Italiano, tirati su!

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Italiani afflosciati? Cinquantunesimo rapporto CENSIS sulla situazione sociale del Paese.

Poliedrico il ritratto dell’italiano che si staglia dal Rapporto CENSIS uscito in questi giorni: l’economia è in crescita, più che in altri Stati europei, aumentano le spese per il tempo libero, ma emerge una povertà di miti e idee che hanno caratterizzato le grandi riprese economiche di cui il nostro Paese è stato protagonista, dal dopo guerra ad oggi.

Vorrei fare due osservazioni in merito: nel trattare la notizia i mass media hanno dato grande rilievo a quanto le spese per smartphone, musei, cinema, mostre e parrucchieri siano aumentate. A mio avviso leggere questi dati insieme è profondamente sbagliato e rischia di divulgare un messaggio fallace, mi spiego: spendere per uno smartphone significa spendere per una dimensione che non esiste, pagare per vivere in un mondo nel quale non c’è spazio né tempo. Pagare per una mostra significa volere capire, comprendere e vivere il proprio tempo. I due fenomeni sono profondamente diversi e come tali vanno trattati, la mia non è una crociata contro le tecnologie, che uso ma cerco di non abusare, ma un’osservazione che mi porta ad avere coraggio di sperare in un’Italia del futuro migliore: l’italiano che spende in cultura, quella con la “C” maiuscola, ha ancora il coraggio di sperare che l’uomo non sia solo carne, materia, orizzonte piano, ma che sia fatto di una dimensione spirituale che vada alimentata, viva Dio. Questo si sarebbe dovuto mettere in rilievo maggiormente, per dipingere a tratti marcati e decisi un Paese in ripresa, non solo dal punto di vista economico, ammesso che quest’ultima notizia sia vera.

Si mette poi in risalto quanto l’Italiano sia diventato povero di miti, di grandi ideologie che lo spingano in avanti, ciò a mio avviso nasconde un lato positivo ed uno negativo. Inizio dal negativo: non avere ispirazioni significa in un certo senso vivere alla giornata, tirare a campare, arrendersi, che contrasterebbe con quanto detto prima. Tuttavia sappiamo anche bene quanto le ideologie nel ‘900 abbiano nuociuto al genere umano: Comunismo e Capitalismo si sono scontrati lasciando morte e deserto interiore dietro di sé. Dunque, forse, l’Italiano è semplicemente alla ricerca di una nuova narrazione che possa ispirare la sua vita, fino ad ora troppo stretta da necessità primarie a causa della recente crisi economica, possibile questa lettura del Rapporto? Forse troppo ottimistica ma se provassimo a sospendere il giudizio, a puntare su quella cultura che sembra essere sempre più interessante, beh forse da lì potrebbe partire la vera rinascita dopo l’evo oscuro che stiamo o abbiamo vissuto. Platone lo sapeva bene: per riformare lo Stato non basta cambiare forma politica, bisogna cambiare gli intelletti, forse noi lo abbiamo compreso, inconsapevolmente.

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Storie di chi “ce la fa” per davvero

Luigi Celeste è un giovane che ha ucciso suo padre perché picchiava la mamma. Il padre di Luigi era stato in carcere, liberato con indulto, era infermo mentalmente. Luigi e la sua famiglia non hanno avuto l’aiuto delle istituzioni e succede il peggio. Luigi riparte, in carcere studia, diventa informatico, oggi lavora in una multinazionale di informatica. La positività del negativo, quanto è importante credere anche nei momenti duri e durissimi, credere che dal male nasca il bene. È sempre possibile camminare.

http://www.la7.it/laria-che-tira/video/lintervista-a-luigi-celeste-una-storia-di-difficoltà-e-di-resilienza-28-11-2017-228372

La giovane di Porto Torres morta suicida e l’orrore del web

Schermata-2017-11-28-alle-18.38.09-960x460Michela aveva 22 anni e si è suicidata il 4 novembre scorso, probabilmente ricattata da tre “amici”, di cui una sarebbe donna, per un video girato a sua insaputa mentre aveva un rapporto sessuale. Sul cadavere è stato trovato un biglietto con la scritta “scusa”: non lo leggerà mai.

Michela era di Porto Torres, una cittadina a me carissima, dove si trova la basilica intitolata al Santo di cui porto il nome, San Gavino.

Porto Torres è stata un fiorente porto all’epoca dei Romani, comunicava per commercio con Ostia e negli anni sessanta del ‘900 è stata sede di un boom industriale consistente, ma purtroppo con la crisi economica nel 2010 gli stabilimenti sono stati chiusi e restano solo inquinamento e cassa integrazione.

Quando ci vai sei pervaso da sensazioni contrastanti: la cittadina è deliziosa, ma la mia sensibilità viene sempre colpita da un che di tristezza, come se le persone che vi abitano fossero baciate da un paesaggio meraviglioso e quieto ma limitate da esso, così come i destini di questa località che ha infinite potenzialità venisse ostacolato da qualcosa e non riuscisse a decollare.

In questo scenario colloco bene Michela, i suoi ultimi giorni che saranno stati di paura e angoscia, quegli “amici” che, magari per riempire il tempo o per farle pagare qualche torto subito, l’hanno ricattata. Poi il gioco è sfuggito di mano e la giovane è rimasta vittima di giudizio e ingiustizia.

Giudizio, perché conosco bene il tessuto sociale di quei posti: le persone hanno il cuore grande, sono vere e oneste, ma quando parlano “tagliano” e Michela avrà avuto terrore dei commenti dei suoi compaesani, appena ventiduemila persone o poco più, che erano venuti a conoscenza della sua vita intima suo malgrado. Ingiustizia, perché sebbene si parli di democraticità del web a me, scusate, ma sembra un’enorme ingiustizia che tutti possiamo dire, scrivere e postare tutto. Poi scavando più a fondo, mi dico che il problema non è il web, o non solo. Il fatto è che siamo pronti a giudicare chiunque, senza sapere da dove venga, che cosa abbia fatto, perché lo abbia fatto. Così deve avere pensato Michela, si sarà detta che i suoi genitori l’avrebbero disprezzata, il paese derisa, gli amici schivata. E si è tolta la vita. Perché? Perché filmata mentre aveva un rapporto sessuale, quanto di più intimo diventava pubblico, scena oscena, anziché atto d’amore. Però non ce la faccio a non ricadere su quanta responsabilità abbia la mentalità dell’immagine, quella in cui tutti dobbiamo vedere, fotografare, filmare tutto, in cui violiamo tutto con uno sguardo impudente, graffiante, indiscreto. Telefonini, iPad, computer e chi più ne ha più ne metta: immagini che colmano la carenza di affetti veri, di studi “sudati”, di chiacchiere fatte con un’amica in un caffè. No, ora parlo su Whattsapp e invio una foto per mostrare quanto siano belli i miei bimbi. Ma che società stiamo creando? Di voyeristi che non si muovono più per andare verso il prossimo, di relazioni costruite su immagini fatue che vogliamo gli altri abbiano di noi e, quando il castello crolla, quando ci vedono in tutto il nostro essere crolliamo noi, inesorabilmente. E’ un gioco grande, perverso, di cui troppi e, passatemi troppe, stanno pagando il fio. Un ultimo abbraccio Michela, che la tua storia ci faccia fare un passo indietro: nessuno può fotografare l’amore e tu sei stata violata mentre compivi un atto di amore, che certamente da quel filmato che ti ha fatto paura non traspariva per nulla.

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Abortite perché femmine. Le “non volute” del Montenegro.

Schermata-2017-11-22-alle-16.38.45Nezeljena significa non voluta in montenegrino, non voluta come migliaia di bambine abortite perché femmine. Nezeljena è la campagna lanciata dalla Ong montenegrina Centro per i Diritti delle Donne, che denuncia il fenomeno degli aborti selettivi nel Paese. Stando alle statistiche ed in particolare al rapporto ONU sulle popolazioni asiatiche del 2012, sarebbero state centodiciassette milioni le donne mai nate. Potrei andare avanti citando i Paesi che praticano e suggeriscono di non portare avanti la gravidanza dopo le prime ecografie che rivelino il sesso del nascituro, ma mi fermo, se stessi parlando direi che vorrei tacere un po’. Pensare.

Pensare che un fenomeno del genere deva avere delle radici profonde: nessuna donna abortirebbe a cuor leggero e chi è donna lo sa. Ipotizzo che la radice può profonda sia la povertà che renda le potenziali mamme fragili di fronte alla prospettiva di un futuro per sé e per la propria bimba ingrato, magari simile al loro presente scandito da fame, impossibilità di studiare, malattie e solitudine. Un’altra radice potrebbe rinvenirsi nell’indiscutibile androcrazia che caratterizza tutto il mondo: Paesi ricchi e non mettono solo uomini in posti di potere politico ed economico, con la conseguente diffusa mancanza di carità, di psicologismo, di cura, che pervade il mondo post moderno, che ama favorire attitudini più pratiche e orientate al profitto.

Ed ecco che il panorama fosco che tratteggiavo all’inizio non può lasciarci indifferenti o farci pensare che siano Paesi lontani lo scenario di quest’orrore, perché le precondizioni le creiamo noi, il nostro consumismo che favorisce sacche di povertà, la nostra superficialità che ci fa guardare al piccolo quotidiano fatto di minute conquiste personali a discapito di chi ci sta intorno. Possiamo negarlo? Io credo di no, mi pare evidente che stiamo andando verso una deresponsabilizzazione dell’essere umano che sempre meno accetta i limiti, che la vita stessa impone. Non voglio tuttavia strumentalizzare la questione per un ragionamento personale e preferisco limitarmi ad una piccola ulteriore considerazione: giorni fa si è riunito il Pontificio Consiglio della Cultura, sotto la presidenza del Cardinale Ravasi per trattare di questioni inerenti la genetica, le neuroscienze e l’intelligenza artificiale. In agenda la flessibilità del DNA che consentirebbe da un lato la cura per alcune malattie genetiche e dall’altro di creare esseri umani “su ordinazione”, dico io.

Mi viene da pensare che per gestire questioni di tale complessità quali “l’opportunità” o meno di avere figlie femmine in Paesi segnati dalla miseria e la potenzialità di modificare l’uomo, immagino per renderlo più intelligente e performante, richiedano una capacità di discernimento – come disse Papa Francesco pochi giorni fa riguardo alla questione del “fine vita” –  che mi domando se si possa accompagnare ad un’umanità sempre più tesa al profitto ad ogni costo. Un uomo sempre più avaro di valori, cultura, principii, sempre più volatile o, come si ama dire, liquido potrà mantenere quel criterio di proporzionalità e di benessere complessivo della persona, di cui sempre Papa Francesco ha detto?

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Heidegger e Papa Francesco

PapaFr“La tentazione di insistere è insidiosa, è moralmente lecito rinunciare all’applicazione di mezzi terapeutici, o sospenderli, quando il loro impiego non corrisponde a quel criterio etico ed umanistico che si definisce proporzionalità delle cure”. Va dritto al punto Papa Francesco nel convegno sul “fine vita” alla Pontificia Academia Pro Vita, come nel suo stile non lascia zone buie, spiega bene cosa intenda: parla di supplemento di saggezza necessario a quanti chiamati a discernere – usa bene questo termine, sulla scorta di Sant’Ignazio di Loyola – sull’opportunità o meno di proseguire con interventi terapeutici che non promuovano la salute integrale della persona; parla di proporzionalità delle cure.

Chiarissimo e chiarissimi anche i riferimenti a quanto affermato nel catechismo della Chiesa Cattolica e da Pio XII nel 1957 nonché dall’ex Sant’Uffizio nel 1980.

Heidegger, filosofo controverso, sottile e difficilissimo, si interrogò sull’essere e sul rapporto che questo ha con la tecnica. Vediamo: l’uomo per Heidegger è luogo dell’essere, l’unico essere che sa di esistere e che abbia la capacità di interrogarsi sullo stesso, di rielaborarlo, di trarre un quid che stia dietro ad ogni cosa; lo percepisce, anche se rimane come sorta di fondo oscuro ma al quale ci avviciniamo costantemente ed incessantemente. Bene, agendo attraverso la tecnica l’uomo svela l’essere, ovvero sia: se l’artigiano fa una sedia lo fa perché questa abbia uno scopo, dunque con la tecnica porta alla luce l’essere della sedia. Ma la questione nel caso dell’uomo e della tecnica può essere assai più complessa, quando non si producano solo oggetti ma ove si susciti la natura in qualcosa che altrimenti non farebbe da sé, come nel caso di farmaci o macchine o energie, per trarne un vantaggio o profitto, specifico che a quanto io ne sappia il filosofo non affrontò questioni inerenti precipuamente la medicina.

Se l’artigiano plasmando la materia dà ad essa una finalità che non avrebbe potuto essere altrimenti che quella, dall’altro c’è la tecnica moderna che attraverso la creazione di macchine, computer, medicine, mass media crea un sistema che sprigiona energie che interrogano l’essere stesso. Insomma, se costruisco una macchina che tenga in vita l’essere umano sto interpellando l’essere stesso sulla vita, sul suo senso, sul limite, sull’accettazione, e chi più ne ha più ne metta. Esattamente a questo punto, in questa riserva di significati, l’uomo perde la sua signoria sulla tecnica, non è più artigiano ma rischia di essere sopraffatto dai mezzi che crea, interpellato da essi di non saper rispondere.

Bene fa Papa Francesco a ricordare che serve un supplemento di saggezza e, soprattutto, di discernimento perché pare che se siamo diventati così bravi a creare oggetti o medicine, viva Dio, non siamo altrettanto bravi ad applicarli come e quando serva. Non che sia semplice, tutt’altro, ma ho il timore che la tendenza a vedere profitto e leggi del successo ovunque offuschi l’uomo sul suo vero essere creatura o, se si preferisce, mera unità biologica, finita. Nasciamo, viviamo e moriamo. Tutti. La sensazione che ho, però, è che viviamo per dimenticarcelo e sfuggiamo all’approfondimento che l’applicazione di certa tecnica richiede. In definitiva perdiamo il senso del reale.

Buffon, eroi e cavalieri

Qualche sera fa mi è capitato di ascoltare le dichiarazioni del capitano della Nazionale Italiana Gianluigi Buffon in occasione della sconfitta dell’Italia ad opera della Svezia, costata agli Azzurri la qualificazione al Mondiale 2018.
Gigi, l’uomo che ha vinto tutto, compreso una notorietà globale e tanto affetto da parte di tifosi e non, perde la possibilità di giocare un ultimo Mondiale, ma fin qui nulla di nuovo e c’est la vie.
Eppure Buffon dà una spolverata di valore anche ai suoi ultimi attimi da capitano della Nazionale: le sue parole e lacrime per il deludente risultato aprono scenari molto più ampi di quelli di uno stadio di calcio: «Dispiace non per me, ma per il movimento – dice il numero uno della Nazionale – Abbiamo fallito qualcosa che poteva essere importante a livello sociale. Questo è l’unico rammarico che ho, perché il tempo passa ed è tiranno ed è giusto che sia così. Dispiace che la mia ultima gara sia coincisa con l’eliminazione dal Mondiale».
Poi, il commiato definitivo: «Futuro del calcio italiano? C’è, perché noi abbiamo forza. Donnarumma, Perin e gli altri non mi faranno rimpiangere. Un abbraccio a tutti quelli che mi hanno sostenuto»
Come non volare verso quella che i Greci chiamavano aretè, ovvero la virtù, che diventerà poi la paideia o cultura ellenica, ripresa dall’Umanesimo, da tanta parte della civiltà germanica nonchè concetto su cui la filosofia ha lavorato e lavora tanto?
Alcuni saranno già saltati sulla seggiola a leggere di un calciatore associato a cotanto patrimonio intellettuale ma vediamo, per quanto possibile, cosa sia questa aretè. Sappiamo che l’uomo greco era zoon politikon: il singolo, spiccatamente fino al quarto secolo, traeva la sua essenza dal vivere in un contesto politico, in una comunità – la polis – ove si discuteva, si domandava, si imparava, si faceva ginnastica, in definitiva si viveva. Per dare una dimensione, il campo di azione di Socrate erano i ginnasii, ovvero le palestre. Ciò detto, si contraddistingueva come aristos, ovvero virtuoso e valente in Omero, colui che aveva la forza fisica e l’intelligenza – doti estremamente relate – di fare qualcosa, di compiere un dovere e il naturale risultato di ciò era di ricavarne stima e riconoscimento sociale.
Inoltre, sempre dai poemi di Omero, ma anche dalla più tarda filosofia, apprendiamo che il bello, kalon, è un valore ovvero è un bello ideale che contrasta con termini quali piacevole e utile. Il supremo sentimento dell’amicizia era kalon poichè si basava non tanto su una stima personale quanto su una simpatia per l’umano in generale, era l’ammirazione per quanto di umano vi fosse nel singolo e un rispetto per il valore di quest’ultimo.
Infine la bellezza esteriore, quando riferita ad un uomo, era riflesso di quanto questo ideale venisse incarnato: non esisteva bellezza che non si accompagnasse a virtù.
Bene, siamo ancora lontani da Buffon? Non mi pare, sembra invece che le ultime dichiarazioni del capitano siano una gloriosa chiosa emblema del suo valore umano. La sua attenzione all’Italia, il senso di responsabilità per un obiettivo non raggiunto, che avrebbe potuto essere importante per tutti, gli amici che gli daranno seguito; ecco che si staglia una meravigliosa figura di quarant’enne a metà tra un valente eroe greco e un cavaliere che accetta onori e oneri, che passa volentieri il testimone della propria bravura ai compagni.
Dunque perché no? Un calciatore può diventare manifestazione di quanto di più nobile l’essere umano possa incarnare, ovvero la virtù ed il valore dell’umano che i Greci ci hanno tramandati e di cui il Cristianesimo ha fatto tesoro. Bravo ancora una volta, soprattutto questa volta Gigi, che vince meritando la dignità di un eroe cavaliere.

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La polvere sotto il tappeto

migr“Siamo orgogliosi perché non alziamo muri e non chiudiamo porti”, così esordisce il Premier Paolo Gentiloni Silveri intervenuto al meeting di Medici con l’Africa Cuamm, ad Assago alle porte di Milano, che registra tra gli altri presenti il Presidente della BCE Mario Draghi e l’ex Premier Romano Prodi. Prosegue Gentiloni: “L’unica cosa che mi viene da dire è semplicemente: grazie. Grazie a tutti voi, grazie per quello che fate e per l’esempio che date, che fa bene all’Italia, oltre che a voi stessi”.  “Date un esempio meraviglioso – aggiunge – e fate quello che credo nel corso della vita dovrebbero fare tutte le persone di buona volontà”.

Il Premier ha ragione, l’associazione Medici per l’Africa Cuamm è la prima che si occupi “della tutela e della salute delle popolazioni africane portando cure e servizi agli abitanti del Paese”, così si legge nello statuto, “sporcandosi le mani” dico io, al fianco di medici e infermieri locali; ma si tratta di un’organizzazione non governativa e immagino abbia pochi mezzi rispetto alle macro contesto.

Gentiloni, figura a mio modesto avviso ottima, conosce bene la diplomazia: discende infatti da Vincenzo Ottorino Gentiloni, noto per il Patto Gentiloni Silveri, che sancì l’ingresso dei cattolici nella vita politica italiana. Per essere buoni politici, nel senso letterale della parola, non si però “nascondere la polvere sotto il tappeto”: quella non è più politica, non dovrebbe.

Sappiamo bene infatti che sebbene trionfalisticamente il Viminale abbia annunciato un ingente calo degli sbarchi provenienti dal nord Africa, frutto dell’accordo fra la Libia di Fayez Al-Serraj e l’Italia, i dubbi sull’efficacia dell’accordo e sulle pratiche intraprese dalle milizie libiche siano tanti. Viene infatti da chiedersi cosa ne sia di quanti non sbarchino più, domanda che Emma Bonino pone dalle colonne di Repubblica, mettendo in dubbio la sinergia tra governo italiano e libico.

Pare infatti che in Libia sia incrementata l’attività dei lagher, che vengano pagate le milizie locali per non fare partire i migranti e che questi poveracci finiscano vittime di traffico d’organi, violenza, abuso e intimazione verso i familiari, costretti a pagare per avere i loro cari indietro. In effetti gli ultimi eventi: lo sbarco di ventisei donne arrivate morte a Salerno e l’ultima tragedia avvenuta a trentacinque miglia dalla Libia il sei novembre, in cui hanno perso la vita almeno cinque persone sono emblematici. Tanto più che il video dell’ultima sciagura dimostra come la Guardia costiera libica non si sia fermata nemmeno all’allarme della Marina Militare Italiana: un uomo era rimasto in acqua attaccato ad una cima della motovedetta libica, gridavano gli italiani.

Verrebbe da dire che la liaison Libia – Italia non sia così perfetta e che le istituzioni, anziché fregiarsi di numeri, avrebbero il dovere di ammettere tutte le criticità in gioco nella vicenda.

Certo che l’azione delle Ong va lodata, certo che il Premier fa bene a sottolineare quanto l’Italia spesso ob torto collo faccia in campo migratorio, ma il rischio di praticare una politica il cui sottotesto sia “ammazzatevi pure, basta che non diate fastidio” è concreto.

Gentiloni ha un substrato culturale, anche cattolico, solido e profondo e oltre a lodare le “persone di buona volontà”, bene farebbe ad ammettere quanto la situazione sia problematica, che lo stesso premier del paese africano sia troppo debole per essere valido interlocutore e a sottolineare non tanto quanti non partano più, ma quanti muoiano restando in patria.

Il primo dovere per un uomo delle istituzioni del rango del Premier è quello di esaminare la realtà in tutte le sue parti e di renderne partecipe il Paese. Questo è quello che ci si aspetta dai grandi.

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Amare

Schermata-2017-11-10-alle-12.51.58.pngCarissimo don Guidotti,

mi piacerebbe riportarla alla sublimità del servizio che presta come parroco presso la chiesa di San Domenico Savio, nella diocesi di Bologna. Lei dovrebbe annunciare la Buona Notizia: dovrebbe girare per strada col cuore gonfio di amore a gridare che Nostro Signore è morto e risorto per tutti noi in Gesù Cristo, ovvero che siamo stati salvati (Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi. [9]A maggior ragione ora, giustificati per il suo sangue, saremo salvati dall’ira per mezzo di lui. [10]Se infatti, quand’eravamo nemici, siamo stati riconciliati con Dio per mezzo della morte del Figlio suo, molto più ora che siamo riconciliati, saremo salvati mediante la sua vita.. San Paolo, Lettera ai Romani, 2, La Salvezza.). Invece spreca il suo ministero sparando invettive su una povera adolescente abusata sessualmente in un vagone di treno, dopo essersi ubriacata con gli “amici” in una notte disgraziata di novembre, qualche giorno fa. Per giunta lo fa con toni aggressivi e volgari che non si addicono a nessun Cristiano, tanto meno prete, lesinando alla poveretta la sua pietà.

Forse pesa sulle sue modalità il credo politico che professa, in nome del quale evidentemente scrive e si accende di toni polemici, esortando la malcapitata a guardarsi bene dall’accompagnarsi con un maghrebino dato che notoriamente non sono bella gente; continua scrivendo che svegliarsi seminuda era il minimo che potesse accadere alla giovane. Chiaramente non dice questo in qualità di ministro di Dio, in nome di Dio avrebbe potuto richiamare alla prudenza, all’amore e all’amicizia virtuosi, non quelli delle bevute notturne. Come Ministro di Dio avrebbe avuto mille e più argomenti per amare quell’anima ferita, perché questo sarebbe bello facesse un diacono, un servitore.

Saprà meglio di me che, in particolare dal Concilio Vaticano II e grazie a teologi quali Karl Rahner ma non solo, si parla di svolta antropologica della teologia cristiana. Rahner teorizzò che le anime fossero tutte portatrici di verità, anche quelle più lontane da Dio, le definiva animae naturaliter christianae, richiamando fonti quali Sant’Ambrogio che già parlava di battesimo del desiderio, per riferirsi a quanti non avendo ancora ricevuto il battesimo fossero comunque attratti da Dio dunque per ciò stesso salvi, seppure non parte della Chiesa.

Secondo questa “svolta”, non da tutti accettata perché poterebbe a un certo relativismo e a togliere importanza a riti e sacramenti – io non sono d’accordo ma questo è irrilevante – tutti siamo in Grazia di Dio fino al punto in cui seguiamo la nostra coscienza. In generale, se un Cristiano pecchi senza piena coscienza non ha colpa e questo è chiaro e lampante da secoli, altrimenti che senso avrebbe la riconciliazione?

In questo caso, trattandosi di una ragazza in tenerissima età è molto probabile che sia stata condizionata o plagiata e comunque che abbia seguito una coscienza non ancora ben formata, dunque scevra di colpa.

Ovviamente non è questa la sede, né io la persona che possa “assolvere” o meno la giovane vittima, che a mio parere resta tale sebbene si sia esposta a una situazione pericolosa, ma la prego a nome di tanti Cristiani che credono alla misericordia di Nostro Signore, a nome di tanti suoi “colleghi” che recuperano ladri e prostitute dai margini delle vie, recuperi la bellezza del Signore in cui crede che sa solo amare, le farà bene!

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Il lupo e l’agnello

lupagnConfesso che a vedere il teatrino Di Maio versus Renzi e il video messaggio di Berlusconi a commento delle elezioni siriane a fini propagandistici, tanto per cambiare, mi ha preso sconforto e rabbia. Ma siccome dal male nasce il bene, lo credo fermamente, incappo nella sfaccettata figura del neopresidente della Sicilia Nello Musumeci e spero ancora.

Musumeci ha studiato Scienze della comunicazione, è stato banchiere, giornalista, Presidente della Provincia, Eurodeputato, Sottosegretario al Ministero del Lavoro e via dicendo. Insomma uno che si è dato da fare, ma non è questo a colpire, quanto il timbro di persona calma, riflessiva e soprattutto sincera.

Arriva in ritardo ai festeggiamenti, con gli occhi velati di lacrime e si scusa: “Volevo avere la certezza del risultato” – dice – mentre non parla della morte del figlio ma è chiaro il riferimento quando asserisce di non riuscire a festeggiare.

Viva Dio, una persona sincera di contro a un mondo della comunicazione falsa, di chi studia come gabbare il prossimo col sorriso sulle labbra, di chi crede di doversi mostrare sempre performante, felice, sorridente, bello. E mi viene in mente il viso di Di Maio che tronfio annuncia che non avrebbe affrontato il rivale Matteo Renzi, spiegando che ormai quest’ultimo non conterebbe più nulla e che non sarebbe dunque interlocutore degno.

E mi viene da dire: ma lei, caro Di Maio, sceglie i suoi interlocutori in base a quanto contino? No perché qualcosa mi dice che lei (ed anche il suo Movimento per la verità) qualche anno fa contasse proprio poco, per gli standard da lei applicati e spero non sia incappato nello stesso trattamento che ha riservato al povero Renzi che, in questa e poche altre occasioni, suscita immensa simpatia, nel senso etimologico ed etico del termine. Renzi non è più al top, la Sinistra è in difficoltà? Bellissima figura avrebbe fatto ad affrontare il confronto, proprio in virtù della presunta decadenza dell’avversario.

L’ineleganza del suo gesto tradisce, a mio avviso, un’estrema carenza di forma, dunque di pensiero il che spesso si traduce in azioni scadenti. Si è prestato ad essere interpretato come colui che non perde tempo in una cosa che reputi inutile, ma non si possono reputare inutili le persone, perché questo tradisce un’etica inaccettabile per qualcuno che aspiri a governare il Paese. Lei si è certamente giocato credibilità e professionalità con la stessa velocità con cui ha disdetto il suo impegno e spero che questo si traduca in una lezione sonora a sue spese. Lo dico non per ossequio alla “legge del taglione”, ma per forse ingenuo ottimismo: sono certa infatti che l’Italia sia un Paese di persone educate, attente, eticamente formate, portate a stare dalla parte dell’agnello, non di quella del lupo. Che tutti o prima o poi diventiamo agnello, anche lei. E grazie Musumeci, a lei che nella sera in cui è lupo, si presenta da agnello.

Solo briciole

briciole.PNGWilly Herteleer muore nel febbraio 2015, papa Francesco ne chiede la sepoltura. Nessuno sa chi sia Willy, non fa parte del jet set, né della scena politica internazionale, ma a Piazza San Pietro era conosciuto: aveva amicizie importanti, tra cui un noto giurista rotale, che si fermava spesso a pregare con lui.

Willy era un clochard, di quelli che non mancano mai, le guardie svizzere lo avevano soprannominato l’araldo di Sant’Anna, vai a sapere perché, che differenza fa? Quello che sappiamo è che Willy era importante, al punto che il Papa ne richiese la sepoltura.

Sarebbe bello affrontassimo con questo spirito la morte delle ventisei donne migranti giunte a Salerno su nave spagnola già morte e invece ho come la sensazione che ci si sia un po’ abituati, che sia l’ennesimo sbarco cui ormai neppure i mass media diano troppo peso, meglio il viaggio di Trump in Giappone o, peggio, gli investimenti alle Cayman della regina Elisabetta, che non la morte di poveracci senza nome.

E invece a volte le briciole dicono di più dei bocconi, ci dicono che sono sbarcati duemilacinquecento migranti in tre giorni, che si sono registrate trentasette vittime recuperate da tre eventi, che vi è un numero imprecisabile di dispersi e che solo ieri a Crotone sono sbarcati trecentosettantotto persone, salvate, in un barcone fatiscente.

Le briciole ci dicono che ci sono aree del pianeta che marciscono in povertà, mentre l’altra parte naviga nello spreco infelice di risorse e di cibo. Le briciole ci dicono che tutto ciò che non porti benessere ci fa schifo, non lo vogliamo, lo evitiamo. Ma se fosse lì invece l’occasione, la vita? Papa Francesco lo sa, ecco perché chiede la sepoltura di un clochard che altrimenti chissà dove sarebbe finito: immagino lo abbia fatto cercare non vedendolo in Piazza San Pietro per qualche giorno.

Bello sarebbe che andassimo a cercare queste bricioline, il nostro prossimo, e potessimo manifestargli voglia di incontro, comprensione, compassione, integrazione. Purtroppo non possiamo influenzare il contesto macro, per quello ci sono i governi, ma tanto possiamo fare nel quotidiano, nel piccolo e dobbiamo farlo. Che poi tutti noi diventiamo briciole, o prima o poi.