In Trump we trust?

img_2923Stupirsi della vittoria di Donald Trump è umano, ma poco avveduto. Io stessa, seppure non estimatrice della discutibile Hillary Clinton, né troppo fiduciosa nella capacità di discernimento del genere umano, ivi compresa me, non pensavo si sarebbe trattato di un trionfo così netto da parte dell’imprenditore “prestato alla politica”. Ma gli elementi per comprendere la situazione ci sono tutti, e questo costituisce di per sé una parziale buona notizia.

Gli States sono la culla della corrente filosofica del Pragmatismo, sorta nella seconda metà del XIX secolo, che propone una forte commistione fra conoscenza e azione. Per meglio dire: il pensiero, i valori, le ideologie, valgono finchè utili, finchè consentono di agire con efficacia e, direi, vantaggio. Tutto deve essere strumentale a un fine, che si tratti di profitto, di credenze religiose volte a trovare la felicità, e addirittura della pace, da perseguire non per motivi etici, ma utilitaristico – economici.

E’ ciò che ha portato alla dittatura del principio causa-effetto: l’attività pratica prevale su quella teoretica, anche a costo di spregiudicatezza, come ben esemplificato dalle boutades del magnate Donald, pensate per ottenere risultati concreti e fare breccia su target bene preciso. A questa visione del mondo sfuggono parecchie cose, è indubbio: vi sono atti quali l’amore, la conoscenza, come anche l’odio o l’intelligenza che muovono il mondo, seppure non siano concretamente spiegabili o misurabili secondo un criterio causa-effetto. Tante volte sacrifichiamo noi stessi in nome di un principio, ed altrettanto vale per gli Stati, che in nome di un’ispirazione ideologica intraprendono determinate azioni, oppure no.

Insomma, a questo sistema calcolatore ed efficiente sfugge l’umano, tuttavia ne siamo profondamente attratti e, certamente, rassicurati. E’ il sogno di potere prevedere e gestire la storia che ha portato a grandi totalitarismi. Ma non è la demonizzazione quella che ci salverà dalla diffusione di questa weltanschauung.

Forse lui stesso lo ignora, ma il neopresidente americano è esponente di questa dottrina filosofica, nonchè del realismo politico in ambito internazionale, bene espresso dal motto di Machiavelli “il fine giustifica i mezzi”. Per realismo politico si intende la capacità di agire per ottenere il potere, sia in politica interna che estera, come teorizzava Kenneth Waltz, realista della fine del XX secolo. Ne “L’uomo, lo stato e la guerra”, Waltz scrive che le cause dei conflitti sono da ricercarsi nella natura umana, nell’
organizzazione interna degli Stati e nella natura anarchica del sistema internazionale, che tende all’ equilibrio di potere, perchè assetto conveniente a tutti.

Ecco dunque il substrato teorico, forse inconsapevole, del programma di Donald Trump, che non vede alternative credibili ai combustibili fossili, che per risolvere il problema della disoccupazione propone di costruire un muro e di permettere solo agli statunitensi di ricoprire posizioni chiave, che in ambito internazionale preferisce l’alleanza col nemico russo nonché cinese (meglio conoscere i nemici che allearsi con gli amici?).

Questo way of thinking tuttavia fornisce delle garanzie: Trump non ha prese di posizione ideologiche da portare avanti a oltranza, lo dimostra il cambiamento dei toni una volta eletto, se la sua politica si dimostrerà inefficace o in-utile probabilmente non faticherà a cambiare idee e azioni. Perseguirà sempre fini economici, dunque il suo agire non sarà certo nobile nè modello per nessuno, ma forse – o almeno così hanno creduto gli americani – utile e riportare gli USA ad un buon livello di sicurezza e prosperità.

Il mio augurio, anche se con tanta amarezza causata dalla vittoria dell’utile sul “bene” (non credo rappresentato dalla poco empatica e rappresentativa Hillary), è che l’America sia comunque caduta in piedi. Il genere umano, invece, rotola verso il basso…

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Alla ricerca della felicità, tra techno music, filosofia e religione

cdm_734257Ieri il cantante Moby ha rilasciato un’intervista a La Repubblica che mi ha dato parecchio da riflettere. Celebre negli anni ’90 per avere suonato insieme ad artisti del calibro di David Bowie e, tra le altre cose, per avere sostenuto John Kerry alle elezioni del 2004, la star dell’elettronica era sparita dalle scene internazionali a causa di problemi con alcool e droga.

Dice di essere “sobrio” da otto anni e di avere superato il periodo nero grazie ad un anelito religioso, filosofico e spirituale.

Ciò che colpisce dell’intervista è che parla pochissimo di musica, anzi si rifiuta di fare tour promozionali per il suo ultimo disco intitolato These systems are failing (questi sistemi stanno fallendo). Al contrario, l’accento è tutto esistenziale e dichiara: “Quando ti puoi permettere una villa con sei stanze da letto, ne vuoi subito una che ne abbia dodici. L’ego, l’edonismo, il successo e i soldi sono un veleno che non mi tocca più”. Poi parla della sua conversione al “taoismo-cristiano-agnostico-meccanico-quantistico”. Viene da chiedersi che culto sia, ma non deve stupire il mix tra religioni e teorie fisico – filosofiche che il cantante dice di abbracciare.

Come sottolinea lo psicologo della religione Eugenio Fizzotti, nuovi movimenti religiosi mirano a favorire il recupero di un benessere individuale da parte dell’individuo, sempre più minato da malattie psichiche quali ansia e depressione. E’ chiaro infatti che l’attuale società informatica, o liquida se preferite, ci ha reso malleabili come gelatina: tempo e spazio oggettivi non esistono più, posso arrivare a Londra in novanta minuti, ma restare imbottigliato nel traffico romano per molto di più. E lo smarrimento è fisiologico. Per non parlare delle relazioni: sempre più virtuali, a distanza, ricche di parole gratuite grazie a programmi quali Whatsapp, ma spesso prive di contenuti.

Ciò detto, vorrei fuggire dal fin troppo semplice tentativo di demonizzare i mélange teorici fai da te, o promossi da guru spirituali autoproclamatisi. Tornando infatti all’esempio da cui sono partita, Moby riferisce di stare bene, di non cadere più nella trappola degli stupefacenti di cui ha fatto abuso e di riuscire a stare lontano dai riflettori e in perfetta solitudine senza soffrirne, anzi.

Sembra ricordare un distacco quasi stoico dal mondo e anche questo non deve stupirci: è molto probabile che la “filosofia” (non virgoletto per senso critico, ma per il senso letterale del termine, qui usato con libertà), nascano in sostituzione della psicoterapia, da un’esigenza di una raison d’être e dalla necessità che l’uomo, animale razionale, ha da sempre cui la filosofia cerca di rispondere: dare un senso alla propria vita. L’impresa è oggi più difficile dati i vorticosi ritmi di vita, che poco tempo lasciano all’introspezione e data la solitudine che l’homo oeconomicus è costretto sempre più a patire. Da qui il successo di gruppi spirituali che promuovono pratiche comunitarie, che fanno sentire il singolo integrato in un sistema di valori e di relazioni sociali condivise, corroborando la visione del mondo promossa dalla comunità di appartenenza.

Cosa c’è di male? Nulla, il tentativo di stare bene è sempre lodevole e mai esente da sacrifici, l’unico caveat a mio avviso è il non sapere più che esiste una dimensione che trascende quella contingente e dunque che per salvarsi, ma anche per stare bene in questa vita, non è sufficiente pensare autonomamente al proprio stare bene, ma donare all’altro, cercare il volto dell’altro, dato che siamo animali di relazione. Abbiamo cinque sensi: quattro dei quali localizzati sul volto e tutti e cinque indirizzati all’altro: sento per udire ciò che l’altro dice, vedo per guardare ciò che mi circonda, tocco qualcosa che non sono io. La domanda è: la ricerca esclusiva di sé è sufficiente a stare bene profondamente, fino ad aprirci a quella dimensione altra che tanto interroga l’essere umano da sempre? Forse può essere una via, ma sufficiente non credo.

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Giornalisti e verità: un binomio possibile?

aristotele“Tutti gli esseri umani hanno innato desiderio di sapere”, così scriveva Aristotele nella Metafisica, aggiungendo: “Tutte le altre scienze saranno più necessarie di questa (la filosofia), ma superiore nessuna”.

Nella stessa opera, il filosofo sottolineava la specificità degli uomini nei confronti degli animali, individuata nel loro essere dotati di ragione, e l’importanza della facoltà astrattiva della ragione per raggiungere il livello della conoscenza scientifica, intesa come verità certa (episteme).

Perchè rivangare oggi lo stagirita? Mai come in questo momento i mass media sono oggetto di attenzione da parte degli ambienti più eterogenei: giovedì scorso, durante un incontro con i giornalisti, il Papa ha richiamato l’importanza di dire la verità: “La questione qui non è essere o non essere un credente. La questione qui è essere o non essere onesti con se stessi. (…) Auspico che il giornalismo sia sempre più e dappertutto uno strumento di costruzione, un fattore di bene comune, un acceleratore di processi di ricostruzione”.

In maniera molto meno rispettosa, ieri ha tuonato Beppe Grillo: “Non capiscono nulla, è una battaglia persa, sanno solo contare quanti peli ha la Raggi…”. I pentastellati sul pratone del Circo Massimo di Palermo hanno applaudito soddisfatti, quasi sbeffeggiando i numerosi giornalisti sparsi tra loro.

E’ innegabile che la professione giornalistica risenta di una crisi senza precedenti, ma è altrettanto vero che richiedere la verità rende necessarie alcuni punti che è bene non tralasciare.

Tornando ad Aristotele, egli premetteva che la verità pratica (di cui fanno parte l’etica e la filosofia) non ha e non deve avere la stessa certezza delle scienze, in quanto le premesse da cui si muove sono valide per lo più, non tout court.

Così circoscritta la questione, l’appello alla verità giornalistica si può intendere come un obbligo etico, e il metodo per confutarlo, ovvero la bussola per capire se siamo sulla giusta strada, è il seguente: si parte da premesse ritenute vere, si sviluppano le conseguenze e si verifica se queste entrino in contrasto o meno con gli endoxa, ovvero le opinioni più autorevoli e veritiere.

Oggi gli studiosi più accreditati sono portati a considerare come endoxa i princìpi contenuti nelle costituzioni degli stati democratici e le dichiarazioni internazionali, in quanto opinioni della maggioranza. Ovvero, i diritti umani (diritto alla vita, diritto all’istruzione, diritto di asilo, etc.) sono gli endoxa attuali, e tutti non fanno altro che rispettare la comune natura umana, ovvero la dignità dell’essere umano inserito in una cultura o civiltà.

Allora come commentare gli appelli differenti nella forma, ma simili nei contenuti, di Papa Francesco e Beppe Grillo all’etica della comunicazione? Tali appelli sembrano collegarsi al concetto di tutela della dignità della persona, che è qualcosa di almeno in parte opinabile. Infatti, l’etica lascia sempre un margine di interpretabilità, tuttavia ciò non vuol dire che una verità non esista.

Se si intende svolgere con dignità la professione del giornalista, e in generale del comunicatore, va dunque necessariamente posta in primo piano la tutela dei diritti e della dignità di coloro di cui si parla o scrive, senza la pretesa di esaurire un tema o una problematica in maniera incontrovertibile, ma con l’intento di descrivere la realtà rispettando il prossimo. Parola di Aristotele.

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Non solo per profitto

maxresdefaultChe relazione esiste tra crescita economica e sviluppo umano? Il secondo sembrerebbe un concetto più ampio, che va oltre l’homo oeconomicus per considerare una dimensione piú umana appunto, quella che Aristotele definiva “fioritura umana”.

Mentre pensavo alla risposta a questa domanda, che mi sta molto a cuore, mi sono imbattuta in un interessante articolo di Roberto Bonzio, creatore del bel portale Italianidifrontiera.com, che commenta un viaggio effettuato nella Silicon Valley al fine di capire che cosa ha fatto di questa piccola arida vallata statunitense un vero Eldorado, capace di governare l’intero universo economico-finanziario.

La Silicon Valley, striscia di terra nell’alta California storicamente meta dei cercatori d’oro dell’800, culla dei movimenti beat e della controcultura americana, poi centro nevralgico mondiale dell’innovazione e del web, del mondo in silicone insomma, che molti economisti davano per finita, è ancora la culla di aziende quali Apple, Facebook, Uber, Airbnb e, soprattutto, delle università di Berkeley e Stanford, veri centri propulsori di innovazione.

Inutile dire che qui le figure lavorative più ricercate sono programmatori, manager, creativi e web designer, insomma certo non filosofi o umanisti.
Abbandoniamo però solo per un attimo la Silicon e consideriamo quanto spesso, nelle nostre “piccole” realtà quotidiane ci lamentiamo dell’ignoranza diffusa, dei comportamenti antisociali che chiunque di noi subisce, di quanta poca attenzione vi sia al diverso, tanto più se svantaggiato in quanto povero o disabile.

Bene, Martha Nussbaum parla di una crisi che sta passando inosservata, ovvero quella dell’istruzione, dettata dalle nazioni che in ossequio alla logica del profitto eliminano ogni tipo di studio umanistico, unico mezzo che l’essere umano ha per riflettere su se stesso in maniera critica, sí da migliorarsi.

E allora, a quale democrazia vogliamo aspirare se promuoviamo uomini che non sono in grado di riflettere su di sé e sull’altro, che non possiedono nozioni per essere osservatori attenti della propria storia e di quella dell’umanità? Gli studi umanistici andrebbero promossi dalle stesse democrazie, se queste fossero veramente interessate ad auto-alimentarsi, non solo economicamente, anche perchè un mero sviluppo economico non può che essere miope se non accompagnato da una visione. Come può il cittadino economico partecipare alla democrazia se non creando il disastro antropologico che vediamo attualmente in atto in tutto il mondo “progredito”?

Oggi le sfide, anche per l’etica e la morale democratiche, sono sempre maggiori: immigrazione, bioetica, convivenza tra diverse religioni, ed è chiaro che un uomo non completamente calato nella sua umanità non è in grado di affrontarle.

E’ evidente che la discussione in merito diventerebbe complessa ed eccederebbe questa breve lettera dedicata ad un blog, ma credo sia il Tema su cui riflettere: inutile lamentarsi del fallimento della politica, senza prima indagarne la causa profonda, a mio avviso da rinvenire nella crisi della cultura umanistica.

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Renzi e quel malcostume

Pd: Renzi, sul carro non si sale, le idee sono quelle

“Quando fu ufficiale la notizia che Giovanni Floris lasciava la Rai e che per Ballarò si pensava a Massimo Giannini, eravamo ancora ai tempi del Patto del Nazareno. Berlusconi mi disse: accetti un consiglio? Ho visto che gira il nome di Giannini per Ballarò. Non prenderlo! Lui ti detesta ne sono sicuro. Scegli un altro, Ballarò ti sarà utile”. Lo dice in una intervista al Messaggero il premier Matteo Renzi, raccontando un aneddoto. “Gli risposi: presidente, a differenza tua, non ho mai messo bocca su un programma Rai e non inizierò adesso”. In realtà pare che Massimo Giannini sia “in odore di licenziamento”, e diversi giornalisti che al nostro premier non vanno a genio, quali Nicola Porro o Massimo Belpietro, hanno impegni molto ridotti.

Comunque, ammettiamo che sia andata così, di cosa è segno questo episodio, se non del malcostume che ha investito il nostro paese da decenni a questa parte? In qualunque ambiente di lavoro, per non dire in qualunque consesso sociale, chi ricopre una posizione anche solo lievemente predominante, ti fa fuori se non gli vai a genio, senza nessun ritegno. Figuriamoci se si tratta del Presidente del Consiglio. Quest’uso distorto del potere é ormai talmente palese che Renzi non ha avuto pudore nel raccontare questo episodio.

E noi? E noi ci siamo abituati, non ci piace, ci sentiamo vessati, ma “la prendiamo con filosofia”: se troviamo un lavoro, anche il più malpagato e lontano possibile dalle nostre aspettative, ci sembra un tale miracolo che stiamo zitti sempre e per sempre. Non è questo un atteggiamento che mi va di criticare, probabilmente l’ho messo in pratica anche io più di una volta, ma di mettere a fuoco, semplicemente perché avere consapevolezza è gia metà del cammino. Il nostro Paese, e non solo, vive un momento di infantilismo coatto: rimani giovane fino a cinquant’anni, salti da un lavoro all’altro, vivi con mamma perché non hai un contratto e non puoi permetterti un mutuo, tanto meno puoi avere il coraggio di sposarti o avere dei figli. Insomma: non divieni nulla, e questa è la morte della persona. Fino a qualche generazione fa avevi un’identità, ai tempi dei miei genitori ti potevi presentare e descrivere per filo e per segno: eri una moglie, magari un’insegnante, un’italiana, etc… Adesso non sei italiano ma europeo, se lavori non lo puoi dire perchè lo fai “in nero”, in genere non sei sposata ma hai un compagno, insomma non sei. Vivi, ti adatti a delle situazioni come ci si adatta ad un vestito di una taglia inferiore, con fatica. E se non sei contento sei uno che non sa vivere, non sei flessibile. Il male di questi ultimi anni è l’ansia, ovvero vivi in uno stato di perenne allerta. E come vivere altrimenti? L’uomo è desiderio continuo di sintesi, di definizione, il ventaglio di possibilità che abbiamo dispiegato davanti a noi alla nascita, mano mano si riduce e questo è sano: lavorare a seconda della propria vocazione, sposarsi o meno, vivere in un paese o meno, praticare una religione o meno, tutto questo ad un certo punto va risolto. Ma ora non è più così, è come se le possibilità rimanessero sempre in potenza davanti a noi, ma mai in atto.

E allora ecco l’uomo eroso nella sua essenza: in nome della libertà di fare ed essere tutto non riusciamo più a mettere a fuoco chi siamo, a discernere direbbe sant’Ignazio, la nostra vocazione, il bene dal male. E ci accontentiamo di rimanere schiavi, perché di questi tempi devi essere contento anche se lavori e non sei pagato.

Senza ideologie, ma farebbe bene una rispolverata del Marx filosofo, che mise bene a fuoco questi meccanismi, prevedendo quanto saremmo diventati schiavi.

L’antidoto? Proprio mi sfugge, ma la strada è, per quello che mi riguarda, di non perdere di vista il valore di quello che si fa e di come lo fai, anche se ti fanno credere che “fuori uno se ne fa un altro”. Non è vero. Dire qualche no poi e puntare i piedi qualche volta, può essere estremamente liberante e pedagogico.

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Nuovi muri, vecchi principi?

AustriaDomani la Commissione Europea presenterà la proposta legislativa per la revisione della Convenzione di Dublino, che sancisce la responsabilità dello Stato accogliente un migrante di esaminare la relativa domanda di asilo. Ciò ha causato un aggravio logistico e burocratico nei Paesi che affacciano sul Mar Mediterraneo, che troppo bene conosciamo, legittimando gli Stati del Nord Europa ad un certo “laissez faire”.

Non è ancora certo invece che si inizierà il processo di valutazione per l’attivazione dell’articolo 26 del Trattato di Schengen, che autorizza le parti contraenti a ripristinare i controlli “per esigenze di ordine pubblico o di sicurezza nazionale”.

Sono sei i paesi che hanno attualmente in corso i controlli alle frontiere interne: Danimarca, Francia (in seguito agli attacchi terroristici), Germania, Austria, Norvegia e Svezia interessati ad ottenere proroghe a tale prassi, attivando l’articolo 26 su menzionato.

L’innalzamento di muri costituisce un ulteriore attentato all’ideantità europea – comune – che ha in Schengen il suo DNA. Ma non parliamo solo di frontiere, muri, confini che dir si voglia, quanto di un valore preciso: la solidarietà. E’ possibile applicarla tra Stati, ci chiediamo, o rimane una sorta di imperativo morale che può valere solo nella vita privata, e neppure di questo siamo troppo sicuri?

A risponderci è Rousseau, che nell’Età dei lumi, credeva nella possibilità di una religione civile, da non confondere con la religione spirituale, i cui dogmi fossero pochi, semplici e accessibili alla ragione umana; tra questi il filosofo annoverava l’esistenza di una divinità saggia che premia i giusti e punisce i colpevoli in una vita futura. Essa doveva essere il fondamento delle leggi, da improntarsi a rispetto e tolleranza reciproca. Ecco, nessuna speculazione teologica intorno a Dio, ma razionalità e buon senso.

Vecchi principi? Forse no, anche Joseph Ratzinger in Senza radici afferma che il cattolico non può imporre i propri valori tramite le leggi, ma deve reclamare “ciò che appartiene alle basi dell’umanità, che sia accessibile alla ragione e necessario per costruire un buon ordinamento giuridico”.

Non si tratta a ben vedere di scomodare un dio o una morale specifici, ma di guardare vicino, capire cosa si possa fare di razionale, e proprio la lucidita nel leggere i contesti, ci porterebbe a soluzioni morali. Ma forse siamo diventati troppo frettolosi e paurosi per capire. L’erosione del pensiero e la necessità della velocità hanno portato a quella che Bauman definsce “società liquida”: la civiltà economica ci ha insegnato infatti che gli altri sono una minaccia, che se li togliamo di mezzo, abbiamo più risorse per noi. E’ chiaro che un’ideologia di questo genere, pret a porter, semplice e vantaggiosa ci tenta e si impadronisce facilmenteanche degli Stati, che poi sono fatti da uomini.

Da qui a mio avviso le difficoltà nel risolvere le crisi internazionali in maniera diplomatica, favorendo misure straordinarie e drastiche, forse momentaneamente risolutive ma cariche di sbagli, che inficiano il nostro modo di pensare e di agire.

L’antidoto? Tanti, ma investire più tempo nella cultura, nel pensiero, nelle relazioni è uno di questi. Certo, è molto inerente alla morale cristiana ma non esclusivamente e il tentativo di ricostruire un uomo maggiormente degno di tale nome, vale bene la fatica di provarci.

Vecchi principi?

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Lisa, la sua musica, il nostro dovere di riflettere

lisa-digrisolo-2A leggere la storia, brevissima, della bella Lisa Digrisolo non si può che rimanere con l’amaro in bocca, o meglio col fiato sospeso, come sospesa è rimasta la sua vita. Era bellissima Lisa, poco più che adolescente e aveva un futuro che l’aspettava, un futuro da aspirante modella.

Doveva ancora compiersi la sua esistenza, ma lei aveva certamente tutte le carte in regola: un sogno, delle esperienze fatte, gli studi in fashion design e magari, dato che si trovava in stazione la mattina prestissimo, anche tanta buona volontà. Non lo sapremo mai: è stata chiamata presto Lisa. Neppure da credenti è facile farsi una ragione di storie come la sua, che sfiorano il paradossale, solleticano critiche contro le misure di sicurezza approssimative nelle stazioni.

Qualcuno potrebbe anche fare una morale: “questi giovani, sempre distratti, non sanno più dove si trovano”. Di certo c’è qualcosa che accomuna questo tragico incidente a molti altri, avvenuti con dinamiche affini. Io stessa spesso giro con le cuffiette e il mio mondo parla mentre cammino, mentre tutto il resto avviene, ma noi non ci siamo: la vita sta accadendo e noi scegliamo una dimensione parallela.

Perché? Nel pormi questo interrogativo in questi giorni, mi sono risposta che spesso la realtà non ci piace e che in nome della libertà ne scegliamo un’altra, parallela. Soprattutto per noi giovani, Lisa lo era molto più di me, tutto è complesso: abbiamo molto ma non possiamo essere ciò che siamo, ovvero noi stessi, con vulnerabilità annesse.

E mi sono immaginata Lisa, nel mondo della moda, dove devi essere bella, felice, inappuntabile, desiderabile, anche se proprio non ti va. Ma devi dare un’immagine di te, non essere te stessa. E’ lontanissima da me l’idea di fare un’esegesi delle cause dei comportamenti di una ragazza che neppure ho conosciuto, ma mi viene da pensare a quanto, nella frenesia e nel rumore quotidiano, vogliamo fare silenzio, ritagliarci i nostri spazi, uscire dalla realtà.

Perché? A questa domanda non voglio dare risposta, per rispetto di questa vita spezzata, che per chi crede si sta compiendo nell’eterno, e per rispetto di chi soffre per lei. Tuttavia dentro di noi cercare di rispondere a quell’interrogativo è un dovere.

Qualunque sia la risposta, sarà certo uno schiaffo all’arroganza di chi (tutti) pensa di avere la vita in pugno. La vita sfugge e il nostro cercare di non viverla, di astrarci, la fa sfuggire ancora più velocemente. Questo non è però il tuo caso Lisa, la tua vita lascia una traccia profonda: hai donato a tutti noi la possibilità di riflettere, di fermarci a capire cosa non va e magari a cercare di migliorare. Speriamo che anche sul piano fattuale, della sicurezza per intendersi, qualcosa finalmente si muova.

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Benedizioni a scuola: la partita si riapre

Benedizioni-a-scuola

L’anziano, depositario di saggezza e buon senso, direbbe: “una benedizione non fa male a nessuno”, ma l’uomo post-moderno sa bene che non è scontato. Poco più di un anno fa veniva proibita attraverso una sentenza del TAR la consueta benedizione pasquale nelle scuole dell’Istituto comprensivo 20 di Bologna – elementari e medie. La partita (importante) non si è chiusa lì e la sentenza è stata sospesa dal Consiglio di Stato, in attesa dell’udienza in Camera di Consiglio, prevista il 28 aprile a Roma.

Episodi come questo interrogano profondamente la società odierna circa la convivenza tra fedi e culture diverse, circa il concetto di tolleranza, di integrazione e di cultura.

Vediamo di fare ordine su alcuni punti fondamentali, su termini che usiamo spesso, senza approfondire troppo: lo Stato è laico. Vero, il principio è sancito dalla Carta costituzionale, tuttavia per laicità non dovrebbe intendersi l’espungere l’ambito religioso dalla sfera pubblica nonchè civile, atto che costituirebbe una chiara negazione della libertà di coscienza di ciascuno. Questo sarebbe laicismo, dal tratto vessatorio e contro il quale ci si potrebbe appellare con facilità.

Viviamo in una società di matrice giudaico-cristiana. E’ un dato di fatto, e volere favorire la convivenza con altre culture non dovrebbe voler dire annientare la propria. Certo, riferendoci al caso da cui siamo partiti, bambini di altre fedi non dovrebbero essere obbligati a partecipare alla benedizione, ma tale eventualità non è mai stata ventilata. Tuttavia sarebbe stato corretto metterli davanti all’evidenza di cosa sia la Pasqua cristiana, festa caratterizzante la società in cui si trovano a vivere. Rispettare gli altri significa tutelare la propria identità e mettere l’altro nella condizione di potere fare altrettanto; si può integrare solo a patto di avere un’identità e di esserne consapevoli.

Viviamo in una liberal-democrazia, il che ha delle implicazioni precise: la politica non deve intervenire nella sfera religiosa e viceversa, ma i due ambiti devono esistere, coesistere e ricercare punti di contatto. Democrazia, come sappiamo, significa governo del popolo, che si esplica nel prendere decisioni a maggioranza, ergo: se vi è una maggioranza di cristiani o di ebrei o di musulmani o di indù sarà questa ad avere peso decisionale più ponderoso rispetto alle minoranze. Non è un concetto facile da praticare proprio perchè spesso confondiamo la maggioranza con la parte che detiene la Verità. Non è così, essa può e deve decidere per favorire il buon funzionamento della società, anche sbagliando. Ciò in generale.

Integrazione: ne parliamo tutti come di un qualcosa di nobile. Ma integrare qualcuno vuol dire dargli un giusto spazio all’interno della propria cultura, e per fare ciò si deve necessariamente passare dalla conoscenza e dal rispetto per la cultura integrante.

Sì, perchè in definitiva si tratta di questo: di conoscenza e di rispetto. Nelle scuole si fa cultura, sapere cosa sia la Pasqua e perchè ad essa si associ una benedizione è un preciso dovere per chiunque viva in Italia, riservandosi ovviamente di non desiderare di festeggiare tale ricorrenza. Ma non si può pretendere di imporre un pensiero unico, neutrale, che faccia tabula rasa di un mondo, di una storia, di un amore in questo caso.

Se vogliamo dirla tutta poi il tentativo di non dare cittadinanza a Dio sembra rispondere più ad un pigrizia esistenziale che ad un sincero anelito di accoglienza. E’ tempo che l’uomo riprenda a interrogarsi sul senso profondo della propria esistenza, tanto più in un momento storico in cui esistere significa essere in relazione. Come sostenne il papa emerito nel discorso di Ratisbona del 2006. Per Joseph Ratzinger è esigenza della stessa ragione, quella del Positivismo per intendersi, interrogarsi sul senso e sui perchè le cose stiano in un certo modo e di favorire nessi che ci permettano di vivere insieme, nel rispetto reciproco.

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“Adotta un danese”, l’antidoto all’indifferenza

adopt-a-dane-2.jpg@SaveDenmark e Adopt a Dane, sono due delle iniziative ironiche che smascherano le (crudeli) politiche danesi, ed europee in genere, sui rifugiati.

In Danimarca, infatti, è da poco stato approvato un disegno di legge che autorizza le autorità a sequestrare i beni ai rifugiati, per recuperare i costi del loro asilo, e aumenta i tempi previsti per i ricongiungimenti familiari. E’ inoltre da più di un anno che il governo pubblica spot in danese, libanese e arabo invitando i migranti a trovare alloggio altrove: “Sono stati tagliati i fondi per il diritto di asilo” e coloro “che si trovino nel nostro territorio verranno cacciati via velocemente, se i documenti non saranno giudicati in regola”. Tradotto: restate dove siete.

La Danimarca ha in effetti accolto un elevato numero di rifugiati, oltre 20.000 nell’ultimo anno, il che la rende uno dei Paesi maggiormente impegnati nelle politiche di asilo e, come diversi altri Stati, è preoccupata per i costi che si trova a pagare.

Anche negli Stati Uniti domina la paura dei migranti, utilizzata nella propaganda di alcuni candidati, ma “un approccio di questo genere non può portare da nessuna parte” – si legge nell’editoriale del New York Times di qualche giorno fa – “l’Occidente dovrebbe gestire il fenomeno in conformità agli obblighi internazionali che lo vincolano, nel rispetto di regole anche morali”.

Il vero schiaffo arriva dall’Africa, che superficialmente in molti associanounicamente ad arretratezza e indigenza. Ecco come recita uno spot provocatorio, prodotto da una finta organizzazione umanitaria con sede nel Paese: “migliaia di danesi stanno scrivendo su Facebook che si spendono un sacco di soldi per l’Africa, invece di usarli per le persone anziane in Danimarca. Quando lo abbiamo saputo, abbiamo pensato che avremmo dovuto fare qualcosa. Dobbiamo trovare un posto per Ole, la sua famiglia non va mai a trovarlo”, dice un ragazzo di colore protagonista della Ong fittizia “Danmarks Indsamling” fingendosi ideatore dello spot, mentre Ole sarebbe un’anziano danese, che nessuno cerca più.

Touché: chi può dire di non essere mai stato almeno testimone di una situazione del genere? “Gli anziani non sono un peso ma un dono meraviglioso, noi in Africa amiamo i nostri vecchi – continua Nouwah, altro animatore del video – perché noi possiamo anche avere acque contaminate, epidemie ed essere senza energia elettrica, ma sembra che gli anziani danesi se la passino peggio. Lasciate che ci prendiamo cura di loro”. Appello finale: “Africa apri il tuo cuore, adotta un danese”.

Bergoglio parlerebbe di un antidoto alla cultura dello scarto, come ebbe a dire durante l’udienza generale del giugno 2013: “Se si rompe un computer è una tragedia, ma la povertà, i bisogni, i drammi di tante persone finiscono per entrare nella normalità”. Insomma, nella diagnosi del Papa contano di più i beni materiali di quelli affettivi, esattamente come mette in evidenza Adopt a Dane.

La Danimarca, qui usata come emblema di un mondo mosso unicamente da interessi economici, viene dipinta da organismi internazionali, statistiche sulla felicità e sondaggi come una terra promessa, eppure nasconde tanti angoli bui: non si parla mai di quanto lo Stato sociale sia poco “previdente”: si va in pensione a 67 anni, ma questa ammonta a circa 450 euro netti al mese, se hai lavorato almeno 40 anni. Che tu sia la Regina o un normale impiegato, lo Stato ti fornisce gli stessi servizi previdenziali; è un approccio peculiare per cui si pagano le tasse in proporzione allo stipendio ma i benefit sono uguali per tutti, ivi compresa la pensione. Ed ecco che “the world’s happiest country”, come recita lo spot di una famosa birra prodotta a Copenaghen, diventa la patria di anziani poveri e soli, scartati dall’ideologia della produttività.

E’ qui che può avvenire uno scambio, non economico, ma di valori, tra le nazioni “sviluppate” e quelle in via di sviluppo, ancora sensibili a temi che nelle nostre terre sono in declino almeno dal dopoguerra, quando ebbe il via un boom economico che, spinto elle sue massime conseguenze, ha portato all’inseguimento della produttività ad ogni costo.

Anche apparso su: http://www.interris.it/2016/04/03/90093/posizione-in-primo-piano/schiaffog/adotta-un-danese-lantidoto-allindifferenza.html

Soldi pubblici per cambiare sesso ai bambini

Gender equal opportunity or representation“Farsi primavera, significa accettare il rischio dell’inverno. Farsi presenza, significa accettare il rischio dell’assenza” diceva Il Piccolo Principe; e c’era un baluardo che pensavamo non si potesse oltraggiare: l’infanzia.

Credenti, atei, politici o scienziati, insomma tutti abbiamo sempre trovato un punto di convergenza certo: la tutela dei bambini, il loro rispetto a oltranza, la loro cura.Invece è cronaca di questi giorni che in Gran Bretagna il Sistema Sanitario Nazionale prevede dei trattamenti farmacologici per minori affetti da disforia di genere, ovvero disordini dell’identità sessuale.

Tutto ha avuto inizio nel 2014, quando Londra ha deciso di dare il via alla somministrazione di terapie ormonali per ritardare la pubertà a bambini di nove anni, come preludio ad un eventuale intervento chirurgico per il cambio di sesso. Il trattamento è offerto dal Servizio sanitario nazionale, dunque pagato con soldi pubblici: si tratta di farmaci “ipotalamici”, che diminuiscono la produzione di testosterone ed estrogeni. Qualora poi si valutasse che i problemi di genere permanessero, i bambini potrebbero essere sottoposti a ulteriori cure. Solo lo scorso anno, lo Stato ha speso 2,6 milioni di sterline per somministrare a oltre mille bambini trattamenti previi al cambio di sesso.

Molte le associazioni insorte per richiamare all’imprudenza di trattare farmacologicamente degli organismi ancora molto giovani, tanto più che durante la pubertà è difficile distinguere la disforia di genere da altre forme di disagio, per cui esistono percorsi di cura meno invasivi. Una delle fondazioni che collabora nel valutare ​i casi da medicalizzare è l’Nhs Foundation Trust con sede a Londra che, secondo alcuni, sarebbe legata al progetto Mk Ultra, ormai chiuso, col quale la Cia attuava dei programmi per il controllo della mente.

Di certo, a corollario di quest’operazione, c’è un’ideologia precisa per cui il determinismo biologico sarebbe obsoleto e andrebbe abbandonato in favore del determinismo psichico: ovvero possiamo diventare ciò che pensiamo giusto, non ciò che siamo dalla nascita.
Joseph Ratzinger nel 2013, al termine del Pontificio Consiglio “Cor Unum”, aveva già intravisto dei rischi e aveva parlato di filosofia della sessualità. Il Papa emerito aveva profeticamente dichiarato: “essere uomo o donna non sarebbe più un dato originario della natura da accettare e riempire personalmente di senso, bensì un ruolo sociale del quale si decide autonomamente, mentre finora era la società a decidervi. La profonda erroneità di questa teoria e della rivoluzione antropologica in essa soggiacente è evidente”.

Immensa è la tenerezza nel pensare a questi bambini che anziché essere aiutati a capire le radici del disagio vengono “congelati”, in attesa che qualcuno valuti se possono diventare ciò che sono o meno. E’ un chiaro esempio di incapacità di accettare la natura umana anche quando imperfetta, problematica, dubbiosa. Tutto ciò ha a che fare con il non sapere correre il rischio intrinseco all’esistenza: quello di trovar
​s​i in situazioni complesse, che talvolta non hanno soluzione.

Parafrasando Saint-Exupery: il farsi primavera porta con sé la possibilità dell’inverno e in questa contraddizione, in questo paradosso, deve stare l’essere umano per non diventare il nulla. Se avalliamo un determinismo che rifiuta la natura, chi deciderà ciò verso cui tendere? La verità è che nessuna operazione potrà mai toglierci dalla bellissima seppur controversa ed incessante fatica di vivere: ecco lo schiaffo​ ​più vero alla nostra arroganza.

Anche apparso su: http://www.interris.it/2016/03/31/89937/posizione-in-primo-piano/schiaffog/soldi-pubblici-per-cambiare-sesso-ai-bambini.html