice che dieci vaccini gli sembrano troppi? Il Ministro non cita nessuna fonte scientifica o bibliografica che lo corrobori in tale credenza e d’altra parte asserisce di avere vaccinato i suoi figli. Viene da chiedersi perchè non dovremmo vaccinare i nostri, allora.

Ho parlato di “alfabetismo funzionale”, concetto elaborato dall’Unesco, che si riferisce non tanto all’alfabetizzazione basilare cui ogni individuo dovrebbe avere accesso, ma alla capacità di comprendere, elaborare e valutare le nozioni che si acquisiscono.

Il caso dei “No Vax” sembrerebbe dunque uno di analfabetismo funzionale, ovvero di persone normalmente alfabetizzate che pervengono a conclusioni completamente scisse dalla realtà che, in questo caso, è statuita dai dati scientifici disponibili sull’argomento. Si tratta insomma di un errore di valutazione che dà luogo a una posizione meramente ideologica, facendo leva sul panico collettivo.

Come è possibile, verrebbe da chiedersi, che si viva in un clima di tale oscurantismo nell’epoca di internet, in cui tutti dovremmo sapere molto, avendo tanti dati a disposizione? A mio avviso ciò è possibile a causa dell’impoverimento culturale e dunque antropologico cui stiamo andando incontro. La verità va studiata, osservata senza preconcetti e soprattutto va scelta, con onestà e coraggio, doti purtroppo sempre più sacrificate al denaro.

Ecco che l’ideologia “No Vax”, poi, diventa un cavallo di battaglia florido per medicina alternativa, avvocati e lobby naturiste che alimentano un mercato, facendo leva sulle paure delle persone.

Inoltre, credo tale approccio sia frutto di un atteggiamento sostanzialmente infantile cui siamo tutti un po’ soggetti: in nome della libertà di scelta e di parola pretendiamo di ridurre ogni cosa ad opzione, a scelta personale. Ciò vale ormai anche per quanto deve essere semplicemente obbligatorio, perché se non fatto mette a repentaglio la vita di tutti, in virtù del principio di immunità di gruppo. A causa di pochi individui non immunizzati infatti è abbastanza probabile che alcune malattie ormai debellate riprenderanno a diffondersi. A volte basterebbe solo riappropriarsi di un banale criterio di buon senso.

Anche apparso su https://mauroleonardi.it/2018/07/18/le-lettere-di-gavina-masala-sentenza-contro-no-vax-pro-buon-senso/

La fake news di Grillo e quella verità che non ricordiamo

Schermata-2018-07-07-alle-00.23.35-770x589Pochi giorni fa mi sono imbattuta in una notizia che ha dell’ossimorico, specialmente per chi vive a Roma. Beppe Grillo, co-fondatore del MoVimento 5 Stelle twitta che Roma ha ricevuto il premio Conai per la differenziata e invita i “suoi” a diffondere, “più che potete”.

Chiunque viva a Roma o vi sia passato di recente sa benissimo di cosa stiamo parlando: ovvero di una città-gioiello lasciata diventare una pattumiera. Una delle “sette sorelle”, meravigliosa potenza mondiale, sede del Vaticano, vero biglietto da visita culturale è umiliata da povertà, sporcizia e degrado.

Allora mi chiedo e indago un po’ su cosa sia questo premio che la Città Eterna avrebbe ricevuto. Suscitata nella mia indole scettica pensavo infatti fosse tutto falso. Invece no, il premio esiste ed è stato consegnato proprio alla capitale, ma, ma…

Ma il Consorzio Conai è un privato che effettua imballaggi, che pochi mesi fa aveva firmato un’intesa con Ama, la ditta romana di smaltimento dei rifiuti. Dunque, il Premio Conai per il progetto della differenziata dei Municipi VI e X, elaborato dal sindaco Raggi, è un progetto cui il Conai partecipa attivamente. E’ come dire che io istituisco un premio e me lo conferisco da sola.

La cosa grave, in questa vicenda, è che un leader politico-ideologico della maggiore forza del Paese immetta notizie false nel sistema di internet, scientemente, e che per giunta inciti a diffonderle. Questo, sempre a mio avviso, significa che abbiamo perso ogni parametro di serietà e di buon gusto.

Se non vi saranno una lucida ed onesta analisi della realtà, l’Italia e Roma non potranno ripartire in nessun modo: da premesse sbagliate si arriva solo a conclusioni fuori mira. Così funziona a livello teoretico, ma anche pratico. Grillo certamente non lo ricorda, ma per i Greci, vera civiltà ineguagliata, il sapere epistemico, ovvero scientifico, ha potere salvifico. Questa istanza di conoscenza elaborata dai presocratici come unica liberazione rispetto al dolore, e stata messa a frutto dal Cristianesimo stesso, che identifica Dio con la verità e dunque con la salvezza. Giusto per chiarire il legame imprescindibile che esiste fra verità e bene.

Chi scrive crede strenuamente che le persone, a prescindere dal colore politico o religioso, vadano prese come assoluti relativi: assoluti perché essenziali in sé e per sé e relativi per la natura relazionale che la persona ha, innegabilmente. Ma solo a partire da persone oneste si può arrivare da qualche parte che non siano le secche che viviamo da tanti anni, per il motivo suddetto. Credo veramente che la soluzione per il nostro paese sia solo puntare su uomini veritieri e preparati, che inizino a permeare di nuovo le istituzioni, per troppo tempo bersaglio di virus debilitanti. Mi piace vedere l’Italia come un corpo nel quale siano stati iniettati dei virus per vaccinarlo, esso impara a riconoscerli e a combatterli, sì da non farsene affliggere. Speriamo valga anche a livello socio-politico.

Anche apparso su https://mauroleonardi.it/2018/07/07/le-lettere-di-gavina-masala-la-fake-news-di-grillo-e-quella-verita-che-non-ricordiamo/

La guerra e il volto dell’amore

Schermata-2018-04-17-alle-10.32.31-400x450Masa e Malaz sono due gemelline (bellissime) di sette anni, siriane; da quando sono nate hanno conosciuto solo la guerra, iniziata appunto sette anni fa.

La mamma Amani, vestita di nero nella foto, ha raccontato ad un reporter del Sunday Times i particolari dell’attacco chimico mosso, secondo le fonti ufficiali, da al-Assad: “Il gas era piccante in gola, come peperoncino, le persone intorno a me cadevano a terra”, “ho visto un medico in lacrime perchè aveva solo tre medicine per quaranta pazienti”.

Ora leggiamo Macron, gongolante, che si dipinge come regista dell’attacco USA in risposta alla sopra citata vicenda siriana e l’ambasciatrice ONU Nikki Haley che promette di “punire ancora la Russia”, parlando con Fox News.

E mi soffermo a guardare questa foto per dei minuti, ma continuerei per ore se non fosse per i bimbi e gli studi che chiamano. Tuttavia faccio in tempo a domandarmi cosa mi dicano questi volti meravigliosi: quegli occhi verdi, quei due orsetti, quella mamma reclina sulla bimba a curarla, quella postura elegante di Malaz, la piccola a destra.

Mi dicono che l’uomo, nonostante tutto, è per natura capace di andare oltre la contingenza, di trascendere se stesso per muoversi verso l’Altro: amiamo in qualunque condizione, sempre. Così ha fatto Amani, che sentito il gas ha preso per mano le gemelline, è scappata, ha cercato il marito e insieme sono fuggiti in ospedale. Così, come avrei fatto io nella sua situazione, come faccio io quando i miei bimbi non stanno bene: cerco il papà e corriamo a curarli.

Ecco, io e Amani, i miei bimbi e Masa e Malaz, siamo tutti intrinsecamente uguali e i nostri volti ci restituiscono quest’intuizione originaria. I nostri volti, infatti, spesso dimostrano quello che non riusciamo a dire, ovvero che ci costituiamo sempre nella relazione con l’altro.

Emmanuel Levinas, meraviglioso filosofo dell’etica, sosteneva che l’uomo fosse solo di fronte alla propria esistenza, tanto inalienabile quanto pesante, ma che nel rapporto con l’Altro trovasse soddisfatta quell’istanza di trascendenza altrettanto propria dell’essere umano. La foto, in definitiva, mi dice che queste tre donne si trovano obtorto collo a vivere una condizione quasi inesplicabile per quanto sia complicata, ma la vivono insieme, nell’amore che le unisce, nella solidarietà con le vittime del massacro in cui quotidianamente si trovano.

Dunque, l’umano è capace del meglio come del peggio, ma guardando il bene anche il peggio diventa migliore, per quel sentore di umanità (amore) che per essenza risiede in lui. Speriamo che Trump, Putin, al-Assad e tutti noi guardiamo bene questi tre volti: parlano di tutti loro, così come di tutti noi. Forse potranno cambiare il cuore di qualcuno.

Anche apparso su https://mauroleonardi.it/2018/04/19/le-lettere-di-gavina-masala-la-guerra-e-il-volto-dellamore/

Iniziamo dalle piccole cose

Schermata-2018-03-24-alle-19.25.59-1024x450

Come evidenziato da Angelo Panebianco, le elezioni del 4 marzo hanno decretato vincitore il partito anti società aperta per definizione: il MoVimento 5 Stelle; dal giorno delle elezioni mi pare però che stiamo rasentando l’inerzia, per non dire la vacuità.

Forse in un altro momento storico le consultazioni, le pratiche rituali, i riflettori puntati sul premier in pectore e gli ammiccamenti di Berlusconi sarebbero passati come qualcosa di ordinario, ma allo stato attuale a me sembra che si stia solo perdendo tempo e che ciò, purtroppo, porterà alla famosa montagna che partorisce un sassolino.

Insomma, azzardo: forse gli italiani cercavano novità, un cambio di pagina, un’onda nuova ma si ritroveranno a navigare in un mare piatto.

Tuttavia, nell’attuale scenario paludoso mi sono imbattuta in una semplice quanto efficace iniziativa del Corriere della Sera, ottima nei contenuti e facilmente applicabile, che voglio sottolineare per evidenziare quanto sia semplice cambiare con azioni piccole.

Il quotidiano suggerisce da qui a maggio una proposta legislativa a settimana che sia lineare, motivata e documentata in maniera esaustiva.

Nello specifico si parte dall’istruzione: si richiede il tempo pieno per le elementari, così pure per le medie e la modifica dell’orario per le scuole superiori che dovrebbero spostare la lancetta di inizio alle 9 anzichè alle 8. Il ragionamento scaturisce alla luce degli ormai studiatissimi ritmi circadiani scoperti da Jeffrey Hall, Michael Rosbash e Michael Young. Le lezioni delle scuole primarie dovrebbero svolgersi quindi al mattino, a partire dall’ora di educazione motoria (il primo giorno è il momento migliore per potenziare i fattori trofici scoperti da Rita Levi Montalcini), per proseguire fino al pomeriggio con laboratori atti a sedimentare quanto appreso nelle ore precedenti. Questo assetto verrebbe incontro alle esigenze di famiglie in cui ambedue i genitori lavorano a tempo pieno; i bimbi che escono all’ora di pranzo, purtroppo, sono spesso una preoccupazione per chi non ha nonni o babysitter. Si tratterebbe peraltro di un’ istruzione più focalizzata sull’esperienza di quanto lo sia quella attuale, nella quale gli insegnanti lavorerebbero di più certo, ma verrebbero pagati meglio.

Anche per le medie si propone il tempo pieno, che servirebbe però a fare i compiti

insieme a compagni ed insegnanti, mettendo a disposizione reciprocamente i talenti: chi è  bravo in matematica aiuta chi lo è meno e viceversa; questo consentirebbe alle famiglie ore di tranquillità e un risparmio su lezioni private e dopo scuola varii.

Infine si propone un differimento dell’inizio delle lezioni per le scuole superiori, poichè il naturale ritmo circadiano dei ragazzi li porta a riposare tardi e a svegliarsi più tardi, cosa che consente loro di dormire il sonno cosiddetto paradosso, che facilita il sedimentarsi delle nozioni apprese nelle ore precedenti. Sic et simpliciter.

Sono idee piccole che partono da dati di fatto certi e da buon senso quelle di cui l’Italia ha bisogno oggi; siamo ad un punto in cui a mio avviso non servono grandi statisti ma uomini concreti ed illuminati dalla voglia di fare bene, nel piccolo. Purtroppo mi pare ve ne siano pochi, ma dalle pagine di un giornale o dalla società civile può, a mio avviso, nascere qualcosa di meglio che non da quanti sono accecati dal prestigio personale.

Anche apparso su https://mauroleonardi.it/2018/03/25/le-lettere-gavina-masala-iniziamo-dalle-piccole-cose/ 

Un’Italia senza padri

Schermata-2018-03-07-alle-16.25.38-1-400x450All’indomani delle elezioni italiane che il quotidiano Le Monde definisce “cataclisma” ed il Corriere della sera “onda anomala che tutto spazza via”, medito.

Sant’Ignazio di Loyola diceva che si deve “buscar Dios en todas las cosas”, dunque cerco di interpretare questo sommovimento politico alla luce di Cristo, in dialogo con lui e col suo amore per noi creature. E mi chiedo: qual è il segno di Dio in questo tempo apparentemente così sciagurato?

Lungi dal darmi per vinta nella ricerca, trovo un barlume: l’Italia è sempre stata il Paese del voto di scambio, forse più al sud che non al nord, ma l’Italiano medio ha quasi sempre votato per ottenere qualcosa in cambio.

Giustamente ricorda Gian Antonio Stella, che la Sicilia è la terra in cui si è tutti parenti pur senza esserlo, come scriveva Rabelais, da qui il clientelismo.

Ma questa volta è tutto diverso, in quanto gli italiani dicono che non ci stanno più, che non interessa più il piccolo orticello, che non interessa più dare il voto all’amico per avere il posticino di lavoro. Quello che ci dicono queste elezioni è che abbiamo bisogno di individui apparentemente liberi e con le idee chiare, magari anche un po’ esibizionisti ma scevri da logiche vecchie. Insomma, gli italiani non vogliono più un padre con tutto ciò che in positivo ed in negativo questo comporta, perchè hanno poco da chiedere, perchè sanno che nulla otterranno; e dunque preferiscono ritornare liberi. Non so se questo tipo di libertà da vecchi schemi sia raggiungibile e in virtù di quali nuove mete sia auspicabile; ma questo sembra il messaggio! Anche solo visivamente Matteo Salvini e Luigi Di Maio rimandano all’immagine di un Paese che vuole tornare a sentirsi giovane e vivo, anche se, ahimè, spesso aggressivo e con istanze ancora mal definite.

Alla parte costruttiva del mio discorso fa da chiosa una parte meno positiva e più concreta, forse, che non posso ignorare. Se è vero che queste elezioni sono state un taglio netto col passato, con tante pecche che si portava dietro, è anche vero che le prospettive offerte dalle forze vincitrici sono davvero scarse: io stessa, molto modestamente, avevo scritto quanto l’atteggiamento di Di Maio sia sempre stato improntato ad una fulgida ed esibita arroganza che poca fiducia mi ha sempre portato a riporre sulla sua figura politica.

Ora, alla mia riflessione, si aggiunge Matteo Salvini, che se ha avuto il merito di traghettare la Lega verso mete nazionali –  inaspettatamente – troppo spesso si è lasciato andare ad atteggiamenti contraddittori e politicamente scorretti, quando non frutto di demagogia. Esprimo, fin da ora e con chiarezza, scetticismo per questi risultati elettorali, ma l’esercizio proficuo da farsi, a mio avviso, è di leggere il segno dei tempi e cercare di interpretarlo sotto la luce dell’etica, ovvero della responsabilità verso l’altro, o verso il prossimo come diremmo noi cristiani. Chissà che al prossimo turno elettorale non sgorghino altre nuove figure, magari con qualche referenza e connotazione migliore: la speranza è ultima dolcissima dea!

Il cristianesimo ha un’essenza?

Schermata-2018-02-12-alle-14.07.12

Da tempo mi accompagna una domanda circa la verità, o Verità, del Cristianesimo; nelle mie poche esperienze, approfondimenti ed incontri infatti mi imbatto in quanti come me si professano Cristiani, ma pensano o dicono o fanno cose completamente differenti da me.

Allora, esiste un’essenza del Cristianesimo? Esiste un fare Cristiano? Provo a rispondermi, specialmente attraverso il meraviglioso lavoro di Adolf Von Harnack che si intitola L’essenza del Cristianesimo.

Cosa sia il Cristianesimo a livello storico è tutto sommato ben delineato: compare l’uomo storico Gesù, la sua predicazione diventa dirompente e questa viene incardinata all’interno del pensiero greco dai primi apologeti, proprio per contenerne la forza e per permetterle di non estinguersi. Il resto, tra tanti eventi controversi, è storia.

Ma il Cristianesimo è – suggerisce Harnack – fondamentalmente Gesù Cristo, il Vangelo e l’azione che questi hanno svolto sull’uomo singolo determinato nel tempo e nello spazio.

Cristo, come ogni personaggio storico, ha fatto qualcosa di grande ma soprattutto ha lasciato un’eredità, che all’interno dell’animo umano continua a germogliare da quando Egli è stato. Se è vero che le grandi personalità si distinguono per i comportamenti che suscitano in quanti li eleggono a loro signori, questo quid che risiede nella parte più spirituale e intima di noi e che ci fa agire in maniera così “atipica”, è l’essenza del Cristianesimo.

A mio avviso e con Harnack, bisogna scavare ancora un po’ per chiarire meglio una risposta alla domanda su chi sia realmente un Cristiano, sia perchè essa risiede nel profondo dell’essere, sia perchè la religione spesso diventa fatto istituzionale e politico, il che non è deprecabile in sé e per sé, ma bisogna esserne consci per evitare di attribuire a Cesare quanto è di Dio e viceversa.

Mi si conceda di mettere a fuoco a questo punto un tratto fondamentale del Cristianesimo che ci aiuta nella ricostruzione, ovvero il tono utilizzato da Gesù, che a dispetto di scribi e farisei “predicava come avendo autorità”, e cosa ha annunciato il Figlio, sulla cui predicazione autorevole si fonda il nostro credo? Il Vangelo: Il regno del Padre. Più precisamente il suo “avvento interno” – potremmo dire interiore con Sant’Agostino – per quanti abbraccino l’etica Cristiana.

Sarà allora importante capire quale sia questa etica, così essenziale al vivere una vita cristiana; ebbene, quella del primato dell’intenzione. Infatti la morale farisaica, in relazione ed in opposizione alla quale predicò il Salvatore, era zeppa di riferimenti a casi particolari, piena di rituali, era prescrittiva. Per il Cristiano la rigida legge diventa l’amore di Dio, quell’amore cui conformarsi quando si agisce, quell’amore che si riversa sulle creature tramite il Cristo per Grazia, e che esse a loro volta donano sempre per Grazia al prossimo, con carità. Il Cristianesimo è etica di carità nella sua dimensione interiore, dunque un’azione è eticamente cristiana se sinceramente prende le mosse dall’amore cristiano.

Questa è certamente la cifra del Sermone sulla montagna, in cui costantemente si fa riferimento al primato dell’intenzione in qualunque attività umana: i beati infatti non sono quanti abbiano adempiuto a dei precetti, ma quanti abbiano obbedito alla coscienza del Bene. Come sappiamo Gesù recise ogni legame col culto esterno ed ebbe parole nette di condanna per quanti facevano vacillare il prossimo sotto il peso di un ideale di bene, mandando poi offerte al tempio. In questo Egli fu nitido: l’amore Cristiano è agapico, smisurato, ha il suo scopo in sé, è puro servizio per l’altro; per ciò stesso pertiene a una dimensione nascosta e intima dell’essere. Se questo è il Cristianesimo, chi sono coloro che possono amare in questo modo così esigente? Gli umili, ovvero i beati poveri di spirito, quanti si trovino nello stato dell’anima di implorare Dio – non a caso iniziamo le preghiere con l’invocazione: “O Dio vieni presto a salvarmi” – che è il grido dell’indigente.

Questo grido che sgorga in preghiera ci porta a impetrare la Grazia, che ci rende imitazione di Cristo, nel profondo dello spirito. Dunque l’essenza del Cristianesimo è questa somiglianza, che per i tratti con cui abbiamo descritta, sembra essere sondabile solo da Dio…

Anche apparso su https://mauroleonardi.it/2018/02/16/le-lettere-gavina-masala-cristianesimo-unessenza/

Ma si può usare Dio?

Schermata-2018-01-09-alle-10.33.12.pngDa molto tempo studio, da un po’ di anni studio filosofia, da sempre “so di non sapere”, ma questo mi crea sempre meno problemi. Da diversi anni vivo nel perimetro di un’esperienza di fede cristiano-cattolica con assidua convinzione, ma da altrettanto tempo non sono più certa di cosa sia l’ortodossia, né questo ora, mi crea problema.

Mi spiego e dichiaro a priori che alla base di quanto sto per scrivere vi è uno studioso molto solido, che si è salvato dalla depressione grazie al Cristianesimo: William James, medico, filosofo e psicologo che operò a cavallo tra la fine dell’‘800 e i primi del ‘900, che ha svolto gran parte della sua carriera ad Harvard, Presidente della Society for Psychological Research nel 1894-95. James ha scritto due opere cardine in materia di analisi del fenomeno religioso, in particolare i miei studi mi hanno portata ad approfondire Le varietà dell’esperienza religiosa.

Come facilmente verificabile, non prendo a paradigma un insipiente o relativista banale, ma uno scienziato approdato alla psicologia passando per la filosofia; già dal titolo dell’opera che ho citato si desume quanto William James sia interessato a una dimensione fattiva, personale e pratica del fenomeno religioso. L’assunto di base è che l’uomo è volto per sua natura al bene, in primis personale, poi degli amati e poi della società. Chiunque, per perseguire tale bene, abbraccia delle credenze per potere compiere scelte ed agire: se non credessi di potere tornare a casa sana e salva non uscirei di casa tutte le mattine, ovviamente. Allo stesso modo pensa anche la scienza, che con la sua forma mentis empirista mira a risolvere dei problemi basandosi su degli assunti di base, assimilabili a delle credenze. Ricordiamo tutti, ad esempio, il principio di inerzia di Newton:

Un corpo mantiene il proprio stato di quiete o di moto rettilineo uniforme, finché una forza non agisce su di esso“.

Sappiamo però che questo enunciato si basa su una condizione, che un corpo possa non essere sottoposto a delle forze, dunque procedere con moto rettilineo uniforme all’infinito, che nel reale non si dà né si è mai data.

Ergo, per analizzare, capire, risolvere ed agire dobbiamo credere, e questo ci porta a imboccare strade, creativamente e fattivamente. Sappiamo bene quanto esimi scienziati, quali Galileo, Copernico, Einstein solo per citarne alcuni, abbiano sfidato il buon senso postulando tesi ritenute impensabili e quanto questo abbia portato a progressi immensi in ogni ambito.

Bene, James – lo scienziato, psicologo e filosofo – osserva che in definitiva l’uomo religioso fa lo stesso: crede per agire, per preservarsi dal male e coltivare il bene che identifica in primis nella sopravvivenza e poi nel perseguimento di quanto ritenga degno di valori.

Sorgono almeno due criticità: da un lato la possibilità di un atteggiamento dogmatico, quanto di più esecrabile per lo scienziato in oggetto, dall’altro il rischio di uno svuotamento della religione dalla sua pretesa di verità assoluta.

A questo punto è importante precisare che James intende con religione un qualunque sistema di credenze, che ci fornisca un apparato teorico – pratico sulla scorta del quale approcciare la realtà. Non mi soffermerò sulla prima criticità per necessità di brevità, ma mi interessa capire se pensare alla religione in modo pragmatista come fa il Nostro, la svuoti veramente del suo contenuto, del suo statuto ontologico. Io credo di no, affatto. J.H. Leuba si spinse a dire che nella misura in cui gli uomini possono servirsi di Dio non interessa loro del fatto che Egli esista o meno nè di chi sia. Se Dio si dimostra utile, in definitiva, l’uomo gli si affida o forse lo usa, senza indagare oltre. Leuba dirà anche “La religione è ciò che la religione fa”, va giudicata insomma in base alla sua efficacia pratica e psicologica, ovvero dalla sua capacità di perseguire la salvezza, o materiale o psicologica dell’individuo.

Mi rendo conto delle criticità di questo ragionamento, che a tratti risulta urticante e posto su terreno umbratile, ma ad un’analisi onesta non posso dire che i due studiosi siano troppo lontani da una parte di vero. La religione in effetti, penso al Cristianesimo, postula un atto di fede in un’entità non verificabile, e in cambio promette salvezza e guarigione, sia materiale che spirituale. Ma questo non equivale a dire che in definitiva non è sommamente importante capire Dio, dato che nessuno lo conosce, ma usarlo? Usarlo per salvarsi, usarlo per salvare, usarlo per amare? Quando facciamo la comunione non Gli stiamo forse chiedendo di essere un tutt’uno con Lui e con i nostri fratelli? Certo, dire che la religione risieda in un terreno psichico innato, non è scevro da implicazioni, e affermare che la bontà di una religione si giudichi dai frutti, nemmeno. Tuttavia si leggono a mio avviso degli anfratti di verità da non trascurare. Ciò ci richiama infatti alla responsabilità dell’atto pratico che scaturisce da un credo religioso, vero biglietto da visita dell’essere umano.

Allora, si può usare Dio? Perchè no, se il nostro stare bene in lui sia fecondo per la nostra vita, la protegga e la faccia fiorire; se questo comporti un atteggiamento pieno di Grazia verso l’altro, ma perchè no? Non ci chiede forse questo il “nostro” Dio, che si è fatto esperienza personale?

Anche apparso su https://mauroleonardi.it/2018/01/09/le-lettere-gavina-masala-si-puo-usare-dio/

C’era una volta una madre

La Corte costituzionale: noi alla maternità surrogata, sì all’interesse del minore

pancia

Questa storia inizia così: c’era una volta una madre, poi una madre e poi ancora una madre; e c’era una volta un bambino. La vicenda di cui scrivo è complicata ed è al centro delle cronache di questi giorni, provo a spiegarla: una coppia eterosessuale di Milano era andata in India per avere un bimbo, attraverso la maternità surrogata, poichè la futura mamma aveva contratto un tumore che le avrebbe impedito di rimanere incinta e di affrontare la gravidanza. I coniugi dunque hanno deciso di affidare il gamete della mamma a una donna indiana. Il bimbo era stato concepito col seme del padre biologico, marito della donna impossibilitata a concepire. I neogenitori a quel punto sono tornati in Italia e hanno chiesto la trascrizione dell’atto di nascita del neonato, che per la legge indiana era figlio dei genitori italiani; non così invece per la legge italiana, che vieta la maternità surrogata. Il caso viene segnalato dall’Ufficio trascrizioni alla Procura della Repubblica e il Pubblico ministero chiede a questo punto che il bimbo venga tolto ai genitori (la coppia milanese), mentre i genitori parallelamente ottengono la trascrizione  del certificato. Il bimbo allora viene dato in adozione, ma al test del DNA risulta figlio della coppia e la legge italiana lega la maternità al parto… Ad aggiungere complessità su complessità, la donna che lo ha avuto in adozione ne reclama la maternità e si rivolge alla Corte costituzionale, che si pronuncia confermando l’illiceità della maternità surrogata in Italia ma chiamando altri giudici ancora a pronunciarsi su quale sia il bene del bambino, da conciliare col principio di verità, pronunciandosi come segue: «L’imprescindibile presa d’atto della verità» da parte dei tribunali non fa venire meno l’interesse del bambino, e quindi la madre non genetica non può essere disconosciuta (né riconosciuta) in automatico.

I giudici costituzionali così non si decidono se la genitorialità di quel bambino vada sempre tolta o sempre lasciata alla madre «intenzionale» che lo ha cresciuto (ma non ha legami genetici con lui), ma affermano che i tribunali nel decidere sulla questione devono sempre valutare se far prevalere l’interesse alla verità o l’interesse del minore. Non ho giudizi né soluzioni, ma tant’è: c’è un bimbo con tre madri (biologica, surrogata e de facto), conteso da due di queste. Che dire a quella creatura a questo punto della storia? Beh, io prego (forse sogno) che gli si dica che è figlio di Amore, di tanto amore, forse troppo. Se lui chiedesse allora cosa l’amore sia, i bimbi hanno la prerogativa di ricercare l’essenza delle cose, vorrei gli si spiegasse che l’amore è quella cosa che ognuno dona come può quando può; vorrei gli si spiegasse che probabilmente la sua mamma biologica, stretta da un cancro e minacciata nella sua speranza di vita voleva con tutta se stessa la sua nascita, voleva sentire che qualcosa di sé sarebbe continuato anche quando lei non ci sarebbe stata più, che certe cose ti mettono dinanzi il senso della vita, che finisce, sempre. Vorrei gli si spiegasse che per questo la donna ha sfidato tutto e tutti, perfino la legge e il raziocinio, che l’amore questo fa: sfida un limite. Vorrei che sapesse che la sua mamma adottiva è quella che lo ha amato nella realtà, che dunque non ha nulla di più nè di meno rispetto alle altre, anzi è quella che ha dell’amore la parte meno ideale e più reale, ovvero la pratica: i pannolini da cambiare, le maestre da sopportare, i nonni da gestire, il raffreddore quando tutto è pronto per partire, anche qui: quanto amore! E poi c’è la mamma surrogata, che lo ha portato in grembo, quella che durante la vita intrauterina, sempre più valorizzata dalla scienza, magari lo ha stretto o gli ha parlato o lo ha protetto da qualcosa o qualcuno. Chissà.

Insomma vorrei che da questa vicenda non fosse espunto l’elemento fondamentale che unico e solo può favorire un buon discernimento: l’amore. Sono convinta che definire l’amore sia impossibile perchè non è concetto, ma atto, prassi, azione dunque non ho soluzioni pratiche da dare, a questo penseranno i tribunali, ma ho punti da sollevare, perchè se una cosa possiamo fare è essere all’erta rispetto ai segni del tempo. E mi sembra che questo tempo ci dica che l’uomo moderno sia confuso, ma desideroso di amare come può – come sempre – da che il mondo è mondo.

Anche apparso su https://mauroleonardi.it/2017/12/21/le-lettere-gavina-masala-cera-volta-madre-la-corte-costituzionale-no-alla-maternita-surrogata-si-allinteresse-del-minore/

I ragazzi e quel fuoco da accendere

A21A700D-0613-4AD3-9513-017508AEBA58

Pochi giorni fa mi sono imbattuta in un articolo particolarmente costruttivo sulla scuola e sulle tecniche di insegnamento rivolte ai ragazzi. A scrivere è un neuroscienziato, Lamberto Maffei, già presidente dell’Accademia nazionale dei Lincei, che propone “la scuola della parola”.

Maffei, dalle colonne di Avvenire, afferma quanto una scuola della parola possa forgiare la struttura dell’essere umano: il discorso infatti fa capo all’emisfero della razionalità, quello del dialogo, della riflessione, del tempo lento, quello che se adeguatamente coltivato suggerisce il pensiero prima dell’azione. Da qui l’esortazione agli insegnanti a proporre temi su cui dibattere in classe con i discenti ricordando che, come diceva Voltaire, i ragazzi non sono vasi da riempire di nozioni, ma fuochi da accendere di entusiasmo e di interesse.

In questo modo, anzichè dare un ruolo passivo all’alunno che spesso viene inondato di dogmi, gli si dà la possibilità di conquistare il suo sapere, di maturare un’opinione suffragata dal metodo e dalle conoscenze del docente.

Mi sono ritrovata a mio agio in questa proposta forse perchè ho la fortuna di studiare in un ateneo dove questo già si fa, forse perchè la descrizione del Prof. Maffei mi ha fatto ritornare all’accademia platonica, all’insegnamento tramite dialoghi che ivi si praticava e a Gesù, il maestro della Parola.

Socrate, l’educatore per eccellenza e colui che sa di non sapere, aveva intuito che conoscere non significa possedere, ma costruire, che cosa? La verità, in un dialogo continuo maestro – discepolo: in sostanza il sapere diviene una relazione, asimmetrica, che accenda una scintilla derivante da due punti di vista che si incontrano.

Imparare per i Greci significava mettere in discussione, combattere in un agone, per togliere il sapere dalla vuota opinione e farlo arrivare alla verità, che è in continuo divenire, prospettica e contingente.

Allora mi soffermo a pensare quanto l’avvento e predominio della scienza, benedetto per molti versi, ci abbia tolto il piacere per questo tipo di sapere e di argomentare, perchè vale solo ciò che è scientifico, indiscutibile.

Ma siamo sicuri? La realtà è più complessa di come il prezioso assioma scientifico ce la proponga, la maggior parte delle esperienze che viviamo sono prive di logica ma dotate di massimo senso, che va riscoperto e ridonato in ogni istante.

Un sapere “malleabile” non ci fa attaccati al nostro punto di vista, ma sempre pronti a partire per un nuovo viaggio: quello della riscoperta del significato, alla luce della relazione che si ha con l’evento e con l’Altro, sommamente importante in questa prospettiva.

Aleteia, verità in greco, si riferisce a quanto dischiudendosi dalla tenebra riconosciamo come nostro, impossibile a mio avviso non trovare un parallelismo anche con l’insegnamento cristiano, che mai deve imporre ma accogliere un’ispirazione. Gesù parlava, si ritirava in preghiera, suggeriva tramite parabole, per lasciare liberi gli uditori di abbracciare il suo messaggio o meno, tanto è vero che spesso era oggetto di domande e usava fare ottime domande, ricordiamo: “Pietro, mi ami tu?” riportata nel Vangelo di Giovanni. Il Cristiano “indottrinato” a mio avviso non può definirsi tale, dato che Cristo è stato maestro protrettico, ovvero ha suscitato dall’interno la conoscenza della Verità, parlando.

Bello sarebbe che questa “scuola della parola” proposta da Maffei venisse presa in considerazione, più di mille vuote riforme che sono sempre in agenda e che non fanno che girare intorno al problema: andiamo a scuola per imparare, per mettere in crisi idee ricevute, ma per farlo dobbiamo essere accesi di entusiasmo e riconoscere quanto ci venga insegnato come affine a noi, altrimenti il massimo piacere sarà la rimozione di quest’ultimo.

Bello che l’esortazione al dialogo, con tutta la sua fecondità di implicazioni umane, questa volta giunga da uno scienziato; la filosofia e la fede già lo sapevano…